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Il Califfo e le parolacce del piffero

Franco Califano, detto “Il Califfo”.

Lo ammetto: prima della sua morte, non conoscevo molto bene il repertorio di Franco Califano. Lo consideravo – a torto – solo un cantante simpatico e un po’ bizzarro. Ho dovuto ricredermi: ho scoperto, studiando le sue parolacce, un artista notevole, ironico e ricco di sfaccettature, che si ricollega degnamente ad alcuni grandi poeti dialettali della nostra letteratura.  Per capire quali, dobbiamo inquadrare il suo repertorio in 2 grandi famiglie (come ho già fatto per Enzo Jannacci).

1) GOLIARDICO
 

Le canzoni goliardiche, sarcastiche, ironiche: Califano è stato un playboy seriale. Ha scritto persino un suo personale “Kamasutra”, il “Calisutra“.

Ma viveva questo ruolo con grande ironia e autoironia, raccontando – con tipica vena ridanciana romanesca – tante situazioni. Dalle fatiche della vita di coppia, come il fantozziano weekend in montagna (“La vacanza di fine settimana):
Lavoro cinque giorni a settimana,
me faccio ‘n culo come ‘na campana,
aspetto er Venerdì pe’ riposare,
ma tu sei pronta già pe’ annà a sciare.

Oppure, la degradante schiavitù d’occuparsi diPiercarlino“, il cagnolino della propria donna:
E’ sempre così, tu stravaccata a letto,
io a fa’ nottata, ar freddo, giù de sotto,
pe’ corpa de ‘sto cane maledetto,
che se nun scenne caca ner salotto.

E sono diventate mitiche le canzoni da cabaret, come “Avventura con un travestito“, di cui potete vedere una divertente performance da Maurizio Costanzo:

http://www.youtube.com/watch?v=AOY6wCU35t8

O ancora “Il guanto“, dedicato ai pudori ipocriti sul preservativo: irresistibile il figlio che domanda al padre come si usa:
Senti ‘n attimino,
sto cappuccetto sopra er pisellino,
lo metto quanno pijo er sole ‘n terazza?”
“Ma no! Quanno dai n’ bacio a ‘na ragazza!”
Ah, quanno je do’ ‘n bacio, er cappuccetto…
E quanno me la scopo, che me metto?
Un secchio de monnezza, ‘ncofanetto,
o starà più sicuro co’ l’ermetto?

Ma ancora più graffianti sono le canzoni che raccontano storie di donne sessualmente esose, come “La seconda“, “Secondo me, l’amore (so distrutto)“.

E “L’amatore“, manifesto (autoironico) del latin lover:
De professione faccio l’amatore.
Al mio distributore de passione,
sto’ co’ la pompa ‘n mano pe’ riempire
er serbatoio a le femmine ”n calore (…)
Una vorta porto a letto una signora
che non credeva a questa mia bravura,
metto nell’occhi tutto il mio mestiere
e lei comincia subito a tremare,
la spojo e la lavoro a modo mio
e dopo ‘n pò la donna grida oddio!
Ti prego manda via gli amici tuoi!!!
Ma quali amici – le risponno io –
prova a apri l’occhi e guarda, ‘n c’è nessuno!
Lei obbedisce e sussurra – Sei uno schianto!
sei solo è vero, ma sembrate ‘n cento! –
De professione faccio l’amatore,
io sono un missionario der piacere!
So’ nato pe’ ‘no scopo…
morirò mentre scopo

Queste canzoni salaci e popolari mi hanno fatto venire in mente un illustre precedente, anch’egli romano: Gioachino Belli (1791-1863). Due secoli fa Belli aveva scritto, tra gli oltre duemila componimenti in romanesco, anche diversi sonetti lussuriosi, che raccontavano storie di sesso in modo piccante e divertente (ricordate “Er padre de li santi”, sui sinonimi del pene?).
Ma non è l’unico precedente del Califfo, che – tra le altre canzoni – ha dedicato una sorta di epitaffio ironico al proprio “attrezzo del mestiere” che, in vecchiaia, non rispondeva più come un tempo: la canzone Disperati pensieri di un impotente”:

La fine di ogni cosa è sempre amara
è come quando cala la bandiera
ormai con te me devo rassegnare
A usatte solamente per pisciare.

Ebbene, un componimento del genere ha un illustre precedente scritto da un altro poeta playboy del 1700: il veneziano Giorgio Baffo (1694-1768), che dedicò vari sonettiAlla morte del cazzon“. 

2) ARRABBIATO
 C’è poi un’altra vena in Califano, una vena più arrabbiata e amara. Con le donne, e le inevitabili delusioni amorose: basta ricordare i versi di “Fortunatamente“:

Quanta voglia di star solo
e di mandarti in culo
con chi è con te

Ma quella più avvelenata è “Razza bastarda“, un rap che racconta la rabbia della sua emarginazione, causata dalle sue disavventure giudiziarie: fu arrestato due volte (nel 1970 e nel 1983) per possesso di droga. In ambo i casi fu assolto, ma ne pagò le conseguenze in termini di emarginazione:
Io e la colpa tutt’uno chi è con me si sputtana
ogni donna che mi vuole è giudicata puttana
e sempre me ne arriva una cruda e una cotta
dai nemici senza volto che l’ inferno l’ inghiotta…
E’ una razza bastarda… tutta gente di merda… (…)
Io li odio con ragione, perché mi hanno sfondato
con la storia, quella mia, del cantautore drogato
e all’ora del bilancio quotidiano la sera
rimpiango dei momenti che ho vissuto in galera…

Al di là della gloria e dei successi amorosi, dunque, Califano era anche un uomo solo: non sempre riusciva a sublimare la sua rabbia nei voli leggeri dell’ironia. E questo lo rende ancora più vicino a tutti noi.  

vito tartamella

vito tartamella

One Comment

  1. Condivido e apprezzo questa ricerca che allarga la tematica che tu affronti con molta costanza. Vorrei osservare che lo “studio” sul fronte italiano mi pare più completo e va al di là di criterio inglese sull’uso della parolaccia. Nelle versioni dei testi italiani la parola “Volgare” arriva a conclusione di un percorso che spesso è erudito e talvolta anche poetico. E’ la conclusione di un ragionamento, ha una sua razionalità. Spesso non è una volgarata.

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