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Scoperta: anche le scimmie possono insultare

Un gorilla fa il dito medio: è solo una coincidenza o un’imitazione, senza lo scopo di insultare (Shutterstock).

In questo articolo vi racconto una scoperta affascinante: durante un originale esperimento scientifico, durato vari decenni, alcuni scimpanzé hanno imparato la lingua dei segni, quella dei sordomuti. E in breve tempo l’hanno usata per inventare dei gesti insultanti.
Le scimmie, dunque, possono imparare le parolacce? In effetti sul Web circolano le foto di macachi, oranghi e scimpanzé ritratti in vari zoo mentre esibiscono il dito medio davanti al fotografo. Ma non fatevi abbindolare: sono gesti del tutto casuali, finiti davanti a un obiettivo per pura coincidenza. Solo in alcuni casi si tratta di animali che hanno appreso quel gesto per imitazione, e lo ripetono perché sono premiati con cibo o attenzione quando lo fanno. Nessuna consapevolezza comunicativa, insomma: come potrebbero sapere che quel gesto significa “Vai a farti sodomizzare“?


Questi casi, però, non hanno nulla a che vedere con quanto hanno scoperto, con un esperimento senza precedenti, alcuni primatologi statunitensi che hanno insegnato il linguaggio dei segni ad alcuni scimpanzé: dopo qualche tempo, gli animali hanno combinato in modo creativo quei gesti per esprimere frasi dispregiative. Hanno creato, insomma, i primi insulti scimmieschi. Ecco come.

L’ESPERIMENTO

L’esperimento a cui mi riferisco risale a 50 anni fa. Nel 1967, due studiosi dell’Università del Nevada, Allen e Beatrice Gardner, avevano deciso di insegnare a uno scimpanzè il linguaggio  dei segni americano (ASL), quello usato dai sordomuti, per verificare se imparavano a comunicare in modo più ricco con gli uomini.
Gli scimpanzé, infatti, si esprimono per lo più a gesti perché non sono fisicamente in grado di parlare: hanno una lingua sottile e una laringe alta. E anche per questo sono piuttosto silenziosi: urlano e fanno altri versi con funzione di richiamo quando litigano, minacciano o sono spaventate.
Se si eccettua questo aspetto, però, gli scimpanzé hanno notevoli somiglianze con noi: il loro Dna è per  il 98,5% uguale al nostro, e anche loro hanno un’infanzia molto lunga, durante la quale continuano a dipendere dai genitori mentre imparano le conoscenze necessarie a sopravvivere. Questa infanzia prolungata rende gli scimpanzé più adattabili all’ambiente e capaci di assimilare nuove informazioni durante la loro lunga vita (che dura fino a 40 anni allo stato brado, e a 60 anni in cattività).
Allen e Beatrice Gardner adottarono uno scimpanzè di 10 mesi di vita, proveniente dall’Africa, e le diedero il nome di Washoe (dal nome della Contea del Nevada dov’era l’università). Con molta fatica le insegnarono a bere da una tazzina, a mangiare usando le posate, a vestirsi e soprattutto a usare il vasino: è impossibile convivere con una scimmia abituata a defecare ovunque e in ogni momento. E, poco alla volta, le insegnarono anche a usare il linguaggio dei segni per esprimere le richieste più elementari: cibo e acqua. Davanti a Washoe, nessuno scienziato doveva parlare, ma usare solo i gesti per comunicare.

Una scimmia che parla

Nel 1970, all’età di 5 anni, la scimmia Washoe era in grado di usare 132 parole-segni e di capirne centinaia di altre. E, cosa ancor più sorprendente, imparò a comporre frasi complesse, anche se nessuno glielo aveva insegnato. Ecco il racconto del primatologo Roger Fouts,  nel libro “La scuola delle scimmie” (Mondadori): «Washoe indicava BERE stringendo il pugno con il pollice allungato, che poi portava alla bocca. Per indicare FIORE si toccava le narici coi polpastrelli. Per ASCOLTARE si toccava l’orecchio col dito indice…
E dopo circa 10 mesi Washoe cominciò a combinare le parole in maniera spontanea: DAMMI DOLCE e VIENI APRIRE furono immediatamente seguite da frasi più lunghe come FAMMI USCIRE FRETTA. E creava un proprio vocabolario quando non conosceva un segno: chiamava il frigo APRIRE-CIBO-BEVANDA».

