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Esistono lingue senza parolacce?

Esistono lingue senza parolacce? La questione è affascinante: sarebbe bello un vocabolario senza bestemmie, insulti o volgarità… Ma è davvero possibile? La risposta sarebbe utile agli alfieri del “politicamente corretto”. Se fra le 7mila lingue del mondo ce n’è qualcuna priva di scurrilità, dimostrerebbe che la loro battaglia non è impossibile
Un primo indizio l’ho trovato tempo fa, quando ho intervistato un uomo straordinario, l’esploratore Robert Peroni, che da quasi 40 anni vive in Groenlandia: ci arrivò per una spedizione e rimase affascinato dai luoghi e della cultura degli Inuit, il popolo dei ghiacci che vive fra Groenlandia, Alaska e Canada.
Gli Inuit sono fra i popoli col più alto senso della comunità e della fratellanza sociale: vivere fra i ghiacci, in un ambiente ostile, è impossibile senza collaborazione. “Nella loro lingua non ci sono parolacce” mi ha raccontato Peroni. “Non mi risulta che ci siano imprecazioni né tanto meno insulti, perché la gente è tranquilla e molto rispettosa l’una con l’altra. Nessuno si sognerebbe di prendere in giro o di offendere qualcun altro, in nessuna circostanza”. (Foto sopra e sotto, elaborazione Shutterstock).

Il racconto di Peroni era intrigante. E così mi sono mosso per approfondire la questione con un esperto di lingua inuit. Dopo lunghe e difficili ricerche, mi ha risposto il professor Louis-Jacques Dorais, linguista e antropologo dell’Università di Laval (Canada). Un accademico esperto non solo di lingua ma anche di tradizioni inuit. «E’ vero» mi ha spiegato. «Nella lingua inuit non esistono le parolacce. Ma conosco due eccezioni: irqaaluk, cioè “culone”, “chiappone”, termine usato non come insulto verso qualcuno ma come imprecazione nei momenti di rabbia (tipo “Merda!”); e utsualuit “la tua grande vagina” usato come insulto da donna a donna».
Dunque, in realtà, alcune parolacce esistono, ma non nel modo in cui le intendiamo noi: nessuna singola parola è considerata oscena o proibita. Esistono parole per esprimere la rabbia o l’aggressività, ma è un vocabolario molto ristretto per un popolo a basso tasso di aggressività.
E nel resto del mondo? Impossibile sapere i dettagli di migliaia di lingue. Ma dall’inchiesta che ho fatto, la situazione – pur nelle varianti –  mi sembra simile a quella degli Inuit. Nelle lingue bicolane, parlate nelle Filippine, non esistono parolacce, ma c’è un vocabolario speciale per esprimere la rabbia: una sorta di slang, di gergo usato per far capire all’interlocutore che si è arrabbiati. Il significato di una parola non cambia, cambia però la sua sfumatura emotiva: come per esempio quando usiamo certe parole del gergo militare come muffa, spina, scoppiato, cane morto.
In luganda (lingua parlata in Uganda), invece, si insulta semplicemente variando il prefisso delle parole: per insultare una persona basta rivolgersi a lei usando i prefissi riservati agli oggetti (equivale a chiamare qualcuno “Ehi coso!”). Anche in italiano accade qualcosa di simile quando trasformiamo le parole aggiungendovi i suffissi: “ometto” è spregiativo rispetto a “uomo”, come “donnaccia” lo è rispetto a “donna” (ne ho parlato qui).

Un capo Piaroa (foto Ronny Velazquez e Nilo Ortiz).

Nella lingua Cashinahua, parlata da alcune tribù in Perù e Brasile, c’è un uso delle parole che si avvicina alla nostra tradizione carnevalesca. Nei momenti di festa, infatti, cantano canzoni nelle quali si usano termini scatologici (riguardanti gli escrementi) e sessuali (sui genitali maschili e femminili): di per sè non sono parole tabù, ma vengono usate in modo ironico nei testi delle canzoni che diventano provocanti, ridicole e insultanti (uno dei testi dice: “Hem, hem, la vagina è pelosa”). Insomma, liberano dai tabù come avviene quando i comici (da Benigni a Zalone) dicono le parolacce.
In generale, infatti, le culture etniche hanno diverse parole che non si possono dire: sono l’equivalente delle nostre parolacce, anche se non si riferiscono necessariamente a genitali, escrementi o divinità. I Piaroa, per esempio, una tribù pacifica che vive fra Colombia e Venezuela (foto a destra), non usano i loro nomi personali fino all’età di 5 anni: pronunciare il nome di una persona è sia un insulto che una situazione imbarazzante per chi lo ascolta. Dire il nome di qualcuno è considerato una forma di confidenza intima che riguarda la sfera più privata di una persona.

Ma una lingua davvero priva di parolacce esiste: è il giapponese. Nel loro dizionario non ci sono parole di registro basso e vietate. Ma essendo una lingua molto attenta ai toni di voce, per insultare basta usare un tono di voce basso e gutturale, oppure urlare. Un altro modo di insultare qualcuno è rompere le rigide regole dell’etichetta: per esempio, rivolgersi a un anziano, a un’autorità o a un superiore usando una confidenza indebita, ovvero cambiando i pronomi personali: dandogli del tu (temee) invece che del lei.
In tempi più moderni, i giapponesi hanno escogitato anche un modo di insultare che si avvicina alle nostre parolacce: per esempio usando in modo denigratorio i termini “escremento” (kuso) o “prostituta/cagna” (ama). L’equivalente del nostro vaffanculo è il più crudo shine, ovvero “muori”. Se volete saperne di più, guardate questa divertente video lezione (in inglese, con sottotitoli attivabili):

