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In quale lingua imprecano i bilingui?

(elaborazione foto Shutterstock)

Daniela è un’italiana che vive a Madrid da 5 anni. “Parlo in spagnolo e sogno in spagnolo. Ma quando mi arrabbio è più forte di me: comincio a imprecare in italiano. E’ qualcosa di viscerale e quindi uso la mia lingua. Per quanto si sappia bene un’altra lingua, è molto difficile che si riescano a usare correttamente le sue parolacce. Come ho letto in un libro: ‘Le parole sono quelle, ma manca la musica…’”.
Il racconto di Daniela pone una questione intrigante: come usano il turpiloquio le persone bilingui? E perché anche chi padroneggia un nuovo idioma continua a imprecare nella lingua madre?
Il fenomeno non è isolato, tanto che diversi studi scientifici – che vi racconto in questo articolo – ne hanno approfondito le ragioni con alcuni esperimenti. Ed è un tema d’attualità, visto che solo nel 2015 (ultimi dati Istat)  oltre 147mila italiani sono emigrati all’estero, per lo più in Regno Unito, Germania, Svizzera e Francia.
Dedico questo articolo a loro, tanto più che fra le centinaia di migliaia di navigatori di questo sito, il 28% risiede all’estero: soprattutto negli Usa, in Russia, Germania, Francia, Cina, Ucraina, Regno Unito, Svizzera, Brasile, Spagna, Paesi Bassi, Canada.

Quando si va a vivere in un nuovo Paese, spesso le parolacce sono una delle prime curiosità: come ci si manda affanculo in spagnolo? (Risposta: va a la mierda). Come si dice “culona” in inglese? (Fat ass). E così via.

Poster sulle parolacce italiane e inglesi (clic per ingrandire).

Queste domande, infatti, soddisfano una fantasia profonda: imparare le parole di un’altra lingua significa immergersi in una cultura diversa. Si può guardare il mondo da un altro punto di vista, e questo apre la mente a nuove prospettive, facendoci capire che il nostro sistema di valori non è l’unico possibile. Anche con le parole scurrili.
E oltre a stimolare la fantasia, conoscere il turpiloquio in un’altra lingua è utile. Anzi: è fondamentale.
Per vivere in un altro Paese, infatti, non basta saper chiedere un biglietto del treno in stazione o sapere se bisogna lasciare una mancia al bar. E’ altrettanto importante saper riconoscere gli insulti, per capire se qualcuno ci sta offendendo o prendendo in giro, come racconto nel mio
libro.
Dunque, anche se nessun testo scolastico le insegna, le espressioni volgari sono parte integrante della competenza linguistica, ovvero del saper parlare e capire un altro idioma.
Sfoggiare una parolaccia durante una chiacchierata con nuovi amici stranieri fa guadagnare punti e simpatia: si dà l’impressione di padroneggiare la nuova lingua, e di essere pienamente integrati. Ma è anche un azzardo: dire una parolaccia al momento sbagliato o alla persona sbagliata, fa fare pessime figure. L’abbiamo visto, per esempio, quando ho raccontato i gesti da non fare all’estero.

E lo stesso avviene quando si usano espressioni gergali. Ne sa qualcosa Emanuela, una milanese che vive a Dallas (Usa) dal 2006. Ecco che cosa le è successo durante un party estivo.

GAFFE
“Dopo un bel bicchiere di bianco a stomaco vuoto, ho detto a mr Johnson, il giapponese: “You’re a bad ass!”. Mr. Johnson mi ha guardato con aria interrogativa. Fra i presenti è calato il gelo. La mia amica mi ha dato una gomitata. Quell’espressione voleva dire “sei un gran figlio di puttana”; in realtà volevo dirgli che era un furbacchione (smart ass).
In totale imbarazzo ho cercato di giustificarmi: “Ma non è una brutta parola, vero? L’ho sentita usare tante volte…”.
La mia amica con lo sguardo severo mi ha detto: “Cara, non direi mai quell’espressione se sono fra persone educate”.