La gestualità di uno scimpanzé (Shutterstock).

Insomma, Washoe imparava a esprimersi proprio come fanno i bambini; prima usando singoli segni (parole), poi combinandoli a coppie e infine componendo frasi di 3 segni. Dimostrando che anche le scimmie riescono a pensare in modo astratto, scrive Fouts: «Washoe sapeva che la parola ALBERO non si riferiva solo al suo preferito, il salice piangente, ma a tutti gli alberi, indipendentemente dal loro aspetto. Usava i simboli per tenere sotto controllo il suo mondo e per esprimere i suoi sentimenti. Quando mi graffiava e poi guardava le mie ferite, mimava FATTO MALE-FATTO MALE e SCUSA-SCUSA». Insomma, Washoe capiva la relazione fra segni e oggetti, fra significante e significato.
Non solo: le scimmie di quell’esperimento iniziarono a usare il linguaggio dei segni per esprimere le loro emozioni. «Una volta quando fu detto alla scimmia Lucy che aveva fatto male alle zampe del suo gatto, si mise a cullarlo e fece il segno di FERITO FERITO. E ogni qualvolta incontrava una persona nuova, la ispezionava per vedere se aveva bende o croste, e poi diceva FERITO FERITO con molto affetto».
Le scimmie, come i bambini, erano in grado anche di fare scherzi escrementizi: Fouts racconta che una volta, mentre portava Washoe a cavalluccio , «dopo aver percorso a zigzag il cortile per un po’, sentii sbuffare sopra la mia testa. Era un suono ben definito che Washoe emetteva contraendo le narici ogni volta che faceva il segno DIVERTENTE. Per un attimo non riuscii a capire cosa ci fosse di tanto buffo. Poi sentii qualcosa di bagnato e caldo scorrermi lungo la schiena e nei pantaloni. Dopo quell’episodio non dimenticai mai il segno che usava per dire DIVERTENTE».
Fu una scoperta straordinaria. Le scimmie, dunque, possono imparare a usare le parole come strumenti. Come gli scimpanzé selvaggi modificano i loro utensili per raccogliere noci, miele o termiti, Washoe imparò da sola a modificare i suoi strumenti linguistici a seconda dei contesti e delle necessità del momento. A quell’epoca si pensava, seguendo le teorie del linguista Noam Chomsky, che solo l’uomo avrebbe nel cervello uno specifico meccanismo di acquisizione del linguaggio. Invece, il caso di Washoe dimostrava che aveva ragione Charles Darwin: il linguaggio umano deriva probabilmente dall’intelligenza delle scimmie. Del resto, nota Fouts, 6 milioni di anni (periodo in cui l’uomo si è differenziato dalla scimmia) sono troppo pochi per poter aggiungere una struttura cerebrale completamente nuova.

E “sporco” diventa un insulto

Il gesto che rappresenta “SPORCO” nel linguaggio dei segni: la mano sotto il mento con le dita che si muovono.

