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Lost in translation: come doppiano (e tradiscono) i film

Stanley Kubrick (sin.) e Quentin Tarantino: tradurre in modo inappropriato i loro film significa censurarli.

«Abbiamo voluto rispettare il linguaggio dei giovani della periferia. Un linguaggio ricco di parolacce». Chi parla non è un autore di cinepanettoni, ma un regista impegnato: Ken Loach. Ospite in questi giorni al Festival di Cannes con il film “The angel’s share”, Loach si è lamentato, con ironia, della censura che castra il realismo cinematografico: «La Bbc ci ha chiesto di tagliare 7 cunt (fica) per evitare che il film fosse vietato ai minori di 18 anni. Naturalmente, le immagini di violenza, le torture, i massacri passano in tv tranquillamente…».
Il problema è antico e complesso, e si pone non solo nella fase di scrittura di un film, ma anche dopo: per esempio, quando lo si deve tradurre da una lingua all’altra. E allora sorge una curiosità: quanto sono fedeli all’originale le versioni doppiate in italiano dei film ricchi di insulti e imprecazioni? Ben poco: nel doppiaggio sparisce una parolaccia su due. Un problema di censura, ma non solo: in molti casi le traduzioni di insulti e imprecazioni sono infedeli, inappropriate o del tutto sbagliate.

L’ha scoperto Fay Ledvinka, giovane traduttrice specializzata in dialoghi cine-televisivi. Fay ha scritto un libro “What the fuck are you talking about? – Traduzione, o missione e censura nel doppiaggio e nel sottotitolaggio in Italia” (Eris edizioni) che si ispira al mio Parolacce: è il terzo, dopo quello sulle offese a Mussolini e quello sugli insulti denunciati ai tribunali.
L’autrice ha studiato in dettaglio 6 film, usciti negli ultimi 20 anni: non è un campione rappresentativo, ma emblematico. Sono film di successo, diretti da registi molto noti, e ricchi di parolacce, usate per gli scopi più diversi: per esprimere emozioni violente, per provocare, per rompere tabù e far ridere.

Ecco quali sono:

Titolo Paese Anno Regista Genere
Full Metal Jacket Usa 1987 Stanley Kubrick Guerra, drammatico
Le Iene Usa 1992 Quentin Tarantino azione, thriller, crimine, humor nero
Pulp Fiction Usa 1994 Quentin Tarantino thriller, humor nero, azione, drammatico, gangster
The Snatch – Lo Strappo Gb-Usa 2000 Guy Ritchie commedia
Love Actually – L’amore davvero Gb-Usa 2003 Richard Curtis commedia
Slevin – Patto criminale D-Usa 2006 Paul McGuigan thriller, crimine, drammatico

Di questi film Ledvinka ha messo a confronto la versione originale inglese con quelle italiane: quella doppiata e quella sottotitolata. Ecco che cosa ha scoperto.

CENSURE

Omissioni e ammorbidimenti colpiscono soprattutto 2 categorie di parolacce: quelle a sfondo religioso (non tanto le bestemmie, rarissime, quanto le profanità: nominare invano il nome di Dio) e quelle di origine sessuale, le oscenità.
Per quanto riguarda le profanità, goddamn (che Dio ti maledica, maledizione) compare 22 volte, ma il riferimento a Dio non è mai stato mantenuto. È stato omesso 11 volte per il doppiaggio, ed è stato trasformato 7 volte in parolacce senza riferimenti religiosi, come l’intercalare cazzo. Invece Jesus (Gesù) è stato nominato 16 volte e omesso 9 in traduzione.
Destino simile per le oscenità: il termine fuck è stato eliminato nel 51,8% dei casi. E, in generale, di fronte a una lunga sequela di insulti i traduttori preferiscono omettere, ammorbidire come in questa battuta tratta da “Le iene”:

You fuckin’ asshole! Fuck you! Jesus! Get the fuck out of the car! (Fottuto buco di culo! Fottiti! Gesù! Esci da quella fottuta macchina!). Ecco com’è stata doppiata: – Vaffanculo stronzo! Scendi dalla macchina! Scendi dalla macchina, stronzo!

Oppure: I’m fucked! I’m fucked! I’m fucked! I’m fucked! (Sono fottuto! Sono fottuto! Sono fottuto! Sono fottuto!). Diventa, nel doppiaggio: – È la fine! È la fine! È la fine! È la fine! 

ATTENUAZIONI

In molti casi, le parolacce sono state tradotte in modo inappropriato: spesso giocando al ribasso, ovvero attenuandone la portata. Un esempio viene dal celebre monologo del sergente Hartman in “Full metal jacket”:

La frase: – You are pukes. You are the lowest form of life on earth, you are not even human-fucking-beings… Diventa nel doppiaggio: – Siete uno sputo. La più bassa forma di vita che ci sia nel globo. Non siete neanche fottuti esseri umani…
Pukes significa “vomito“, ma è stato tradotto con un liquido corporeo meno disgustoso: lo sputo. Un’attenuazione che non ha giustificazioni, se non (forse) nella sensibilità del traduttore.
Nello stesso monologo, poi, il sergente afferma:

– I do not look down on niggers, kikes, wops or greasers. La frase è stata doppiata così: – Qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani.

