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Parolacce: il linguaggio della verità

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Tullio De Mauro e Andrea Camilleri (gent. conc. Laterza).

Chi fa le crociate contro le parolacce spesso dimentica che hanno un aspetto positivo importante: sono un linguaggio di verità. Come i dialetti, esprimono la realtà in modo diretto, naturale, senza filtro. Me l’hanno ricordato due uomini di cultura che stimo molto: il linguista Tullio De Mauro e lo scrittore Andrea Camilleri, in un libro pubblicato da poco, “La lingua batte dove il dente duole” (Laterza).
Il libro esalta il ruolo del dialetto: «la lingua degli affetti, un fatto confidenziale, intimo, familiare» dice Camilleri. «La parola del dialetto è la cosa stessa, perché il dialetto, di una cosa, esprime il sentimento, mentre la lingua, di quella stessa cosa, esprime il concetto». In pratica, il dialetto esprime l’essenza delle cose, la loro natura profonda senza le sovrastrutture artificiali della cultura. L’italiano, invece, è la lingua dell’astrazione, dei temi generali, ma anche della distanza dai sentimenti e dalla spontaneità. Ma che c’entrano i dialetti con le parolacce?

coverC’entrano. Per dimostrare che il dialetto è la lingua della verità, De Mauro cita un caso giudiziario scoperto da una linguista fiorentina, Patrizia Bellucci: un processo per stupro, celebrato probabilmente un secolo fa, ai danni di un certo Nicolino.
Il magistrato gli domanda: «Dite, Nicolino, con il qui presente Gaetano fuvvi congresso (congresso carnale, ndr)?».
Nicolino lo guarda interdetto.
Il magistrato, paziente, cerca di essere a modo suo più chiaro: «Nicolino, fuvvi concubito (congiungimento carnale, ndr)?». Nicolino continua a non capire e il magistrato si spinge al massimo della precisione consentitagli dall’eloquio giudiziario: «Nicolino, ditemi, fuvvi copula (idem, ndr)?». Nicolino lo guarda smarrito.
E allora il magistrato abbandona l’italiano giudiziario e gli dice finalmente: «Niculì, isso, Gaetano, te l’ha misse ‘n culo?».
E Nicolino finalmente annuisce e risponde: «Sì, sì».

L’episodio, oltre a far sorridere, è prezioso perché rivela aspetti profondi. Innanzitutto, che il linguaggio giuridico è (come tutti i linguaggi specialistici) artificioso, lontano dalla spontaneità: e questo è un grave handicap, dato che la giustizia dovrebbe essere istintiva e cristallina. Un linguaggio giuridico meno bizantino renderebbe la vita più difficile ai mistificatori (ricordate il latinorum di Manzoni?).
Ma l’aneddoto rivela soprattutto che le parolacce sono tali perché evocano il sesso in modo diretto, senza timore riverenziale, senza distanze. Pene e cazzo si riferiscono allo stesso oggetto, eppure il primo termine è accettabile e si può dire in ogni circostanza, mentre il secondo è offensivo. Perché? Perché mentre il termine scientifico parla di sesso in modo neutro, asettico, la parola volgare evoca in modo concreto ciò che nomina, e per di più in modo crudo. E questo ci turba non solo perché abbiamo bisogno di tenere a distanza il nostro lato animalesco, ma anche perché il sesso è fonte di ansie, di forti emozioni, e va quindi maneggiato con cautela.

Questo ragionamento vale non solo per i termini sessuali: vale per tutte le parolacce. Dire a qualcuno che è stronzo – se lo è davvero – è l’unico modo appropriato di dire la verità. Anzi: talvolta le parolacce possono addirittura essere rivelatrici di aspetti profondi e nascosti della realtà. Un tempo, nelle piazze, gli eroi o i potenti erano acclamaati e insultati al tempo stesso, racconta il critico russo Michail Bachtin:  la lode e l’inguria riuscivano a esprimere i sentimenti ambivalenti (odio e amore) che tutti proviamo.«L’ingiuria» dice Bachtin «è anche un modo per rivolgersi con schiettezza a chi si ama: chiamare le cose col loro nome, sollevare il velo sull’ambivalenza della realtà, in cui gli opposti convivono, dando spazio al gioco verbale e abolendo le frontiere fra persone». E’ per questo motivo che ci si può rivolgere a un amico dicendogli «Ehi, come va, vecchio scarpone?».