(elaborazione foto Shutterstock)

Ma non è tutta colpa mia! L’inglese è pieno di espressioni con ass (culo): asshole (stronzo), damn ass (coglione), asswipe (stronzo), pain in the ass (cagacazzi), sweat your ass off (farsi il culo), make an ass of yourself (fare la parte del cretino), kiss my ass (baciami il culo), ass head (testa di cazzo), ecc. E orientarsi è difficile: in un’altra lingua occorre tempo per distinguere un’espressione colorita e divertente da una considerata volgare e offensiva. Per questo si finisce a volte per usare espressioni che non si direbbero mai nella propria. E c’è un ulteriore problema: la stessa parola, se si vuole usare uno stile confidenziale e informale, detta da un madrelingua e da uno straniero può acquistare significati molto diversi, anche se è pronunciata correttamente”. 

Le parolacce, infatti, sono parole emotivamente cariche: e come è difficile tradurre le emozioni a parole, così è difficile tradurre tutte le sfumature di una parola volgare da una lingua all’altra (ne parlavo qui a proposito delle traduzioni, spesso inaccurate, dei film).
Dunque, padroneggiare le parolacce in un’altra lingua è davvero difficile, perché sono parole ricche di sfumature di significato, le connotazioni. E’ per questo, allora, che quando sono infuriati, gli emigrati imprecano nella loro lingua madre? Un esperimento ha dimostrato che non è tanto una questione di conoscenza linguistica: è soprattutto una questione emotiva.
Gli scienziati l’hanno accertato con un esperimento interessante: sono riusciti infatti a quantificare la carica emotiva delle parolacce nelle persone bilingui. In che modo? Misurando la loro… carica elettrica.
Le parolacce, infatti, oltre ad essere controllate dalle aree del cervello che elaborano le emozioni (vedi il mio articolo sull’anatomia del turpiloquio) hanno anche un effetto fisico: quando le si ascolta, nel giro di 1 secondo fanno aumentare la sudorazione della pelle, facendo salire per 2-6 secondi la sua conduttività elettrica, che si può misurare con alcuni elettrodi applicati alle dita della mano. Leggere o dire una parolaccia, infatti, significa rompere un tabù e questo è uno stress per il nostro corpo, oltre che per la nostra mente.

Un esperimento elettrico

Apparecchio per misurare la conduttanza della pelle.

Così due ricercatrici inglesi, Tina Eilola e Jelena Havelka, psicologa dell’università di Leeds (Uk) hanno deciso di sfruttare questo effetto per misurare, nei bilingui, le risposte emotive alle parolacce nella lingua madre (L1) e nella seconda lingua appresa (L2)Per fare questo studio hanno reclutato 72 volontari: 39 madre lingua inglese e 33 bilingui (greco e inglese).
A tutti hanno applicato alcuni elettrodi a due dita delle mano (v. foto): servivano a misurare la risposta galvanica (Galvanic skin response, la conduttività elettrica) della pelle mentre leggevano liste di parole (neutre, positive, negative e parolacce) in ambo le lingue. Queste parole erano stampate in diversi colori: i volontari, guardandole, dovevano dire ad alta voce il loro colore.
In  una riga, per esempio, poteva essere scritta una sequenza del genere:

ciao     merda     miele     incidente     auto

Il test sfruttava l’effetto Stroop, noto da decenni in psicologia: quando svolgono un compito del genere, le persone hanno un momento di esitazione (tempo di latenza), soprattutto se il colore di una parola è diverso dal suo significato (per esempio, se la parola blu è scritta in un altro colore, per esempio in rosso).

Questa esitazione avviene anche quando bisogna indicare il colore di parole forti, che fanno aumentare la conduttività della pelle.
Il risultato dell’esperimento è stato inequivocabile: sia i parlanti monolingua che i bilingui avevano le esitazioni più lunghe e i picchi più alti di corrente quando dovevano leggere parole negative o scurrili.
Nei bilingui, però, i valori elettrici erano più alti con le parolacce scritte nella lingua madre (L1) invece che in quella appresa poi (L2): segno inequivocabile che la seconda lingua è emotivamente meno carica.

