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Stocazzato e webete, i nuovi insulti “social”

MilianOggi parliamo di due parolacce nuove: stocazzare e webete. E’ ancora presto per dire se entreranno nei vocabolari, ma è interessante parlarne per due ragioni: primo, perché si sono diffusi attraverso i social network, diventando in poco tempo fenomeni di massa. Secondo, perché hanno una storia curiosa e divertente. E scopriremo che, tra l’altro, non sono termini così nuovi…
Partiamo dal primo termine: che cosa vuol dire “stocazzare”? Significa fare uno scherzo goliardico. Facciamo un esempio. Vedo Roberto, e gli dico una frase-trabocchetto che stuzzichi la sua curiosità: «Sai chi ho incontrato oggi?».
Probabilmente Roberto chiederà: «No, chi?».  E qui gli arriva la risposta a bruciapelo: «Sto cazzo!». Roberto è stato “stocazzato”. Come spesso faceva Tomas Milian (nel fotomontaggio qui sopra) nei film trash.

Il meccanismo è lo stesso delle barzellette: fanno ridere perché hanno un finale a sorpresa. Ma in questo scherzo c’è qualcosa in più: la volontà di umiliare o squalificare l’altra persona. Che viene costretta a dedicare l’attenzione a una risposta senza senso, sprecando tempo ed energie. Insomma, lo stesso meccanismo di quando si suona un citofono per poi scappare o quando si fa una telefonata («Pronto, casa Rossi?», «Sì?») e si risponde con una pernacchia.
Ma che cosa c’entra l’organo sessuale maschile? Come tradurre questa espressione in parole neutre? Per rispondere, bisogna fare una piccola retromarcia. Tempo fa avevo raccontato (da questa paginala differenza fra due modi di dire in romanesco, “Sti cazzi” e “Me cojoni”. “Sti cazzi” vuol dire “Chi se ne frega”, mentre “Me cojoni” significa “Accidenti, incredibile!”. In “Sti cazzi”, l’organo sessuale maschile è sinonimo di “cosa da nulla”. E al singolare?

T-ShirtStocaAnche, ma con sfumature diverse. «Sai chi ho incontrato?». «Sto cazzo!» (= nessuno). Ma in questo caso c’è un’aggiunta: qui, cazzo significa appendice corporea inanimata, priva di intelligenza. Quindi non è propriamente “nessuno”, bensì è uno pseudo-essere: qualcosa che sembra avere vita, ma in realtà non ce l’ha. In questo senso, “‘sto cazzo” si avvicina al significato di cazzone (chi ragiona col pene invece che col cervello). “Sto cazzo” è sinonimo anche di “cosa di nessun valore”: «‘Sto cazzo di telefono che non funziona mai» (= che telefono del cazzo).
Ma non è tutto. L’espressione “‘’Sto cazzo” sposta il fulcro del discorso da un piano razionale a uno sessuale, animalesco. Evoca in particolare la “dominanza fallica”, ovvero l’affermazione di sè come leader in un gruppo: anche le scimmie, per esprimere la propria leadership nei confronti delle altre  mimano un amplesso o mostrano un’erezione («sono superiore a te: infatti potrei montarti»). Come scriveva lo zoologo Desmond Morris, «lo scopo degli insulti osceni è usare il segno più sporco, più tabù possibile come forma simbolica di attacco; invece di colpire l’avversario, lo si insulta con un gesto sessuale». E questo a prescindere dal fatto di essere maschi o femmine, e da situazioni a sfondo erotico.