Proprio per questo le parolacce sono usate nella goliardia, dai comici, e in particolare nella satira: è il linguaggio del popolo, della piazza, che serve a innescare un’atmosfera di gioco e di libertà carnevalesca, infantile. Ma è anche un modo straordinario di rivelare qualcosa, di dire la verità così com’è: nuda e cruda. Come quando il comandante De Falco disse a Schettino: «Salga a bordo, cazzo!».
«Le parolacce» dice ancora Bachtin  «sono frammenti di una lingua estranea, nella quale si poteva dire qualsiasi cosa; ma ora si possono solo esprimere insulti privi di senso». Quando scriveva queste parole, i reality e la tv volgare ancora non c’erano, ma la frase descrive perfettamente l’uso dozzinale e inflazionato delle parolacce oggi. Per fortuna, però, ci sono i comici, i rapper, i poeti che tengono viva la funzione rivelatrice e schietta delle parolacce: come fa Corrado Guzzanti nell’antologia qui sotto. Contro le anestesie sterili degli eufemismi, del linguaggio “politicamente corretto”, che spesso è un alibi per castrare e tappare la bocca a chi vuol dire una verità scomoda.

 

vito tartamella

vito tartamella

One Comment

  1. L’attuale “riscoperta” del linguaggio essenziale -specchio della realtà- porta chiarezza sulla evoluzione-involuzione linguistica dell’Italiano nell’arco temporale dei primi 150 anni dall’Unificazione. Il passaggio dall’Italia degli Staterelli a quella unificata ha introdotto l’uso di una lingua uniforme, ma anche “fabbricata in laboratorio” che si potrebbe definire per certi aspetti pure artificiosa. E’ stata rivolta maggiore attenzione a costruire un vocabolario dotto e ricercato da applicare su tutto il territorio, piuttosto che “unificare” i linguaggi in una unica lingua. Operazione, in realta, quasi impossibile. I dialetti (accusati di essere il prodotto-simbolo dell’ignoranza) furono soppiantati e “tradotti” nella lingua ufficiale uguale per tutti, ma più “uguale” alle espressioni di una neo Italia risorgimentale attenta a rafforzare anche in questo ambito le regioni del Nord della Penisola. Se si potesse azzardare una supposizione, si potrebbe anche ritenere che i linguisti e i filologi (già attivi in epoca rinascimentale) si sono incaricati di introdurre (e forse anche di rivitalizzare) linguaggi più qualificati. Certamente, nell’Ottocento accenti e consonanti rafforzate o dimezzate hanno modificato vocaboli e linguaggi. Dalla Campania alla Sicilia nell’arco del XVIII secolo al Latino gradualmente subentrò un Italiano fortemente agganciato alle lingue parlate correnti in quei territori. Al lessico popolare immediato e senza freni furono messi i veli, smorzandone l’impeto di volgarità. Traducendo in burletta: c’è stata una operazione simile all ‘annacquamento del vino.
    Non in questi termini, ma anhe in Europa fu fatta una azione pressoché analoga, consapevole e in parte propiziata anche dalla Chiesa che si era posta sempre il problema dei corpi ignudi nei dipinti e nelle statue. Un pudore convenzionale, ma attuato e fatto rispettare. La televisione sta compiedo un ruolo abbastanza strano e similare. (Forse controverso?)
    La televisione nella sua accezione più ampia ha attuato il più grande cambiamento nell’uso del linguaggio parlato. E’ un vantaggio verso l’evoluzione? Verso l’uniformità “meccanica” assolutamente Sì. Verso la distorsione della rispondenza tra il vissuto “realtà” cioé il dialetto, o l’involuzione del linguaggio convenzionale, più formale che sostanziale? Ma anche alla televisione appartiene la ricomparsa ufficiale del linguaggio-verità incarnato dal dialetto.
    Oggi affiora questa discrasia tra lingua ufficale e formale, e quella che riemerge dalla strada, autentica e rispondente a quello che è e non a quello che sembra.
    Il rischio maggiore è quello ben diverso dell’invasione massiccia, spropositata e deformante dell’immissione dell’inglese (sarebbe più esatto dire dell’americano) adottato dai nuovi “colti”. Il problema diventa cornuto e più grave che serio. Ci aspetta un Paese trilingue?
    Il Latino comunque si inabissa sempre di più: gli ignoranti giunti al poptere si sono vendicati. Anche questo, comunque, a suo tempo fu un regime.

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