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Quando i politici volano basso. Molto basso

Umberto Bossi esprime il suo pensiero politico.

Umberto Bossi esprime il suo pensiero politico.


“In An ci sono troppe ‘palle di velluto’”. (Daniela Santanchè)
Gli elettori del centro sinistra? “Coglioni” (Silvio Berlusconi).
Gianfranco Miglio? “Una scoreggia nello spazio” (Umberto Bossi).

Dopo il Vaffa-day di Beppe Grillo si fa un gran parlare di involgarimento della politica. Ma il problema è tutt’altro che nuovo: già 70 anni fa, Galeazzo Ciano aveva definito Achille Storace, segretario del partito fascista, “un coglione che fa girare i coglioni”…
Di nuovo, però, c’è una recente sentenza della Cassazione, che offre interessanti spunti di riflessione sulla situazione attuale.

La suprema corte ha assolto un consigliere comunale di Buccino (Salerno) che aveva parlato di «tangentopoli buccinese e di clientelismo come conseguenza del voto di scambio». Il sindaco della città, ritenendosi ingiuriato da queste affermazioni, aveva trascinato il rivale in giudizio. Ma la Cassazione (sentenza n° 34849, 14 settembre 2007, V sezione penale) ha assolto la frase e chi l’aveva pronunciata. Con motivazioni interessanti.

“Tangentopoli”, dicono i giudici, nel linguaggio comune e giornalistico “sta ad indicare un modo di amministrare disinvolto e non rispettoso delle regole legali”; con tale termine si indicano “vari reati commessi da pubblici amministratori, che vanno da casi di vera e propria corruzione, ad ipotesi di illecito finanziamento dei partiti ed a fatti di ricettazione e di falso”.
Dunque, una parola pesante. Eppure, per i giudici della Cassazione, nel caso in esame il termine era “un po’ troppo enfatico e forse un po’ eccessivo”, ma non diffamatorio: ma solo perché aveva un fondamento nella realtà. Il consigliere comunale, ricordano i giudici, si riferiva infatti a episodi concreti: il sindaco era stato denunciato e rinviato a giudizio per falso in atto pubblico. Pertanto, a prescindere dall’esito di quell’inchiesta, l’accusa del consigliere comunale non era uno schiaffo gratuito.
Parlare di “tangentopoli” significa lanciare un’accusa di illegalità: lo si può fare solo se si hanno indizi circostanziati (ritenuti meritevoli di approfondimento da parte della magistratura). In caso contrario, si lede ingiustamente l’onorabilità di una persona.

E l’accusa di clientelismo? Per questo reato il sindaco non era stato denunciato. Tuttavia, dice la Cassazione, l’uso del termine sarebbe anch’esso perdonabile perché “del clientelismo sarebbe permeata tutta la politica nazionale, specialmente quella meridionale, se si vuole prestare fede ai nostri politici, che si accusano l’un l’altro di favorire, sia a livello locale che nazionale, i propri elettori e le proprie clientele”. Il che, scritto nero su bianco in una sentenza, non è poco.
In questo contesto, quindi, il termine sarebbe stato usato come “espressione sintetica ed icastica per affermare che venivano favorite dalla politica del sindaco le sue clientele. Si tratta di critica politica, dunque, forte ed aspra, ma non di attribuzione di un reato specifico”.

Una sentenza del genere, comunque, non deve sorprendere: da anni la Cassazione tende ad assolvere i politici, anche quando dicono insulti ben più pesanti. La politica, come lo sport e il traffico stradale accendono le passioni più esagitate. E nella foga si straparla, quindi la carica offensiva si affievolisce in nome del diritto reciproco di criticarsi anche in modo pesante (purché non si svilisca gratuitamente la persona).

Ma la Cassazione fa una considerazione nuova, che merita di essere sottolineata. Eccola: “Il linguaggio di molti politici di livello nazionale, ed in alcuni casi addirittura dei leaders, si è talmente involgarito ed è divenuto cosi aggressivo, che non deve meravigliare se poi rappresentanti politici locali imitino i propri capi”.
Il punto è proprio questo. I politici dovrebbero imparare a dare il buon esempio, se non vogliono che la nostra civiltà diventi ancor più decadente di oggi.
Negli Stati Uniti, più bacchettoni di noi, lo scorso giugno la Corte d’appello di New York ha assolto 4 reti tv (Fox, Cbs, Abc, Nbc) che avevano trasmesso frasi col verbo “f u c k” (fottere, fanculo) pronunciate da Cher e Nicole Richie durante i Billboard music awards rispettivamente nel 2002 e nel 2003.
Il motivo di tanta tolleranza? La Corte ha sottolineato che “quella parola è usata spesso nelle conversazioni quotidiane senza alcun significato sessuale” soprattutto per intensificare le proprie emozioni, esprimendo rabbia e disgusto. Tanto che sono state dette in tv anche dal presidente Gorge W. Bush (al G8 disse a Tony Blair: “Hezbollah deve smetterla di fare questa merda”) e dal suo vice D i c k Cheney, che ha mandato “affanculo” il senatore Patrick Leahy.
Se il cattivo esempio viene dall’alto, perché condannare chi lo segue? I politici comincino a fare meno cazzate. Il resto verrà da sé.

vito tartamella

vito tartamella

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