Perché avviene questo? Secondo una ricerca di Jean-Marc Dewaele, linguista dell’Università di Londra, molto dipende dall’età e dal contesto in cui si impara una lingua: se la si apprende da bambini (entro i 12 anni di età), si assorbono anche i colori emotivi associati alle espressioni.

Uno dei pochi dizionari di parolacce in inglese.

Tanto più se si impara una lingua nei contesti naturali, attraverso le interazioni con altre persone: i significati di una parola non sono trasmessi solo da dizionari e regole grammaticali, ma soprattutto dai toni di voce e dalle espressioni facciali di chi le pronuncia. Uno psicologo statunitense, Albert Mehrabian, ha scoperto infatti che solo il 7% della comunicazione è espressa dalle parole; la maggior parte dei contenuti passano soprattutto attraverso i movimenti del corpo e la mimica facciale (55%) e da volume, tono, ritmo e di voce (38%). La comunicazione non-verbale trasmette più informazioni di quella verbale.
Ecco perché, in caso di tempesta emotiva, chi diventa bilingue in età adulta impreca nella propria lingua d’origine.
Ma questa differenza emotiva non è solo uno svantaggio: chi vive all’estero spesso racconta che nella nuova lingua – inglese, spagnolo o francese che sia – riesce a parlare meglio di argomenti spinosi o a prendere decisioni difficili. Una lingua meno “calda”, quindi, aiuta a guardare le cose con più distacco e lucidità.
Insomma, come diceva re Carlo V D’Asburgo e di Spagna (1500-1558) “parlo in spagnolo a Dio, in italiano alle donne, in francese agli uomini, e in tedesco al mio cavallo.”

TESTIMONIANZE

Avviene così anche per voi, se vivete fuori dall’Italia? E i vostri figli come dicono le parolacce? Nella lingua del Paese in cui vivete, o in italiano? E se avete un marito/moglie straniero, vostro figlio in quale lingua impreca?
Raccontate le vostre esperienze nei commenti a questo post. E’ un campo tutto da indagare.
Tra l’altro, proprio in questi giorni la Stampa ha parlato del successo di Gabriele Benni, un bolognese trapiantato in Cile. Ha un grande successo come comico perché usa con nonchalance un sacco di parolacce che – se fossero dette da un cileno – farebbero scandalo; lui invece, da straniero, le dice con innocente e incosciente leggerezza, anche se conosce benissimo il loro significato: e questo genera un effetto ridicolo irresistibile….

vito tartamella

vito tartamella

10 Comments

  1. le parolacce fanno emergere qualcosa di radicale. i miei figli mi hanno fatto notare che, quando mi arrabbio, “mi viene fuori” l’accento abruzzese. da quando mi è stata fatta questa osservazione, se mi scappano parolacce (che non uso “a freddo” o come intercalare), sempre più facilmente mi viene da pronunciarle in dialetto (che, fra l’altro, conosco poco e male)
    è come se l’osservazione avesse svelato qualcosa che, da quel momento, non devo più tenere sotto controllo.
    eppure, normalmente, 35 anni di vita milanese e una grande attenzione, anche durante l’infanzia e la giovinezza, a evitare inflessioni e accenti, fanno di me una parlante corretta, mediamente forbita e dalla pronuncia abbastanza neutra

    • Testimonianza molto interessante. Anche perché quelli che chiamiamo impropriamente “dialetti” sono in realtà lingue… E hanno un valore in più: essendo lingue popolari per eccellenza, riescono a esprimere con più espressività il linguaggio volgare (*da volgo, popolo), come raccontavo in questo post. Grazie del suo racconto!

  2. non credo sia vero, che si impreca sempre nella lingua madre. Bisogna fare alcune distinzioni.
    Sono tedesco e parlo italiano, ma anche in Italia conto in tedesco.
    La lingua dei sogni dipende dal contesto : a seconda di dove mi trovo sogno in tedesco, italiano ed inglese. Tra l’altro mi sono sempre chiesto, se gli italiani del mio sogno parlino correttamente l’italiano o come me un po’ meno …
    Quando parlo l’italiano impreco molto di più in italiano, “ca**o” è quasi un intercalare …
    quindi: se mi cade a terra la tazza vuota, dico: “cazzo”. Ma se era piena dico “SCHEISSE” 🙂