Dunque, “Sto cazzo”, soprattutto se accompagnato dal gesto di indicare i genitali coi palmi delle mani aperte, si avvicina anche al significato di cazzuto: «Questo (= il pene) è ciò che mi piacerebbe darti». Spostare il discorso su questo piano sessuale-animalesco è anche un modo per scandalizzare, rompere gli schemi. Significa disappunto, contrarietà, ribellione: come nella canzone “Nessuno” degli Articolo 31 (1998), che in una strofa dice: «Ognuno si sente il diritto di dirci chi siamo, che facciamo, quando e come sbagliamo. Tante voci che mi sembra di uscire pazzo. Volete che mi tolga di qui? ‘Sto cazzo».
Se “Sto cazzo” è usato per fare uno scherzo: beh, non è un fenomeno nuovo. Una delle prime testimonianze appare già in una commedia satirica del 1977, “I nuovi mostri” (di Ettore Scola e altri registi), che fu candidata all’Oscar come miglior film straniero nel 1979.  Nell’episodio “L’elogio funebre” Alberto Sordi racconta come stocazzava al telefono:

Stocazz1Ma negli scherzi oggi in voga sui social network c’è un elemento in più: il bersaglio sono i cosiddetti vip, i personaggi pubblici. Si fa a gara, su Twitter, a chi riesce a farli cadere in trappola, esibendo la loro figuraccia come trofeo: è un modo per farli scendere dal piedistallo. Una vendetta da parte di chi non è famoso: tutti ti adulano, tutti ti mettono al centro dell’attenzione e tu ti sei montato la testa? Bene: allora ora ti costringo a darmi attenzione, e quando me la dai ti faccio uno sberleffo, lasciandoti di sasso.
Ne hanno fatte le spese Maurizio Gasparri, Roberto Bolle, Antonella Clerici, Lorella Cuccarini, Federica Panicucci, Paola Perego (che si è arrabbiata, vedi immagine), Rita Dalla Chiesa, Gerry Scotti
L’unico che ne è uscito a testa alta, con una risposta disarmante, è stato Stefano Gabbana, stilista gay dichiarato: allo “Sto cazzoooo” di una follower, ha risposto “Li adorooooo!”.

Gabbana“Stocazzare” è proprio questo. Una moda che sta crescendo negli ultimi 4 anni. Tuttavia, la prima apparizione di stocazzare l’ho trovata già in un forum del 2005, dove “sweet girl60” scriveva, parlando di una showgirl: «carina ma tutta stocazzata, cioè appariscente a bestia e sempre tutta aggiustatissima». In questo caso, però, l’aggettivo ha un altro significato: “si sente ‘sto cazzo”, ovvero “Si crede d’essere chissà chi” (significato ricollegabile a cazzuto), e invece non è niente di che (“non è un cazzo”).

WebeteDunque, “stocazzare” è in realtà un verbo che ha almeno 11 anni. Ma da qui a entrare nei dizionari ce ne passa: digitando il verbo su Google, si hanno poco meno di 800 risultati. Davvero pochini, soprattutto se paragonati alle 394mila pagine che si ottengono scrivendo “webete”, la parola lanciata solo pochi giorni fa (il 28 agosto) dal giornalista Enrico Mentana su Facebook.
Mentana ha usato il termine per rispondere a uno dei tanti che lanciavano visioni complottiste sul terremoto di Amatrice (gli immigrati che stanno negli hotel di lusso mentre i terremotati dormono in tendopoli). Mentana gli ha risposto dicendo: “Lei è un webete”, ovvero un ebete (ottuso) del Web.
L’insulto ironico ha fatto il giro di Internet. Ed è persino stata lanciata una petizione per chiedere all’Accademia della Crusca di inserire la parola nei vocabolari (potere che l’Accademia non ha).
In realtà, però, il termine esiste già dal 1993, ha scoperto Massimo Manca, docente di lingua e letteratura latina all’Università di Torino: era stato inserito nel dizionarietto dei termini gergali del Web curato da Maurizio Codogno. All’epoca il termine significava “utente che considera Internet composta solamente dalla www”, ignorando quindi l’esistenza dell’email o di altri servizi.
Ora, però, il termine assume un nuovo significato: l’ignorante, intollerante e becero, che usa Internet per diffondere odio e pregiudizi. E’ presto per dire se la parola entrerà nei dizionari, ma i personaggi che la incarnano continueranno sicuramente ad esistere. Nei secoli dei secoli.

vito tartamella

vito tartamella

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