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Le parolacce fanno paura ai dittatori

Guidonia, 1939: Mussolini scende dall’aereo che ha pilotato facendo un goffo saluto romano. E’ una delle foto censurate dal regime, e raccolte da Mimmo Franzinelli nel libro “Il Duce proibito”.

Con le parolacce si possono fare molte cose. Ci si può sfogare, eccitare, ridere… E anche far vacillare una dittatura. Non ci credete? Chiedetelo alle 5mila persone che, fra il 1926 e il 1943 furono denunciate, sotto il regime fascista, semplicemente perché avevano imprecato contro il duce, raccontato una barzelletta dissacrante o sfregiato la sua immagine. Di questo esercito di oppositori, 1.700 furono inviati al confino, 300 spediti in galera e 3mila diffidati. L’ha scoperto un professore di storia, Alberto Vacca, che ha fatto una ricerca nell’Archivio centrale dello Stato studiando le numerose denunce per “offese al Capo del Governo” durante il Ventennio.

La ricerca è diventata un libro, edito di recente da Castelvecchi: “Duce truce. Insulti, barzellette, caricature: l’opposizione popolare al fascismo nei rapporti segreti dei prefetti (1930-1945)”. Un libro che possiamo considerare il primo “figlio legittimo” di “Parolacce: dato che esistono anche quelli illegittimi (imitatori senza arte né parte, o senza riconoscenza dei meriti).

Infatti Vacca ha avuto l’idea della ricerca leggendo il mio libro: così, quando ne ultimò la scrittura me lo inviò per mail chiedendomi un parere. Insieme ad alcuni consigli redazionali, l’ho spronato a trovare un editore: sarebbe diventato un libro sorprendente. E così è stato. Tanto da aver raccolto in pochi giorni recensioni molto positive sul “Venerdì” di “Repubblica”, su “Il Foglio”, “Avvenire“, Focus Storia collection, Diacronie (studi di storia contemporanea), la “Cronaca di Piacenza“, Tribuna novarese, archiviostorico.info e booksblog.it. L’autore è stato intervistato da Radio Radicale, Canale 10 e Radio Popolare.
Dopo una chiara introduzione, che fa capire il contesto storico in cui maturarono le denunce, Vacca ha riprodotto integralmente i rapporti, dividendoli per categorie, seguendo gli stessi criteri di “Parolacce”: frasi offensive; fantasie omicide; maledizioni; insulti all’immagine; barzellette e parodie; sfregi all’effigie.

Ritaglio di giornale con scritte ingiuriose, spedito al Direttorio del P.N.F. con busta datata a Palermo, del 18 ottobre 1940.

Ma non pensate che sia un libro noioso. Come scrivo nella prefazione del libro, “nonostante il linguaggio burocratico, infatti, i rapporti dei prefetti sono piccoli film: vi trasporteranno nelle osterie, sui tram, nelle fabbriche, nei cortili, nelle scuole, nei bordelli dell’Italia sotto il fascismo. Mostrando quanto la dittatura scatenasse il lato peggiore dell’uomo (ricordate il film “Le vite degli altri”?): a denunciare gli autori delle battute – spesso ubriachi, poveri o minorenni – non erano solo i servi del Potere, ma anche tanti livorosi vicini di casa, passanti o colleghi che approfittavano di un passo falso altrui per mettersi in mostra col Regime e liberarsi d’un nemico. Ci sono perfino figli che denunciano i padri: tutti contro tutti in un’Italia nel baratro della guerra e della miseria”.

“Duce truce” non è solo un viaggio nella nostra storia. E’ anche un’occasione preziosa e concreta per capire non solo che l’adesione al fascismo fu tutt’altro che monolitica, ma anche per comprendere come funzionano le dittature: con una propaganda martellante e capillare creano il consenso, e con una repressione implacabile e minuziosa reprimono il dissenso. Di quest’ultimo aspetto parlano i rapporti: colpisce la cura maniacale con cui ogni minimo sfregio al Capo era indagato, con indagini “celerissime”, perquisizioni, perizie calligrafiche, interrogatori stringenti seguiti dalla punizione implacabile.

Rapporto del Prefetto di Trieste, 6 giugno 1938. Il prefetto propone di punire un appartenente alla Milizia che ha dato del “macaco” al duce con 30 giorni di carcere e la diffida. Mussolini però applica la pena più grave del confino.

Un esempio? Ecco una denuncia redatta dai carabinieri di Termini Imprese (Palermo) il 20 aprile 1943: “Locali dopolavoro “G. Lo Faso” via Mazzini, veniva rinvenuto calendario recante effigie DUCE tenuta volo deturpata da baffi et barba, nonché da corna tipo cervo fatti matita. Indagasi per scoprire autore”.

Ci sarebbe da ridere se si pensa alla pochezza dei reati in questione: ma il fascismo era proprio una farsa tragica, nella quale una sola persona si ergeva a Dio, senza curarsi della giustizia e degli individui. E una claque gli reggeva il gioco: una claque fondamentale, non solo per il narcisismo del Capo, ma perché nessuno doveva svelare che il re era nudo, ovvero che aveva un ingiusto strapotere. Sarebbe caduto non solo il Sistema, ma anche una serie di scelte economiche e militari che si reggevano sul consenso delle masse, cementato dall’ingenuità, dalla paura e dalla convenienza.

Lo rivela, senza volerlo, uno dei rapporti citati nel libro: chi rideva del Duce faceva “un’azione corrosiva e deleteria ai danni del Regime” (…) mentre i lavoratori fascisti, “quantunque pressati dal grave disagio economico, marciano in fervorosa disciplina ed assoluta ubbidienza (…), servendo il Regime”.

Così la ricerca di Vacca svela l’inganno orchestrato dal Regime: il dittatore è a tal punto identificato con l’Ordine costituito, che chi attenta alla sua immagine è un “sovversivo”, quindi va punito sempre e comunque. Ed ecco perché le dittature odiano, più delle critiche, la satira: perché, come notava Michail Bacthin, il riso – e le pernacchie, le caricature, le parolacce – “abbassando” i potenti, li riportano al livello del popolo, restituendo l’equilibrio nella comunità.

Non a caso Gene Sharp, intellettuale esperto di disobbedienza civile, cita, nel libro “Come abbattere un regime” tra i modi per far crollare i governi totalitari, anche le opere buffe e di dileggio. Una risata, anzi: una parolaccia li seppellirà.

vito tartamella

vito tartamella

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