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Lotta ai tumori: è arrivato il “vaffa day”

FuckCancer

Il sito della Fondazione “Fuck cancer”: fotti il cancro.

C’è una nuova arma contro i tumori: le parolacce. Per anni la parola “cancro” faceva così paura da essere impronunciabile: lo si chiamava, con un eufemismo, “brutto male”, “male incurabile”, “grave malattia”. Insomma, era quasi una parolaccia. Da qualche tempo, invece, si è inaugurata una strategia opposta: parlarne apertamente. E ora in America sono arrivati al terzo passo, osare l’inosabile: mandare il tumore affanculo. Il fenomeno non si può liquidare come una semplice goliardata: perché è un grido di battaglia che mobilita oltre 500mila persone, celebri attori come Stephen Amell e un merchandising che ha fruttato oltre 2,2 milioni di dollari in raccolta di fondi...
E allora bisogna esaminare il fenomeno seriamente: come nasce? E’ una via efficace, quella che propone? Arriverà anche in Italia?

In parte, diciamolo, è una scelta di marketing: scegliere un nome scioccante è un modo efficace per emergere fra le numerose associazioni di volontariato che competono in cerca di fondi. Un pragmatismo all’americana, fatto di vendita online di gadget ed eventi. Ma il fenomeno è interessante per un altro motivo: testimonia un cambio epocale nel rapporto fra malato e malattia.
Oggi , infatti, il tumore non è sempre sinonimo di condanna a morte. Perciò affrontarlo a viso aperto può aiutare i pazienti a superare le ansie e affrontare le terapie, spesso molto impegnative. E’ anche per questo motivo che molti personaggi pubblici (da Emma Bonino a Oliver Sacks, da Kylie Minogue a Nancy Brilli), quando scoprono di avere la malattia escono allo scoperto. Fanno “coming out“: ne parlano nelle interviste, per attivare la solidarietà degli altri, e soprattutto per darsi forza, guardare la realtà in faccia, chiamare le cose col loro nome. Tanto che oggi il rapporto dei malati col tumore non è più passivo: si parla, anzi, di “lotta al tumore“, spesso qualificato come un “nemico” da affrontare con coraggio.
E allora diventa logico fare il passo successivo: se il cancro è un nemico, perché non insultarlo apertamente? In Canada e negli Stati Uniti, infatti, stanno fiorendo diverse associazioni di volontariato che hanno scelto di chiamarsi “Fuck cancer“, ovvero “Fanculo il cancro” (ma anche il diabete, l’Alzheimer…). E hanno avuto un enorme successo in termini di iscritti e di fondi raccolti.

La nuova tendenza è decisamente insolita. Pochi giorni fa raccontavo in un post le 13 campagne sociali più volgari: a volte, una parolaccia può aiutare a scuotere l’opinione pubblica. Ma un conto è una campagna pubblicitaria, che ha un inizio e una fine, e un conto è scegliere di stare sempre sotto i riflettori chiamandosi con un nome volgare: donereste il 5 x 1000 a un’associazione che si chiama “Fanculo il cancro”?  Chiamereste il suo centralino per chiedere aiuto o consigli? Vi assocereste? La scelta è decisamente insolita, perché impegno sociale e parolacce, almeno sulla carta, non vanno d’accordo: chi dice parolacce, dicono le ricerche, risulta più schietto e simpatico ma perde autorevolezza. E questo non aiuta chi fa dell’impegno sociale la propria bandiera. Eppure, con la giusta dose di ironia e idealismo, un nome pesante può far decollare un’associazione invece di zavorrarla. Già lo psicoanalista ungherese Sàndor Ferenczi, aveva contestato l’invito di Freud a usare, con i pazienti, solo i termini medici per parlare di sesso. «In diversi casi, con questo procedimento non si ottiene niente: il paziente resta inibito e aumentano le sue resistenze», diceva Ferenczi. Meglio usare le parolacce, insomma. E uno psicoanalista contemporaneo, l’argentino Ariel Arango, si è spinto oltre: «Nessuna terapia psicanalitica può avere successo se il paziente non permette a se stesso di usare le parole oscene. Un paziente che parla della propria vita usando termini scientifici non rivela nulla della propria storia personale, ma si limita a fare un riassunto freddo e impersonale come un libro di medicina». Dunque, le parolacce – parole emotive immediate e schiette – possono essere non solo liberatorie ma anche terapeutiche. Del resto, una ricerca ha dimostrato che dire parolacce aiuta a sopportare il dolore.