I termini usati dal sergente sono tutti razzisti contro determinati gruppi etnici o sociali: a parte la parola “negri” che rispetta l’originale, gli altri sono diventati invece termini neutri. E lo spregiativo “gentaglia” cerca di recuperare la sfumatura spregiativa per tutti i termini. Una soluzione più fedele all’originale poteva essere tradurre gli altri appellativi con “giudei“, “terroni” e “latini”…
Ma a parte questo caso, nei 6 film esaminati gli insulti razziali (a differenza di tutti gli altri tipi di insulti) sono stati quasi sempre mantenuti. Il che fa riflettere: forse il razzismo è considerato meno offensivo per il pubblico?
Tra le parolacce disinnescate, anche quelle che riguardano la mamma, una figura pressoché sacra in Italia. Sempre in “Full Metal Jacket”, la frase:

– Ran down the crack of your mama’s ass. (è colato nello spacco del culo di tua mamma) è diventata: – È colato tra le chiappe di tua madre.  

VOLGARIZZAZIONI

Ancor più sorprendente il procedimento inverso: in diversi casi i traduttori hanno caricato di risvolti spregiativi o volgari alcuni termini che in realtà sono neutri o addirittura affettuosi. Per esempio, quando le metafore animali sono usate con una connotazione sessuale che sminuisce le donne paragonandole a qualcosa di piccolo, come un bird (uccellino) o una minx (civetta), la traduzione italiana va inspiegabilmente in senso opposto: viene rafforzata con “bella passera”, o addirittura accresciuta con “maialona” o “porcellona”. Questo avviene in “Love actually”:

– … with a cute bird… (originale) = –… con qualche bella passera… (doppiaggio)

Yeah, course you did, you saucy minx. (originale) = – Ma sì che ce li avevi, vecchia maialona…(doppiaggio)

Morgan Freeman nei panni del Boss in “Slevin”.

Nel film “Slevin”, poi, c’è un personaggio distinto, il Boss, impersonato dall’attore Morgan Freeman, che dice una battuta neutra (– He’s homosexual, è omosessuale), ma la traduzione gli attribuisce un giudizio omofobo: – È una checca.

Una traduzione che, oltre a snaturare un personaggio, manifesta un’intolleranza gratuita. 

CHE FARE?

Sei film non possono dare un quadro rappresentativo del doppiaggio in Italia, ma offrono molti spunti di riflessione interessanti. Con una doverosa premessa: tradurre un film per il doppiaggio è un lavoro difficilissimo. Per motivi sia linguistici che sociali. Innanzitutto, oltre alla difficoltà di trasportare dei modi di dire da una lingua all’altra (nel caso delle parolacce raramente c’è equivalenza: per esempio, asshole, buco di culo, è un insulto che può essere reso in italiano solo con altre metafore, come stronzo o testa di cazzo), i traduttori cinematografici ne hanno altre due di non poco conto: per dare un risultato naturale ai dialoghi, devono riuscire a mantenere lo stesso numero di sillabe e gli stessi movimenti labiali dell’originale. Il che è ancora più difficile con l’inglese, una lingua molto più sintetica della nostra.

Per trasportare una parolaccia da una lingua all’altra, insomma, bisogna intervenire sul testo: la traduzione letterale spesso non funziona. Ma come fare per mantenere l’impatto e l’espressività di una parolaccia? Una soluzione è il mio volgarometro, ovvero il misuratore del livello di offensività delle parolacce italiane. Oggi sappiamo qual è la carica di offensività percepita in molte parolacce italiane: se anche in altre lingue facessero indagini simili, i traduttori avrebbero una sorta di “convertitore” delle parolacce da una lingua all’altra. Senza doversi affidare solo alla propria (fallace) sensibilità personale.

Il volgarometro

Più complicato il discorso sulle censure: innanzitutto, le leggi che regolamentano gli spettacoli cinematografici risalgono al 1962 e al 1963, ovvero a 50 anni fa, e quindi andrebbero ripensate alla luce delle sensibilità odierne. Infatti sono sempre vietati ai minori i film che contengano battute volgari: ma qual è oggi il confine della volgarità? Chi e con quali criteri lo stabilisce?
Le équipe che valutano i film (le Commissioni di revisione) sono composte da giuristi, pedagoghi, giornalisti, registi, ma non da sociologi e linguisti… Che nel caso delle parolacce potrebbero offrire una competenza preziosa per valutarle. Ma, al di là delle competenze, sarebbe fondamentale, oggi, che le Commissioni abbiano un’ampia rappresentanza di laici dichiarati: la morale cattolica, per quanto ancora maggioritaria, non è l’unico metro di valutazione del pubblico.
Un merito del libro di Ledvinka è aver ribadito l’importanza di una traduzione corretta delle parolacce, che sono una parte importante del contenuto artistico di un film: se nessuno si sognerebbe di fotografare la “Gioconda” con un filtro viola, perché invece molti si permettono di attenuare o cancellare le parolacce o di enfatizzare parole neutre? «Queste trasformazioni» avverte l’autrice «non sono innocue, ma pericolose e disoneste. Pericolose per quanto davvero possono stravolgere l’atmosfera generale del film e disoneste perché non rispettano il volere dell’autore celato chiaramente dietro alla sua opera».

