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Così piccoli, così abili… a dire parolacce

Campagna del Partito socialista (2008).

Campagna del Partito socialista (2008).

A che età i bambini imparano le parolacce? Quante ne sanno? Come le usano? E ancora: i bimbi di oggi ne dicono più di quelli di ieri?
Scommetto che molti di voi non sanno rispondere a queste domande. O credono di saperne qualcosa. Bene. Preparatevi a qualche sorpresa, se vorrete leggere questo post.

Timothy Jay.

Timothy Jay.

Uno dei massimi ricercatori mondiali negli studi sul turpiloquio, Timothy Jay, psicolinguista al Massachusetts College of Liberal Arts (Usa), ha appena presentato al Sociolinguistic Symposium dell’Università di Southampton, Uk,  una ricerca (“Children swearing: a blueprint for studying multilingual adult swearing?”) su questi temi.
Lo studio – che Jay mi ha inviato in anteprima per l’Italia – è molto interessante, anche perché ha fatto quello che molti tromboni in vena di facili moralismi non si sono mai sognati di fare: ha sguinzagliato 7 ricercatori, fra settembre 2008 e maggio 2010, in varie scuole di ogni ordine e grado del New England (Usa). I ricercatori hanno registrato tutte le conversazioni dei piccini (bianchi di estrazione sociale media, da 1 a 12 anni), annotando pazientemente tutte le parolacce che dicevano.

Già nel 1980 Jay aveva fatto una ricerca simile: l’ha replicata per accertare se i bimbi di oggi dicono – come molti pensano – più parolacce di quelli di 30 anni fa. E qui c’è la prima sorpresa: i bimbi del 2010 dicono esattamente lo stesso numero di parolacce di 30 anni fa e con la stessa frequenza.
Ugualmente interessanti gli altri risultati della ricerca. Innanzitutto la precocità: nel 1980 come oggi (già l’avevo scritto sul mio libro) i bambini imparano le parolacce ben prima di saper accendere la tv o di andare a scuola: già a 1-2 anni sanno almeno 7-8 parolacce. E, col procedere dell’età, il lessico “volgare” aumenta in quantità:

Lessico delle parolacce diviso per età e sesso (trad. da Jay, 2010).

Lessico delle parolacce diviso per età e sesso (trad. da Jay, 2010).

Perché accade questo? Semplice: perché imparare a usare le parolacce significa imparare a parlare in modo diverso a seconda dei contesti sociali. Tra le abilità linguistiche, infatti, anche quella di sapere la differenza fra parole consentite e parole vietate (o tabù, o “cattive”) è fondamentale, e solo con l’esperienza si impara a capire quali parole sono offensive, e quali parole sono appropriate a seconda dei contesti (andate in un quartiere di immigrati a parlare di “negri”…). Dunque, al di là dei moralismi, la conoscenza delle parolacce da parte dei bambini è parte della normale competenza linguistica.
E ascoltare le parolacce fa male ai bambini? Anche questo è in buona parte un falso mito: in altri post di qualche tempo fa (li trovate qui) ho già spiegato perché.
Dunque, non sempre tutte le misure di protezione per i bambini (fasce protette in tv, etichette di avviso su dischi e videogames, censure, etc) hanno senso: vuoi perché i bambini già conoscono le parolacce da cui vorremmo proteggerli, vuoi perché non sempre hanno effetti nefasti sul loro sviluppo. Questi sono in buona parte pregiudizi dettati più dalla nostra ignoranza (e dalla sessuofobia) che dall’effettiva conoscenza del mondo infantile.

 

I bollini per i minori introdotti da Mediaset: verde per i programmi adatti ai bambini, giallo per quelli visibili se affiancati da un adulto, rosso sconsigliato ai bambini.

I bollini per i minori introdotti da Mediaset: verde per i programmi adatti ai bambini, giallo per quelli visibili se affiancati da un adulto, rosso sconsigliato ai bambini.

Ma vediamo le altre scoperte. Per esempio, le differenze fra maschi e femmine. I maschi usano più parolacce delle femmine: su circa 1.200 parolacce registrate dai ricercatori, il 63% erano state pronunciate da maschi. Perché? Il motivo è probabilmente di tipo culturale: nella cultura occidentale, è considerato più “normale” l’uso delle parolacce da parte dei maschi. Ma non è l’unica spiegazione possibile, come vedremo.
In ogni caso, si notano cambiamenti significativi dal punto di vista evolutivo (vedi grafico sopra): a 1-2 anni maschi e femmine conoscono lo stesso lessico di parolacce; a 3-4 anni le femmine hanno un lessico più ricco dei maschi (forse perché in quell’età hanno abilità linguistiche maggiori), e poi, in tutte le altre fasce d’età, i maschi conoscono più parolacce delle femmine.
E come si spiega il grande salto nel lessico “turpe” fra gli 1 e i 4 anni, sia nei maschi che nelle femmine? Semplice: i bambini imparano più parolacce semplicemente perché a quell’età imparano più parole.