IL SURFISTA
BRANDON-MCGUINNESS-FUCK-CANCER

Brandon McGuinness, fondatore di FuckCancer.org

La prima associazione ad adottare questa nuova filosofia è nata negli Stati Uniti, a Huntington Beach nel 2005. E’ la Fondazione “FuckCancer” (sfancula il cancro, fotti il cancro), fondata da Brandon McGuinness, un surfista californiano affetto da linfoma di Hodgkin: voleva aiutare altri malati di tumore ad affrontare la lotta contro questa durissima malattia con uno slogan diretto. «Le cose accadono per un motivo, e la mia ragione è stata di dare aiuto agli altri malati di cancro, e prendermi il tempo di capire perché sono qui su questa terra. Così cerco di fare del mio meglio per vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Devo tenermi in movimento».
McGuinness morì 2 anni dopo, a soli 26 anni d’età, ma l’associazione continua ad esistere tuttora e ha mantenuto il nome originale, che campeggia sulle T-shirt (ma anche borse, cappelli, occhiali) vendute per sostenere la Fondazione. Fra le sue diverse attività promuove la diagnosi precoce dei tumori e supporta i malati e le loro famiglie ad affrontare la malattia attraverso la gioia, la speranza, l’ispirazione e il coraggio (organizzando manifestazioni e spettacoli negli ospedali). La fondazione ha oltre 284mila “like” su Facebook. Non sappiamo, però, perché Brandon abbia scelto un nome così forte per la sua Fondazione: forse in un impeto di rabbia, di ribellione, o di ironia. Di certo l’ha aiutato la giovane età: da sempre le parolacce sono il linguaggio della ribellione giovanile.  

braccialet

Susan Fiedler e i braccialetti con lo slogan “Fuck cancer”.

LA DISEGNATRICE DI GIOIELLI

Una risposta più rivelatrice arriva dalla fondatrice di un’altra associazione benefica simile: Susan Fiedler, una designer di gioielli canadese di Vancouver. Nel 2008, quando ha scoperto di avere un tumore (un linfoma anche nel suo caso) ha creato una linea di braccialetti d’argento con inciso lo slogan “Fuck cancer, embrace life“, ovvero “Fotti il cancro, abbraccia la vita”.
In breve tempo i braccialetti sono diventati una linea di gioielli con marchio registrato, che servono a finanziare un’associazione impegnata nella lotta ai tumori: negli ultimi 7 anni è riuscita in questo modo a raccogliere 200mila dollari (i braccialetti d’argento ne costano 50, ma ci sono anche anelli e braccialetti d’oro: da 900 a 2.500 $). Corrispondono a 4mila braccialetti venduti: i fondi hanno finanziato 3 centri che forniscono cure mediche, Inspire Health. E l’associazione ha oltre 21mila “like” su Facebook.
Perché “fotti il cancro”? La scelta è sorprendente perché è stata fatta da una donna: di solito, il mondo femminile è più restio alle volgarità. «Le grandi battaglie hanno bisogno di grandi parole» scrive la Fiedler sul sito dell’associazione. «Vivere con un cancro richiede coraggio, consapevolezza di sè e quella fonte segreta di potere che si chiama senso dell’umorismo. Vogliamo condividere una visione della vita che consiste nel guardare in faccia la paura e trasformare una diagnosi di cancro in un abbraccio ispirato alla vita, raccontando le cose per quello che sono». Coraggio, humor, sincerità: le parolacce, in effetti possono aiutare a esprimere questi sentimenti.