Quali conclusioni trarre da questo giro del mondo linguistico? Tutti gli studiosi di turpiloquio concordano nel dire che nessuna delle funzioni svolte dalle parolacce (insultare, ma anche descrivere, enfatizzare, sfogare… ne ho parlato qui) di per sè richiede solo e soltanto le parolacce per essere espressa. Ma quelle funzioni comunicative sono ineliminabili: e infatti vengono svolte anche nelle culture prive di turpiloquio.
Salta all’occhio che, gratta gratta, le funzioni fondamentali delle parolacce sono presenti anche nelle culture prive di lessico scurrile:
– l’ostilità, l’odio, il disprezzo;
il sesso (che non può mai essere inoffensivo);
l’aspetto fisico (biologicamente fondamentale, perché veicola informazioni sulla nostra salute);
gli escrementi (altrettanto fondamentali per la salute e l’igiene).
Ecco perché mi fanno sorridere le campagne del “politicamente corretto”: ammesso (e non concesso!) di riuscire a cancellare le parole d’odio (hate speech), non elimineremo per ciò stesso l’odio. Che è poi la vera causa profonda della violenza o dell’emarginazione, non certo le parolacce in quanto tali. Che, ricordiamolo, sono e restano soltanto parole: possono ferire, ma lo fanno sul piano simbolico. Non fanno danni irreversibili come un’aggressione fisica. Tant’è vero che quando le si conosce, le si adottano subito: chiedete ai vostri amici giapponesi

vito tartamella

vito tartamella

8 Comments

  1. Molto, molto interessante, bravo per il lavoro di ricerca.
    Dal che si deduce che Voldermort è una parolaccia per i maghi, visto che lo chiamano You-know-who… 😉
    Non sono però d’accordo sulle conseguenze delle parolacce e della parola in genere rispetto alle violenze fisiche. Le conseguenze possono essere più gravi proprio perché agiscono sul simbolico quindi nel profondo e in modo subconscio.

    • Cara Frida, quando ho scritto che le parolacce sono meno gravi di un’aggressione fisica, intendevo dire che per una botta in testa puoi morire, mentre le parolacce non hanno mai ucciso – fisicamente – nessuno. Con ciò non intendo dire che le ferite dell’anima siano meno dolorose, ma sono reversibili: si può guarire. Quelle del corpo, invece, possono essere mortali.

  2. Caro Signor Tartamella,
    Vivo in Giappone da 37 anni. Il giapponese è una lingua che parlo e leggo quotidianamente. Posso assicurarla che questa che il giapponese che non ha parolacce si sente spesso ma è una favola. Ad esempio くそったれ ((kusottare) voul dire “grondi merda”. Se vuole ne possiamo riparlare.

    • Gentile signor Baldassari, non conosco il giapponese ma mi affido a quanto dicono i giapponesi (come il video in coda al mio post) e gli esperti di linguistica come Victor Mair (qui) e molti altri.
      Forse c’è un equivoco: il giapponese non ha un lessico volgare che sia considerato inappropriato da usare in ogni circostanza. Presumo che il termine da lei indicato per denotare gli escrementi (kuso) sia traducibile come il nostro “feci”, cioè un termine neutro; ma, usato per riferirsi a una persona diventa offensivo, senza peraltro perdere il suo carattere di parola neutra.
      Senza nulla togliere alla sua personale esperienza, tutte le fonti che ho consultato – e le assicuro che non sono poche – sono concordi nell’affermare che il giapponese non ha un lessico volgare. Bisogna intendersi bene, infatti, su cosa sono le parolacce: ne ho parlato qui. Le parolacce sono un lessico di registro basso e con connotazione estremamente negativa.

  3. Caro Signor Tartamella,
    Vivo in Giappone da 37 anni. Il giapponese è una lingua che parlo e leggo quotidianamente. Posso assicurarla che questa che il giapponese che non ha parolacce si sente spesso ma è una favola. Ad esempio くそったれ ((kusottare) voul dire “perdi merda (dal culo)”. 糞食らえ (kusokurae) vuol dire “vai a mangiar merda”. C’è anche クソ勃興.
    Presumo non parli giapponese. Non prenda sul serio queste chiacchere.

  4. Le fonti di notizie fasulle sul Giappone abbondano. Di gente che parla bene il Gispponese non ce n’è motlta.Kuso non vuole dire escrementi. Vuol dire merda e sporcizia, ad esempio le caccole del naso. Lei faccia come crede, ma le consiglio di non credere A queste storie

    • Non ho motivo di dubitare di quanto mi dice. Il punto – assai delicato – è capire fino in fondo se il giapponese abbia o no un registro linguistico basso, colloquiale, popolare, spregiativo e al tempo stesso con limiti d’uso.
      Se le parole che lei segnala hanno queste 2 caratteristiche, sono indubbiamente parolacce.
      Non conosco il giapponese, quindi devo affidarmi a fonti qualificate: può darsi che lei lo sia (è un linguista? un traduttore? Glielo chiedo per capire a che livello lei è esperto, senza nulla togliere alla sua conoscenza del giapponese).
      Di certo, l’autore che le ho citato, Victor Mair, è una fonte qualificata: è docente di lingue orientali all’università Penn e ha insegnato anche a Kyoto (ecco il suo profilo), e Reina Scully, la protagonista del video che ho pubblicato, è di madrelingua giapponese, trapiantata negli Usa e fa la traduttrice di anime e manga.
      Se mi segnala fonti almeno altrettanto autorevoli che sostengano la sua stessa ipotesi, le leggerò con interesse.

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