    • Interessante! In realtà la sua precisazione conferma quanto ho scritto: nei momenti di rabbia più intensa (quando cade la tazza piena) si impreca nella lingua madre! Tra l’altro, il fatto che lei continui a contare e far di conto in tedesco mi fa capire un altro aspetto importante della questione.
      Numeri e calcoli sono forme di automatismo mnemonico: le tabelline si imparano nella propria lingua madre e restano memorizzate come stringhe automatiche, non pensiamo più neanche al loro significato. Ebbene, in questo somigliano alle imprecazioni: una volta imparate, le memorizziamo nell’emisfero destro del cervello e le diciamo in modo automatico (vedi il mio articolo sull’anatomia del turpiloquio), senza più pensare al loro significato originario. Dunque, credo sia questo il motivo principale per cui si continua a imprecare nella lingua madre: non solo perché è più carica di emozioni, ma anche perché abbiamo memorizzato le sue espressioni come formule automatiche, che diciamo senza pensarci come fossero un riflesso neurologico.

  3. Si impreca nella língua materna, sia essa un dialetto, sia essa una língua ‘standard’. Così hanno dimostrato i risultati di una ricerca condotta in Brasile con persone bilingui dialetto italiano/portoghese.
    Parlavano normalmente in portoghese, però al momento di dire una parolaccia lo facevano nella loro língua materna, cioè, nel dialetto italiano (veneto). Curiosamente, ho osservato che anche i tedeschi dell’area limítrofe con quella degli italiani, che non parlavano in dialetto italiano, quando si arrabbiavano, bestemmiavano in dialetto. Fantastico, no?!

    • Bellissimo! Il fatto che i tedeschi imprecassero in italiano, penso dipenda dal fatto che la loro lingua è povera di parolacce: ho visto molti amici tedeschi, trapiantati in Italia, che hanno fatto proprie le nostre espressioni scurrili, di cui loro sono quasi privi, come molte lingue nordiche. Grazie della testimonianza d’oltreoceano!

  4. Interessante… io sono straniera in Italia con buona padronanza della lingua italiana, però le parolacce in italiano per me non hanno nessuna carica emotiva. Forse perché sono di madrelingua serbo croata nota per le parolacce che suonano più pesanti, la lingua di per sé è meno colta rispetto all’ italiano.

    • Non so se il serbo-croato sia un linguaggio meno colto. Credo invece che molto dipenda dall’età in cui si impara la seconda lingua: lei quanti anni ha oggi, e a quale età ha imparato l’italiano? Da quanto racconta, immagino che l’abbia imparato quando era già grandicella o sbaglio? Grazie della sua testimonianza.

  5. Ho imparato l’inglese a 5 anni e ho fatto tutti gli studi universitari in America . Impreco con uguale soddisfazione nelle due lingue , tant’è la mia figlia più grande , che cresce bilingue , è attratta dalle parolacce in inglese . Credo molto dipenda dall’età in cui si impara una lingua. Ho letto che se si impara da piccoli le parole tutte hanno una carica emotiva maggiore rispetto a chi la lingua la studia . Immergersi in un’altra cultura da piccoli richiede un adattamento diverso per garantire l’accettazione e quindi la sopravvivenza del piccolo … credo che essere riconosciuti come parte del branco sia più importante a quell’eta’ . Questo fa sì che insieme all’apprendimento della lingua vi sia anche una forte assimilazione culturale, indipensabile per cogliere quelle sfumature che solo studiando la semantica di possono capire (e non cogliere) . Mi permetto di dire che dovreste togliere lo specchietto delle parolacce in inglese : alcune traduzioni sono inesatte o palesemente errate e ci sono anche errori di spelling (break non breack)

    • La sua testimonianza conferma ciò che dicono gli studi: quanto prima si impara una lingua, e nei contesti naturali (non solo lezioni scolastiche), quanto meglio si assorbono i colori emotivi delle parolacce.
      Per quanto riguarda lo specchietto… ha ragione, me ne rendo conto, ma non ho trovato di meglio: chi ha immagini migliori si faccia avanti!

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