L’idea del braccialetto, racconta Fiedler, le è venuta guardando il bracciale che un amico aveva comprato in una moschea indiana. Aveva inciso un verso del Corano per proteggere chi lo indossa. Così a Susan è venuta in mente l’idea di creare un braccialetto: «Dopo tutto, io sono un designer di gioielli; quale modo migliore per esprimere quello che avevo passato? Che ci crediate o no,”‘Fanculo il cancro” è stata la prima frase protettiva che mi è venuta in mente. Non perché sia scioccante o oscena, ma perché era onesta, impertinente – e divertente! “Fanculo il cancro” rivelava che il cancro non aveva ucciso la mia anima ribelle e audace… Le persone che avevano vissuto con il cancro hanno capito al volo il messaggio: era quello che tutti provavamo ma nessuno aveva il coraggio di dire. E mi piaceva l’idea di condividere questi sentimenti con altri che sceglievano di indossare il bracciale. Ho capito che quell’oggetto sarebbe stato un formidabile volano per raccogliere fondi e aprire un dialogo. Qualcosa di forte e bello».
Dunque, se le parolacce sono le parole delle emozioni, ma anche della sincerità e dell’aggressività, possono funzionare anche nell’affrontare un tumore, un “nemico” da combattere. Non solo. La parolaccia può avere anche un effetto magico: “Fanculo il cancro” è più di uno slogan, è una maledizione basata sulla fede nel potere delle parole. Ci si fa forza augurando il male al cancro, credendo che questa frase avrà effetto sulla realtà. Un cambio radicale di prospettiva, comunque: da malati-vittime a malati-protagonisti. O esibizionisti?  Si passa dalla totale impotenza a un senso di onnipotenza: ugualmente sbagliato, ma forse può attivare una reazione attiva che può portare a un’accettazione più equilibrata della malattia.

MARCHI CONTESI E TESTIMONIAL
Amell

Stephen Amell testimonial di Letsfcancer.

L’iniziativa ha funzionato, tanto che in Canada sono nate altre associazioni esplicite, come Letsfcancer (fottiamo il cancro, al plurale) con annessa vendita di T-shirt a 25 $ l’una. La charity è nata dalla fusione (nel 2015) di due enti: Fuck cancer, fondato nel 2009 da Yael Cohen Braun dopo che a sua madre era stato diagnosticato un tumore al seno; e F*ck Cancer, fondato da Julie Greenbaum nel 2010 dopo che sua madre era morta per un tumore alle ovaie. Le associazioni si occupano di prevenzione, diagnosi precoce e supporto psicologico ai malati.
A quanto pare, almeno in America, la volgarità solidale paga, anche economicamente: oggi Letsfcancer ha oltre 262mila “like” su Facebook. E in questi anni ha raccolto in tutto oltre 2 milioni di dollari vendendo T-shirt. Merito anche del supporto offerto da un celebre attore canadese che ha fatto loro da testimonial, Stephen Amell, attore della serie tv “Arrow”.
Il fenomeno ha persino scatenato dispute legali, racconta la linguista americana Nancy Friedman: quando i fondatori di Letsfcancer (di Montreal) hanno cercato di registrare il marchio, la Fiedler gli ha fatto causa (ancora aperta).
La via era tracciata, e l’esempio ha contagiato anche altre associazioni americane che si occupano di malattie degenerative o croniche, come il diabete (“fuck diabetes“, una comunità su Facebook) e l’Alzheimer (“fuck alzheimers“).  

