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Più parolacce ascolti, più sarai aggressivo? Mah…

Ascolta parolacce in tv o nei videogames e diventerai aggressivo. Lo afferma un recente studio scientifico di Sarah M. Coyne della Brigham Young University di Provo (Usa) pubblicato su “Pediatrics”. Lo studio ha fatto il giro del mondo, inducendo un certo allarmismo tra educatori e genitori. Ma è davvero così?

Non proprio. A un esame più attento, lo studio (come molte ricerche su parolacce e bambini, di cui ho parlato in passato) rivela molte falle. Ma prima, va raccontato.

Metodo

La ricerca ha esaminato un campione di 223 studenti (87 maschi, 135 femmine) di età compresa tra gli 11 e i 15 anni (media: 12,5 anni). Mediante questionari, sono stati valutati:

1) Livello di aggressività personale. È stata misurata con 5 parametri (tipo: “Colpisco altri con un pugno o un calcio”). A ogni affermazione i ragazzi dovevano dare un punteggio da 1 (falso) a 5 (sempre vero).

2) Livello di aggressività relazionale misurata con 4 parametri (tipo: “Ho tentato di danneggiare la reputazione di una persona parlandone male”). A ogni affermazione i ragazzi dovevano dare un punteggio da 1 (falso) a 5 (sempre vero).

3) Giudizi sull’uso delle parolacce. Questionario di 4 parametri (tipo: “credo vada bene per me usare le parolacce quando parlo con qualcuno”), a cui i ragazzi dovevano dare voti da 1 a 5.

4) Uso delle parolacce. Anche qui 5 parametri, da valutare con voti da 1 a 5, tipo: “Uso le parolacce nelle conversazioni coi miei amici”.

5) Esposizione a parolacce nei media: i ragazzi dovevano indicare i loro 3 programmi tv e 3 videogames preferiti. E dovevano classificarli in base alla quantità di parolacce e alla quantità di aggressioni fisiche o relazionali in base a una scala da 1 a 7.

Risultati

I ricercatori hanno preso i risultati dei test e hanno valutato se c’erano correlazioni positivi fra i vari fattori. L’esposizione alle parolacce in tutti i tipi di media risulta associata positivamente alle attitudini sulle parolacce, e all’aggressività relazionale o fisica. In particolare:

1)    sentire parolacce in tv o nei videogames è significativamente correlato ai giudizi sulla liceità delle parolacce.

2)    I giudizi sulla liceità delle parolacce sono correlate al loro uso.

3)    L’uso di parolacce è a sua volta associato all’aggressività sia fisica che relazionale.

In pratica, “l’uso di parolacce è un mediatore dell’aggressività fisica e relazionale. L’esposizione alle parolacce fa interiorizzare e solidificare schemi mentali che supportano l’uso delle parolacce”. Dunque, “l’industria dello spettacolo dovrebbe classificare con più accuratezza i programmi volgari”.

I punti deboli dello studio

Sono molti, e neppure nascosti. Anzi, due sono evidenziati dagli stessi autori:

1) Lo studio ha trovato correlazioni, non relazioni di causa-effetto. Ovvero: si sa che chi usa le parolacce è più aggressivo, ma cosa causa cosa? Ovvero: è l’uso di parolacce a scatenare l’aggressività, o è la personalità aggressiva ad essere attratta dalle parolacce? “è possibile” scrivono gli autori “che gli adolescenti più aggressivi semplicemente consumino più programmi volgari, e che usino più parolacce nelle loro relazioni”. Non è un aspetto da poco.

2) videogames e programmi tv sono classificati dai ragazzi stessi con una autovalutazione. I ricercatori affermano che le loro classificazioni risultano simili a quelle fatte dall’industria dello spettacolo, ma il giudizio introduce un elemento di grande soggettività nella ricerca. Per di più da parte di personalità non mature.

E non è tutto. La ricerca nasce con una rilevante ipoteca di partenza: la Brigham University, culla della ricerca, appartiene alla Chiesa dei mormoni. È la più grande università degli Usa a matrice religiosa. Nulla di male, non esiste uno sguardo privo di pregiudizi, anche nella scienza. Ma questo aspetto è taciuto dagli autori della ricerca come se non avesse influenze. Invece probabilmente ne ha: per i mormoni, l’uso delle parolacce “degrada lo spirito”.

E forse proprio questo assunto culturale provoca un errore macroscopico: ritenere che “le parole feriscano i bambini, e che dunque i bambini debbano essere protetti dalle parole. Ma questo è un assunto senza alcuna base”, argomenta il professor Timothy Jay, esperto di turpiloquio negli Usa e uno dei miei maestri.

Bisogna ricordare che le parolacce non esprimono solo oscenità e violenza. Sarebbe come dire che i coltelli servono solo a uccidere, quando invece possono servire a sbucciare le carote, tagliare le torte, incidere tumori, intagliare sculture… Così le parolacce servono anche a far ridere, a cementare i rapporti sociali (pensate al gergo degli adolescenti), a sfogare un dolore… Ecco perché non sono tutte buone o tutte cattive: dipende dall’uso che se ne fa.

Questo articolo è stato citato dall’inserto domenicale del “Sole 24 ore“: potete leggere l’articolo qui.

 

vito tartamella

vito tartamella

One Comment

  1. Bel post. Posso immaginarmi se uno studio del genere fosse stato condotto da un istituto italiano sponsorizzato dalla Chiesa… Quanta ipocrisia c´è in giro. Come se le parolacce fossero il primo dei problemi che affliggono i nostri ragazzi!

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