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Il sessismo delle parolacce

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Campagna dello stilista Paolorossi, contestata per il suo sessismo.

Sessismo di qua, sessismo di là… Negli ultimi tempi, sono state fatte molte crociate contro il sessismo delle parolacce: peccato, però, che invece di approfondire questi temi (complessi), diversi moralisti accecati dall’isterismo hanno preso delle topiche notevoli. La più clamorosa, è stato lo scandalo dei gestacci in Senato:  i senatori Lucio Barani e Vincenzo D’Anna sono stati sospesi per 5 giorni da Palazzo Madama per aver mimato un rapporto orale all’indirizzo di alcune colleghe. Politici, giornalisti, commentatori si sono strappati le vesti, puntando il dito contro la deriva sessista del Parlamento…
Eppure, quei gesti erano senz’altro sconvenienti e osceni, ma non sessisti: come già raccontavo in questo post, quei gesti sessuali hanno un senso generale di auto-affermazione. Evocare un atto sessuale non è un modo di disprezzare le donne, ma è solo un modo per dare colore ed energia alla propria posizione. Tant’è vero che quei gesti li usano anche le donne (verso altre donne o verso gli uomini).
Il problema è che si sa poco del sessismo, e ancor meno delle parolacce. Meglio, quindi, chiarirsi le idee. Anche perché le sorprese non mancano: le parolacce sono sessiste non solo in senso misogino (odio verso le donne) ma anche in senso misandrico (odio verso gli uomini).

ALLE RADICI DEL SESSISMO
Il seno (elemento importante dell'identità femminile) equiparato a mozzarelle.

Il seno (elemento importante dell’identità femminile) equiparato a mozzarelle.

Ma prima di guardare da vicino quali sono gli insulti sessisti: cos’è il sessismo? E’ la discriminazione basata sul genere sessuale, ovvero sulle caratteristiche sociali e culturali considerate tipiche dell’identità maschile e femminile. Ovvero, ti disprezzo in quanto donna (o uomo) che non risponde alle attese della società, che non assolve al ruolo che le (gli) è stato assegnato. Queste attese non sono irrilevanti: hanno pesanti effetti sugli spazi di libertà delle persone, come racconto sull’ultimo numero di  Focus, dove ho scritto un reportage sulla discriminazione di genere.
Quando 10mila anni fa fu inventata l’agricoltura, gli uomini hanno istituito gli eserciti per difendere i raccolti dalle incursioni altrui. E vigilando sulle risorse alimentari, gli uomini hanno posto sotto controllo anche le donne, sottomettendole ed esautorandole dall’economia. Da millenni, dunque, è stata istituita una rigida e asimmetrica divisione dei ruoli: agli uomini soldi e potere (la parola patrimonio rimanda al padre-padrone), alle donne le faccende di casa e la famiglia (la parola matrimonio rimanda infatti alla madre). Una divisione che è stata funzionale fino al Dopoguerra, quando la donna è entrata nel mondo del lavoro guadagnando spazi sempre più ampi di autonomia (anche grazie ai contraccettivi, che l’hanno resa indipendente sul piano sessuale). Così l’emancipazione femminile ha messo sempre più in crisi questo scenario. Ma il tema delle disparità di genere è ancora molto sensibile, e spesso suscita reazioni isteriche: spesso si grida al sessismo anche a sproposito.

C’è traccia di questa disparità anche nel nostro lessico? Per rispondere, bisogna identificare gli insulti sessisti, ovvero quelli che usano una caratteristica negativa considerata tipica del sesso maschile/femminile per svilire un’altra persona. Ecco i principali insulti sessisti della nostra lingua, divisi per tipo:

Sessismo
verso la donna

Sessismo
verso l’uomo

Comportamento sessuale puttana (e sinonimi: vacca, troia, etc), pompinara, frigida (e sinonimi: asse da stiro,figa di legno, etc), zitella puttaniere,  frocio (e sinonimi: culattone, ricchione,, finocchio…), sfigato, impotente, travestito
Comportamento strega (e sinonimi: arpia, etc), isterica (e sinonimi: uterina, etc), oca (e sinonimi: gallina,…), fighetta (e sinonimi: sciacquina, etc) bastardo, cazzone (e sinonimi: testa di cazzo, pirla, coglione, etc), sega (e sinonimi: senza palle, etc), cornuto
Aspetto fisico racchia (e sinonimi: cessa, cozza, etc), culona, rifatta cazzo corto, pelato