lilt2Di recente, tra l’altro, in occasione dei recenti lutti nel mondo dello spettacolo (David Bowie, Lemmy KilmisterAlan Rickman, tutti morti per tumore) il sito musicale GigWise ha twittato una foto delle 3 star col dito medio alzato e la dedica: “Caro cancro…”
Prenderà piede anche in Italia questo nuovo approccio alle malattie? Qualche segnale c’è: lo scorso autunno, come racconto qui, la Lilt (Lega italiana per lotta contro i tumori) ha posto il fiocco rosa – simbolo internazionale della lotta contro il tumore al seno – sul L.O.V.E., la celebre scultura del “dito medio” di Cattelan davanti alla sede della Borsa di Milano.
E di certo il nostro Paese è all’avanguardia in un altro campo: l‘impegno ecologico a colpi di parolacce. Nel prossimo post, infatti, racconto un’altra storia straordinaria: quella dell’associazione ecologista “Basta merda in mare“. Per quanto possa sembrare strano, anche grazie a questo nome dirompente è riuscita a vincere la battaglia contro l’inquinamento nell’Adriatico.

Questo post è stato ripreso da AdnKronos, Corriere della seraPanorama, il Tempo, Sassari Notizie, Arezzo Web, Catania OggiAffari Italiani, ilMeteo.it e Focus.it.

LE REAZIONI: POTENZA, IMPOTENZA O ONNIPOTENZA?

SoleScopro – in ritardo – che nell’inserto “Domenica” del “Sole 24 ore” un attento lettore, lo stimato collega Armando Massarenti, ha dedicato un interessante e critico commento a questo post nella rubrica “Il graffio” del 31 gennaio. Lo ringrazio perché mi dà l’occasione per approfondire meglio un argomento ricco di sfumature e delicatissimo.
Scrive Massarenti: “Dire che mandare a quel paese il cancro possa avere un effetto contro la malattia denuncia solo la nostra impotenza e la nostra necessità di sperare e di illuderci quando ci troviamo di fronte all’imponderabile. Che poi forse è, più in piccolo, ma con prospettive meno tragiche , la stessa impotenza di quando, nella vita di ogni giorno, imprechiamo o diciamo parolacce”.
Sono d’accordo: le parolacce sono spesso l’espressione della nostra impotenza. Quando ci schiacciamo il dito con un martello, l’imprecazione che ci esce dalla bocca è un urlo di impotenza. Ma ci aiuta ad esprimere un dolore che altrimenti sarebbe inesprimibile. E questo ci fa sentire meglio: ci fa sentire meno impotenti.
La parolaccia è senz’altro un’illusione, ma un’illusione efficace. E’ come l’effetto placebo. E, come il placebo, funziona: come hanno accertato alcune ricerche, imprecare aiuta a sopportare meglio il dolore. E questa non è impotenza: è un potere.
Per quanto riguarda i tumori, però, non ho affermato che il “vaffa” “possa avere effetto contro una malattia” così tragica. Ho raccontato, invece, l’effetto che ha sulla psiche dei malati: la parolaccia può aiutarli a uscire da un senso di totale impotenza. Così, almeno, raccontano i pazienti (e i loro familiari) che hanno fondato queste associazioni, incontrando un notevole seguito in America. Anche questo non mi pare poco.
Come tutte le illusioni, certamente, anche la parolaccia va maneggiata con cautela: bisogna ricordarsi come stanno le cose, e che una malattia non la si può sconfiggere con un’imprecazione (altrimenti si passerebbe dal senso di impotenza a quello di onnipotenza, altrettanto pericoloso). Ma mi pare comunque notevole che un “vaffa” aiuti tante persone a sentirsi meglio.
Fosse anche solo un modo per portare un senso di vitalità dove c’era solo un senso di morte.
Fosse anche solo un modo per sdrammatizzare il presente.
Fosse anche solo una stampella che aiuta a fare il primo passo verso un’accettazione più equilibrata e realista della malattia: in ogni caso, mi sembrano prove di potenza – e non solo di impotenza – della parolaccia.
Che poi si possa arrivare agli stessi risultati anche per altre vie: vero anche questo. La parolaccia può essere un placebo, ma di certo non è una panacea.

vito tartamella

vito tartamella

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