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Le parolacce di Totò

Scena da “Il più comico spettacolo del mondo” (1953).

Fra i tanti miti su Totò ce n’è uno che demolirò (solo in parte!) in questo articolo: ovvero, che in tutti i suoi film – ben 97 in 31 anni di carriera – non abbia mai detto una sola parolaccia.
Sbagliato: ne ha dette tre, o per essere precisi: due e mezza. In questo articolo vi mostrerò un video con le scene più “hot”, unite insieme per la prima volta. Resta comunque un record per un uomo che «odiava le barzellette, le parolacce, le carte da gioco e i dolci», come racconta Ennio Bispuri nel libro “La vita di Totò”. Spesso infatti i comici, nella vita, sono molto seri.
Anzi, proprio lui che era tanto rigoroso, oltre che conservatore, aristocratico e monarchico, si ritrovò suo malgrado a indossare i panni del sovversivo: diversi film da lui interpretati, infatti, furono oggetto di aspre censure, in realtà più per gli argomenti trattati che per il linguaggio. Ne parlo in questo articolo, in occasione del 50° anniversario della sua scomparsa che ricorre quest’anno.

Le 3 volgarità

Ma andiamo con ordine. E partiamo dalle uniche tre parolacce pronunciate dal Principe della risata, il quale, più che alle battute verbali, affidava la sua comicità soprattutto alla mimica, della quale fu un maestro insuperato. Le volgarità appaiono in tre film consecutivi dei primi anni ’60:

I DUE MARESCIALLI (1961)

Il film è ambientato nel 1943, in piena guerra mondiale. Totò è nei panni Antonio Capurro, un ladruncolo: per salvarsi dall’arresto, riesce a prendere il posto di un maresciallo dei carabinieri (Vittorio De Sica) nel paese di Scalitto. Ma si troverà a dover svolgere il difficile compito di fronteggiare, con l’autorità della divisa, i nazisti e i fascisti presenti nel paese.
In una delle scene iniziali, Totò incontra in caserma, alla presenza del tenente tedesco Kessler, il podestà fascista Achille Pennica (Gianni Agus). Fra lui e Totò scatta un’antipatia immediata, con frecciatine reciproche. Quando Kessler, in un momento d’ira, colpisce per sbaglio la mano di Totò con un frustino, lui esplode in un «Li mortacci tua!».

I DUE COLONNELLI (1962)

Anche questo film è ambientato nel 1943 a Montegreco, al confine fra la Grecia e l’Albania. Totò interpreta il colonnello fascista Antonio Di Maggio, il quale riceve l’ordine dal maggiore Kruger, un nazista, di bombardare il paese e uccidere donne, vecchi e bambini per stanare i nemici inglesi. Ma Totò si rifiuta: «Io l’ordine di sparare non lo darò né ora né mai». Kruger lo minaccia: «Badate colonnello, che io ho carta bianca! (sono autorizzato a fare qualsiasi cosa, ndr)». E Totò gli risponde: «E ci si pulisca il culo!!!!». Una risposta liberatoria, che anticipa di 14 anni la scena in cui Fantozzi, dopo essere stato costretto a vedere un noioso cineforum aziendale, urla: «La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!».

IL MONACO DI MONZA (1963)

Il film è ambientato nel 1600 (come la vicenda della monaca di Monza). Totò è nei panni di Pasquale Cicciacalda, un calzolaio che per mantenere 12 figli si traveste da frate alla ricerca di cibo e carità. A lui si unisce un pastore, Mamozio (Macario) e insieme giungono al castello del perfido marchese Egidio De Lattanzis (Nino Taranto). Dopo varie peripezie, i due credono di essere riusciti ad avvelenare il marchese, che si finge morto (tanto che poi “resusciterà”).
In una scena, Totò e Macario, dopo aver subìto varie angherie, si sfogano insultando il suo corpo in apparenza senza vita. «Birichino!» gli dice, timido, Macario. «Ma che birichino!» ribatte Totò. «Questo è un figlio di una mignocca (mignotta, ndr) bisogna trattarlo così!» e gli dà uno schiaffo.