Ma quella non fu l’unica scoperta. Fra le invenzioni linguistiche degli scimpanzè apparvero ben presto anche le parolacce. Ecco il racconto di Fouts: «Un’altra scimmia, Lucy, cominciò a inveire contro un gatto che non le piaceva chiamandolo SPORCO GATTO. Precedentemente aveva usato il segno di SPORCO solo per le sue funzioni fisiologiche in bagno. Ma presto SPORCO divenne un termine che lei usava con intenzioni dispregiative; quando ci preparavamo per andare a passeggio, indicava il suo guinzaglio come SPORCO GUINZAGLIO.
E anche Washoe cominciò a riferirsi ai suoi nemici in termini scatologici. C’era una scimmia che non le piaceva e lei cominciò a fare il segno di SPORCA SCIMMIA. E dopo questo episodio iniziò a usare l’aggettivo SPORCO per descrivere chiunque non l’accontentasse».
Il gesto che indica SPORCO nella lingua dei gesti si fa poggiando il polso sotto il mento e muovendo le dita, come a simboleggiare una brodaglia repellente che cola dal mento. Dunque, Washoe e Lucy avevano inventato dei gesti insultanti.
«Washoe non avrebbe imparato a insultare se nessuno l’avesse educata all’uso del vasino, insegnandole che c’è un luogo e un tempo appropriati per defecare» osserva Emma Byrne, informatica britannica, nel libro “Swearing is good for you” appena pubblicato da Profile books. E’ stata lei a ripescare dagli archivi scientifici questa ricerca notevole.

L’intenso sguardo di uno scimpanzé: per puro caso, ha in bocca il dito medio (Shutterstock).

«L’educazione che Washoe ha ricevuto ha introdotto nella sua vita un tabù sulle funzioni corporali. All’inizio la parola SPORCO indicava gli escrementi, poi gli abiti sporchi e le funzioni corporali. E dopo qualche tempo la parola SPORCO era usata per intensificare il significato di altre parole, con note di rabbia o di vergogna: SPORCO SPORCO SCUSA quando voleva scusarsi, SPORCO BUONO per indicare il vasinoDefecare nel vasino era accettabile, mentre negli altri casi era sbagliato e fonte di vergogna. Dunque, SPORCO diventava un insulto: SPORCO ROGER quando lui non la lasciava uscire dalla gabbia, SPORCA SCIMMIA quando un macaco la minacciava».

Cose brutte, emozioni negative

La versione tedesca del libro di Fouts

Questo percorso merita una riflessione più approfondita. La storia di Washoe ci mostra che le parolacce nascono quando, in un gruppo sociale, si crea un sistema di valori binario: da una parte le azioni permesse e accettate, che sono giudicate buone; e dall’altra quelle vietate e rifiutate, che sono giudicate cattive.
Le azioni cattive, e le parole che le rappresentano, assorbono anche le emozioni negative: quindi si usano per esprimere queste emozioni negative. E si usano anche per trasgredire, per provocare, come faceva Washoe con il suo scherzo escrementizio che raccontavo sopra. Insomma, le parole (o i gesti) si caricano di energia: quelle che in linguistica sono chiamate “connotazioni“.
Così, grazie a queste connotazioni negative, SPORCO è diventata una metafora per esprimere tutto ciò che è sgradevole, brutto e sbagliato. Una parola-jolly come lo sono tante parolacce. Basti pensare alla parola “merda”: indica non solo gli escrementi, ma anche una persona riprovevole (sei una merda), un oggetto brutto o un evento negativo (auto di merda, giornata di merda), uno stato d’animo spiacevole (sto di merda), e via di questo passo.


Tra l’altro, questo 
non è l’unico comportamento delle scimmie che ha funzioni insultanti: come raccontavo in quest’altro articolo, le scimmie mimano atti sessuali usandoli come gesti di minaccia. Sono l’equivalente delle nostre espressioni “Stai attento, sono cazzutissimo e ti faccio un culo così“.
Insomma, la storia di Washoe – morta nel 2007 a 42 anni – mostra che, anche per gli animali più intelligenti, dire parolacce è un modo efficace per esprimere il dolore, la rabbia e la frustrazione. E, come racconto nel mio libro, diventa anche un modo per ridurre la violenza fisica: imprecando e insultando, segnaliamo agli altri che siamo arrabbiati e che potremmo attaccare, quindi è meglio che stiano lontani se vogliono evitare aggressioni. Funzioni fondamentali, che con tutta probabilità si sono sviluppate all’alba della civiltà. Come ci hanno mostrato i nostri lontani parenti primati.

Questo articolo è stato ripreso da sussidiario.net.

vito tartamella

vito tartamella

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