E quali parolacce dicono i bimbi? Sorpresa: già a 1-2 anni dicono: merda (s h i t), fanculo (f u c k), oh mio dio (oh my god), stupido (s t u p i d). Ma in realtà c’è poco da sorprendersi, sottolinea Jay: sono le stesse che gli adulti dicono più spesso, e i bimbi – si sa – li imitano… Frequenti anche i riferimenti a parti o prodotti del corpo: sedere (b u t t), cacca (p o o p), scorreggia (f a r t). Anche questo non stupisce, vista l’azione educativa dei genitori per insegnar loro a fare i “bisognini” da soli.

A 3-4 anni appaiono gli insulti: gallina (c h i c k e n), coglione (d u m b a s s), idiota (i d i o t), tonto (j e r k), perdente (l o s e r), scemo (m o r o n), bastardo (b a s t a r d), frocio (f a g g o t), puttana (b i t c h)…  Così come le imprecazioni: dannazione (d a m n), maledizione (g o d d a m n), e la scatologia: merda (s h i t, c r a p, p o o p), piscia (p i s s, p e e). Gli insulti (anche buffi o moderati) costituiscono una famiglia corposa, soprattutto quelli basati sula percezione delle differenze fisiche (cicciobombo, quattrocchi…) e mentali (stupido); anche perché, nel costruire le relazioni sociali, le dinamiche di inclusione/esclusione dal gruppo (“tu sei una femminuccia, e non devi stare con noi”) sono molto sentite.
I temi strettamente osceni/sessuali sono presenti soprattutto dai 5 ai 10 anni, quando i bambini cominciano a essere più coscienti della sessualità.
I ricercatori hanno registrato invece pochi insulti razzisti (negro, n i g g e r) e pochi termini ad alta carica offensiva (in inglese: figa, c u n t e fottimadre, m o t h e r f u c k e r).

Frequenza nell'uso di parolacce per sesso ed età (trad. da Jay, 2010).

Frequenza nell’uso di parolacce per sesso ed età (trad. da Jay, 2010).

Scenario simile anche per la frequenza (v. grafico qui sopra): i maschi dicono parolacce più spesso delle femmine a tutte le età: solo a 3-4 anni le femmine dicono più parolacce dei maschi, e a 9-10 anni la produzione di parolacce è simile. Probabilmente perché i padri tendono a usare più parolacce quando sono coi figli maschi che con le femmine. E pare che le femmine siano più abili dei maschi a cogliere l’impatto sociale delle parolacce: si rendono più conto che dire parolacce può mettere a rischio le relazioni sociali e indicare una perdita di controllo.

 

Il controllo dei bisogni corporei aumenta la sensibilità alle parolacce scatologiche!

Il controllo dei bisogni corporei aumenta la sensibilità alle parolacce scatologiche!

Jay conclude la ricerca identificando molte domande aperte, che possono essere altrettanti spunti per ricerche future: le differenze nell’uso di parolacce fra maschi e femmine sono innate o apprese culturalmente? Qual è l’effettiva conoscenza dei bambini sul significato delle parolacce e sui contesti in cui si possono/non possono usare? E sulla differenza di intensità fra le parolacce (merda è peggio di pupù)?
E soprattutto: come e da chi i bambini imparano le parolacce?
Se non vanno a scuola e non ascoltano la tv, i principali indiziati sono… i genitori! O comunque la famiglia. Pensando di non essere ascoltati, o capiti, diciamo le parolacce e i bambini, spugne come sono, le imparano. Anche perché essendo fortemente cariche emotivamente, non possono sfuggire alla loro attenzione.
Dunque, prima di puntare l’indice sulla tv, il cinema, i videogames o i dischi, ed ergersi a moralizzatori dei costumi altrui, i genitori dovrebbero indignarsi con se stessi. Ed evitare di confondere i bambini: se i genitori sono i primi a dire parolacce, con quale coerenza possono pretendere di vietarle ai figli?

vito tartamella

vito tartamella

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