Dunque, due parolacce più un eufemismo che però lascia trasparire il suo significato originario. Guardando più a fondo, sono due insulti (“mortacci tua” e “figlio di una mignotta”) e un’oscenità (“culo”), e sono stati usati tutti per esprimere un’emozione forte, la rabbia.
Sorprende che queste tre espressioni – oggi fanno sorridere, ma all’epoca erano considerate forti – siano sopravvissute al vaglio della censura cinematografica, che in quegli anni era molto attiva sui film: prima di essere proiettati nelle sale, infatti, le pellicole erano sottoposte al vaglio di una Commissione di revisione, che indicava i contenuti sensibili, scandalosi o critici, da tagliare. Nei primi due casi, forse il sentimento antifascista incarnato dalle battute di Totò, ha prevalso sulle remore linguistiche.
In ogni caso, Steno (Stefano Vanzina) il regista de “I due colonnelli” raccontò che dovette faticare non poco per convincere Totò a pronunciare la parola “culo”. Ma, come tutti i professionisti, anche il Principe si è dovuto adattare alle esigenze narrative del copione.
Se volete ascoltare le tre storiche parolacce di Totò, eccole riunite in un unico video qui sotto: le trovate al minuto 1:30 (“mortacci tua”), al minuto  4:09 (“culo”) e al minuto 5:52 (“mignocca”). Qualcuno afferma che queste siano state le prime parolacce nella storia del cinema italiano: falso! Ne sono state pronunciate altre ben prima di questi film, e non da Totò. Per chi è interessato, lo racconto nel mio libro.

Pulito ma censurato

Eppure, nonostante questo record (oggi inimmaginabile per un comico) il napoletano Antonio De Curtis fu tra gli attori più censurati della sua epoca. Com’è possibile?In alcuni casi, fu proprio per la presenza di parolacce nel copione: sempre ne “I due marescialli” fu tagliata una battuta in cui Totò diceva a De Sica «Questi figli di puttane!».
Il film “I soliti ignoti” (1958) doveva intitolarsi “Le madame” (soprannome della polizia in romanesco) ma fu censurato come termine irrispettoso, perché evocava anche le prostitute.
In “Totò, Peppino e… la dolce vita” (1961) furono cassate le battute che giocavano sul doppio senso Procio-frocio (una sensibilità anti-omofoba): il regista, Sergio Corbucci, dovette tagliare una scena in cui Totò e Peppino prendevano in giro i personaggi della “dolce vita” con riferimento all’Odissea: «Qui, guardati intorno, sono tutti Proci!» dice Totò e Peppino risponde: «Me ne sono accorto»; ribatte Totò: «Oggi essere Procio è un titolo d’onore. Io, per esempio, se fossi in te, dato che hai anche il fisico, modestamente, fatti Procio!» e ancora «Tu sei scemo!», «Fatti Procio!», «Ma vattene!».

Scena da “Totò a colori” (1952).

Ma, tolte queste eccezioni, Totò fu censurato soprattutto per gli argomenti trattati nei film. Molti tagli riguardavano frecciate polemiche (già allora!) contro i politici corrotti. In “Sua eccellenza si fermò a mangiare” (1961), per esempio, fu sforbiciata una battuta sui ministri ladri («Se è ministro, per forza!»), così come in “Totò all’inferno” (un diavolo: «E’ un onorevole, dallo in pasto agli elettori»).

Ma la palma del film più osteggiato dai censori va a “Totò e Carolina” (1955) di Mario Monicelli: racconta la storia di un poliziotto vedovo, che accoglie in casa una ragazza scappata di casa perché incinta. Un tema spinosissimo per quell’epoca. Il film si arenò per un anno e mezzo fra audizioni e polemiche: Monicelli dovette fare 82 tagli prima di riuscire a proiettarlo nei cinema. I censori temevano di mettere in ridicolo l’immagine della polizia, e tagliarono tutti i riferimenti critici verso le forze dell’ordine: la battuta «Io le guardie le conosco, sò carogne!» fu attenuata in «Io le guardie le conosco, sò dritte!».
Per prendere ulteriormente le distanze, il nome del protagonista, impersonato da Totò, fu il farsesco Antonio Caccavallo (un cognome che è tutto un programma). E il capo del governo, Scelba, impose che subito dopo i titoli di testa fosse inserita questa avvertenza: «Il personaggio interpretato da Totò in questo film appartiene al mondo della pura fantasia. Il fatto stesso che la vicenda sia vissuta da Totò, trasporta il tutto in un mondo e su un piano particolare. Gli eventuali riflessi nella realtà non hanno riferimenti precisi, e sono sempre riscattati da quel clima dell’irreale che non intacca minimamente la riconoscenza e il rispetto che ogni cittadino deve alle forze di Polizia». Da che mondo è mondo, il Potere non tollera le prese in giro.
In più, oltre al tema della gravidanza illegittima c’erano riferimenti al suicidio (che «solo i ricchi possono permettersi di attuare») e al comunismo (un gruppo di operai che cantava “Bandiera rossa”). Tutto tagliato.
Tanto che Totò, che considerava questo film il migliore che avesse interpretato, disse sconsolato: « Se a un comico tolgono la possibilità di fare la satira che cosa gli resta?».

vito tartamella

vito tartamella

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