Non in tutti i casi, comunque, parlerei di censura: in molte traduzioni c’è fretta o scarsa preparazione. E in altri casi, le trasformazioni fanno i conti, in modo realistico, con la sensibilità sociale del tempo. Nel film “Slevin” c’è una frase molto forte in cui un personaggio tira in ballo la Madonna usando termini erotici: come deve comportarsi un traduttore di fronte a un caso simile? Magari è l’unica battuta forte del film, e lasciarla intatta significherebbe limitare la circolazione del film (con il divieto ai minori di 18 anni e la trasmissione in tv solo a notte fonda) e di conseguenza i suoi incassi.

Il “Giudizio universale” di Michelangelo: prima (sin.) e dopo la censura.

Ma al di là di questo aspetto, la battuta sulla Madonna ha un diverso impatto a seconda del pubblico: per quello angloamericano si tratta di una volgarità forte e rozza, ma quello italiano lo percepirebbe come un sacrilegio o una bestemmia. Dunque, tradurlo letteralmente significherebbe – paradossalmente – snaturarlo. Forse è per questo motivo che il traduttore del film ha preferito lasciare i termini erotici, riferendoli però alla regina d’Inghilterra. Si può discutere sull’efficacia della scelta, ma non è del tutto incomprensibile. Chi traduce deve fare i conti con la sensibilità, lo spirito dei tempi, che è sempre in evoluzione.
Per fare un paragone, oggi ci fa sorridere che Daniele da Volterra abbia coperto i nudi di Michelangelo (“Giudizio universale”) con mutande e abiti; ma nel 1500, nel pieno dell’ondata moralizzatrice della Controriforma, chi avrebbe potuto tollerare il realismo – per quanto innocente – di Michelangelo?

vito tartamella

vito tartamella

3 Comments

  1. Credo vada apprezzato chi ha tradotto la battuta di Le Iene ricorrendo a stronzo ed evitando l”equazione fucking e/fucked = fottuto, tipico esempio di doppiaggese. È una traduzione “comoda” per lunghezza della parola e labiali ma quasi mai adeguata per rendere correttamente l”espletivo inglese. L”aggettivo fottuto (e ancor più la forma superlativa) sono comunissimi nei film doppiati ma non mi sembra vengano usati allo stesso modo nell”italiano parlato. Mi pare di trovare conferma proprio nel Volgarometro, che include solo l”imperativo del verbo fottere ma non l”aggettivo fottuto, immagino perché un parlante italiano privilegia altre parole (a meno che non abbia appena visto un film doppiato!).

  2. SONO ONORATA, CARO VITO, MIO GURU. in più the angel”s share è il film che più mi ha emozionato al festival, il fatto che tu lo abbia citato proprio nella pagina dedicata a me, mi rende ancora più onorata di essere nella tua pagina. GRAZIE. GRAZIE. CAZZO, GRAZIE DAVVERO!

  3. Articolo molto interessante, ma da traduttrice e studente di traduzione audiovisiva, posso dire con molta tranquillità che PURTROPPO le scelte del traduttore per il doppiaggio vanno ben oltre quello che viene spiegato in questo articolo. Le scelte e le considerazioni da fare, in particolare nel caso del doppiaggio, sono infinite. Se si considera anche solo la sincronizzazione del labiale, si scopre la prima difficoltà.
    Inoltre, per quanto sia vero che molti traduttori non sono abbastanza preparati, esistono delle tecniche di traduzione per le quali si agisce di conseguenza. Quella che voi chiamate “volgarizzazioni” non sono altro che compensazioni (tecnica utilizzata da tutti i traduttori in tutti i campi). Se non puoi tradurre in quel momento una cosa perché ci sono dei limiti di tempo o di spazio (nel caso dei sottotitoli per esempio), cerchi di compensare quella perdita in un”altra parte del film o testo. Ovviamente non bisogna esagerare con le compensazioni dove non sono necessarie, io stessa sono una grande critica del doppiaggio italiano, ma vi assicuro che il lavoro non è per niente semplice, e quando qualcosa è fatto bene, deve essere riconosciuto. Detto questo, criticare il doppiaggio senza conoscerne le tecniche è insensato (non mi riferisco direttamente a questo articolo, ma alla gente che per principio si lamenta del doppiaggio senza conoscerlo). Ci sono certi limiti nella traduzione audiovisiva, e se non si è disposti ad accettarli come spettatori, se non si riesce ad entrare nell”ottica della “finzione” del doppiaggio, allora si dovrebbe optare per la visione del film in originale o con i sottotitoli. Una traduzione deve essere fedele all”originale, ovviamente, ma nel caso dei film si tratta anche di intrattenimento, e ciò richiede sempre una sorta di adattamento che per ovvie ragioni (migliaia di ragioni, dalle differenze linguistiche a quelle culturali, ecc) snatura anche se a volte solo minimamente il prodotto originale. Se si accetta, si accetta per come è.

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