Dunque, nelle parolacce, il sessismo non è solo misogino: è anche misandrico. Insomma, c’è un’insospettabile par condicio: per qualità e quantità, ciascuno dei due sessi è preso di mira senza pietà in tutti gli ambiti della vita.
Ma perché questa abbondanza? Perché gli insulti sessisti sono i più efficaci, ovvero i più offensivi. La dimensione sessuale è la più intima, profonda e delicata, e costruisce uno degli assi portanti della nostra identità. Colpire qualcuno nel sesso è, come nella boxe, dare un colpo basso, sotto la cintura. Un modo sicuro, sbrigativo e diretto di mandare l’avversario al tappeto. E infatti gli insulti funzionano tutti così. Proprio perché la loro funzione è stendere l’avversario con un sol colpo, non si perdono in distinzioni e fini analisi: sono sentenze senza processi, clichè, luoghi comuni, tecnicamente parlando stigmi, cioè etichette sociali negative. Chi si scandalizza per questo fatto è come chi contesta che un coltello tagli o che una pistola spari. Gli insulti sessisti sono prima di tutto insulti: servono a svilire un’altra persona, ad abbassarne l’autostima, a farla sentire anormale, esclusa, emarginata.

Una rara pubblicità a doppio senso con un uomo-oggetto.

Una rara pubblicità a doppio senso con un uomo-oggetto.

Ecco perché non tutti gli insulti sessisti sono utilizzati per sessismo: si usano gli insulti sessisti perché sono il modo più rapido di colpire un’altra persona. Gli insulti servono proprio per ferire, per offendere. Perciò è nella loro natura usare colpi bassi, letteralmente sotto la cintura. Poco importa del significato intrinseco delle parole usate, e ancor meno dei risvolti sociali: quando si dice “puttana” a una donna che ci taglia la strada in auto (o “frocio” a un uomo), non si ha davvero la volontà di affermare che fa la prostituta (o che è omosessuale). Il sessismo è un mezzo e non un fine. E lo stesso dicasi per le pubblicità: quelle meno creative usano il sesso e il sessismo per solleticare gli istinti più bassi, per colpire l’attenzione, più che per la volontà di perpetuare il sessismo – anche se è innegabile che danno un notevole contributo.

Detto questo, però, la par condicio negli insulti sessisti esprime davvero una parità, per quanto perversa? Per rispondere a questa domanda, bisogna verificare quali sono gli insulti sessisti più usati, e se la carica offensiva di questi insulti è uguale per ambo i sessi oppure no.
Partiamo dalla prima domanda: quali sono gli insulti sessisti più usati? L’unica indagine statistica su questo argomento è una ricerca sugli insulti più usati su Twitter, di cui ho parlato tempo fa. L’indagine, svolta da Vox (Osservatorio italiano sui diritti) presenta notevoli limiti: ha studiato tutti gli insulti misogini, ma non tutti quelli misandrici (concentrandosi solo sugli insulti omofobi). Al netto di queste limitazioni, emerge comunque una netta prevalenza di insulti misogini (59%)  rispetto a quelli omofobi (6%). Se si insulta una donna, insomma, si usano più spesso gli insulti misogini rispetto ad altri insulti non connotati in senso sessista.

volgarometroMa fra gli insulti sessisti, quali sono considerati i più offensivi? Quelli contro le donne o quelli contro gli uomini? Grazie al volgarometro, l’indagine che ho svolto anni fa, è possibile rispondere in modo puntuale.
Guardando i risultati, emerge che, nonostante le radici maschiliste della nostra cultura, c’è una consapevolezza diffusa sulla gravità degli insulti sessisti verso le donne: infatti, gli insulti sessisti nei confronti delle donne sono stati valutati come più offensivi (in particolare pompinara, con un punteggio di 2,5 su 3 e puttana, con 2,4). E questo nonostante il campione di rispondenti al sondaggio avesse una leggera prevalenza maschile (57,4%).
Lo psicoanalista argentino Ariel Arango offre una spiegazione di questo fatto: non sarebbe tanto un maggior riguardo verso la donna in quanto tale, bensì verso la figura materna. Il sesso orale e la prostituta sono tabù perché mostrano esplicitamente la donna che fa sesso senza limiti, accendendo le fobie verso la sessualità di nostra madre, che abbiamo bisogno di rimuovere dalla mente: per non violare il tabù dell’incesto, la mamma deve restare una figura casta e pura (per altri dettagli rimando alla lettura del suo libro).
Va detto, però, che anche diversi insulti sessisti verso gli uomini sono percepiti come altamente offensivi: è il caso di cazzone (2,2) e culattone (2,1). (clicca sull’immagine per ingrandire)

LA DOPPIA MORALE
Oltre che di maschilismo, il nostro vocabolario ha notevoli tracce anche della “doppia morale” segnalata dal “rapporto Kinsey” italiano, lo studio di Marzio Barbagli “La sessualità degli italiani” (Il Mulino): nella nostra cultura, ciò che è concesso agli uomini (una sessualità libera, per esempio) alle donne è vietato.
E lo si vede anche nel linguaggio: esistono nomi che acquisiscono una connotazione spregiativa solo se riferiti alle donne. La sociologa Graziella Priulla, autrice di “C’è differenza” (Franco Angeli) li ha elencati in questa tabella, che ho integrato con 3 voci:

Un cortigiano: un uomo che vive a corte Una cortigiana: una mignotta
Un uomo allegro: una persona di buonumore Una donna allegra: una mignotta
Un accompagnatore: una guida Un’accompagnatrice: una mignotta
Un intrattenitore: un uomo socievole, affabulatore Un’intrattenitrice: una mignotta
Un massaggiatore: un kinesiterapista Una massaggiatrice: una mignotta
Un professionista: uno che conosce bene il proprio lavoro Una professionista: una mignotta
Un uomo di strada: un uomo duro, temprato dalla vita Una donna di strada: una mignotta
Un uomo senza morale: un ladro, un delinquente, un corrotto Una donna senza morale: una mignotta
Un uomo molto disponibile: una persona gentile Una donna molto disponibile: una mignotta
Un uomo pubblico: un uomo famoso, in vista Una donna pubblica: una mignotta
Un uomo facile: una persona con cui è facile vivere Una donna facile: una mignotta
Un libertino: un uomo senza freni morali Una libertina: una mignotta

Insomma, l’unico valore o disvalore della donna si misura dalla sua moralità a letto. La donna non è valutata come persona, ma solo rispetto alla sua etica sessuale. Un criterio decisamente restrittivo. Tanto più se si pensa che molti termini spregiativi rivolti alle donne (puttana, zitella) non hanno il corrispettivo maschile (puttano esiste ma è scherzoso, e puttaniere può avere persino una connotazione positiva; e scapolo è un termine neutro o positivo).

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Pubblicità dei Senators, squadra di baseball: sessismo ironico.

Questo scenario vi indigna? Ovvio. Ma non è certo eliminando gli insulti sessisti che si potrà sconfiggere il sessismo. E’ poco realistico pensare che l’uomo rinunci facilmente ad armi così pratiche, profonde ed efficaci per offendere qualcuno, tant’è vero che esistono in tutte le lingue; anche perché il rapporto uomo-donna è spesso conflittuale.
Del resto, è innegabile che i presunti estremi della sessualità maschile e femminile (l’omosessualità, l’asessualità e la lussuria) sono etichette che rivelano aspetti profondi dell’identità – per quanto in chiave solo negativa.
Più che pretendere di cancellare il sintomo (gli insulti sessisti) sarebbe più efficace curare la malattia: ovvero, tentare di modificare la nostra visione del mondo, garantire più diritti alle donne, ai gay e alle prostitute, per esempio, e punire – davvero – gli abusi verbali quando è il caso. E, comunque, essere un po’ più consapevoli di quello che diciamo e del perché lo diciamo. Sarebbe già un bel progresso.

Dedico questo post alla memoria del mio caro amico Mario Tacci, spirito libero, scomparso all’improvviso lo scorso 13 ottobre. RIP

vito tartamella

vito tartamella

3 Comments

  1. Per completare i commenti sugli insulti a carattere sessuale rivolti alla donna (“lo fa troppo, la sgualdrina”). Mi pare che quelli rivolti all’uomo siano per la maggior parte, al contrario, denigranti sulla mancanza di virilità secondo i canoni ortodossi (frocione e impotente). Il che mi fa dedurre che l’invenzione scurrile è maschile: la sessualità libera della donna sfugge al potere dell’uomo su di lei (e sulla discendenza) di cui parli; l’omosessualità fa paura: se il potere è uomo, un frocio (mezzo uomo) non puo’ possedere il potere e diventa un castrato sociale

  2. credo che considerare “senza palle” un insulto misandrico sia un fatto misogino, al pari di “femminuccia”. Significa che si è deboli perché simili alle donne, questo sottende che essere donne sia l’equivalente di essere deboli e questo è un insulto.
    Allo stesso modo “frocio” non è un insulto misandrico ma un insulto omofobo. Se io usassi il tuo nome per insultare qualcuno, la parte lesa saresti tu non il presunto insultato.

    • Acuta osservazione, ma bisogna distinguere i piani: quello etimologico (origine della parola) e quello pragmatico (il significato che assume nell’interazione sociale).
      “Senza palle” nasce (sono d’accordo) come insulto misogino, ma si traduce di fatto in un insulto misandrico: ti insulto perché ti considero un maschio mancato, inadeguato (ovvero un castrato, una “femminuccia”)
      “Frocio” nasce come insulto omofobo, ma si traduce in un insulto misandrico: ti insulto – anche in questo caso – perché ti considero un maschio mancato, inadeguato (un “femminiello”).

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