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Leonardo da Vinci: le parolacce di un genio

Il più celebre autoritratto di Leonardo (1515), con l’aggiunta di un fumetto volgare.

Anche i geni dicono parolacce. Fra loro, come sanno i lettori del mio libro, figurano fra gli altri Dante, Shakespeare e Mozart. E anche Leonardo da Vinci, di cui quest’anno si celebrano i 500 anni della morte (2 maggio 1519).
Ho voluto quindi approfondire il turpiloquio di Leonardo: è un’occasione straordinaria per capire la sua personalità complessa e poliedrica, smontando così un pregiudizio diffuso: ovvero, che dice volgarità solo chi ha un lessico povero, ha poca cultura o pochi contenuti da comunicare (lo ha anche dimostrato una ricerca recente).
Com’è noto, non ci sono rimaste molte testimonianze sulla personalità di Leonardo: le sue biografie sono state scritte tutte dopo la sua morte. Le testimonianze dirette le ha lasciate lui stesso in tutto il corso della sua vita con i quaderni di lavoro, le riflessioni, le copie di lettere, e molto altro materiale.
Fra l’altro, la sua prosa è considerata una delle più alte del Rinascimento: aveva uno stile senza retorica, realista, incisivo, vicino al linguaggio parlato. E le parolacce si sposano bene con il suo approccio diretto e senza fronzoli.

Diari senza filtri

Teste grottesche di Leonardo.

Ma quali sono queste volgarità, e in quali contesti sono usate? Dalla sua sterminata produzione mi sono concentrato sulle sue due opere più intime, quelle che raccolgono le sue riflessioni filosofiche, morali, scientifiche: gli “Aforismi, novelle e profezie” e gli “Scritti letterari”. Sono due zibaldoni che raccolgono materiale molto eterogeneo: pensieri sulla vita morale, osservazioni sui comportamenti degli animali, esperimenti letterari ma anche indovinelli (“profezie”) e barzellette (“facezie”).
Gli “Scritti letterari”, in particolare, furono pubblicati per la prima volta solo nel 1952, e nel 1967 furono ampliati da due manoscritti autografi – quasi 700 pagine – che da secoli giacevano dimenticati nella Biblioteca Nazionale di Madrid. Dunque, a differenza dei suoi progetti tecnici, del trattato della pittura e di un possibile trattato sull’anatomia, questi scritti sono per lo più da considerarsi un diario intimo, probabilmente non destinato alla pubblicazione.
Solo in queste opere ho trovato 10 brani che contengono 13  diverse parolacce, ripetute per un totale di 17 volte. La più usata in questi scritti è “culo”, seguito da “putte” (puttane) e “cazzo”. Ecco l’elenco completo (e in fondo a questo articolo trovate i brani integrali che le contengono):

culo: 3

•  putte (puttane), cazzo: 2

•  fottere, asino, porci, troie, tette, (s)correggia, coglioni, conno (= fica), potta (= fica), bastardo: 1.

Schietto e ironico

Caricatura di un uomo che ride.

Se queste volgarità sono state scritte in una sorta di diario personale, non sapremo mai se Leonardo le avrebbe inserite in un testo destinato alla pubblicazione; ma il dato è ancor più prezioso perché significa che Leonardo usava le parolacce per esprimersi con se stesso. E probabilmente lo faceva anche quando parlava con altre persone.
Nei suoi testi, i termini scurrili sono usati principalmente per due scopi:
• per esprimere riflessioni amare, argute, disincantate, polemiche, parlando in modo schietto e senza retorica: “pane al pane e vino al vino”.
• per scopi umoristici: fra i brani, infatti, figurano anche alcune barzellette sporche (“facezie”).

Tredici parolacce non sono una quantità esorbitante, ma molto significativa: chi se lo sarebbe mai aspettato dall’autore della “Gioconda”? Non può essere un caso o un incidente: Leonardo conosceva il linguaggio basso e lo praticava, senza pudori. E il fatto non sorprende: le parolacce portano nei suoi scritti una ventata di realismo non imbellettato, lo stesso realismo che mise nelle sue opere di scienziato e di artista. Alla fine, è molto più interessante questo Leonardo, quello vero e multisfaccettato, rispetto a quello dell’inarrivabile maestro venerato dalla cultura di massa.
Gli scritti di Leonardo rivelano un attento osservatore, una persona perennemente curiosa e alla ricerca di risposte sul mondo che lo circonda. Non solo di spiegazioni scientifiche ma anche di soluzioni pratiche. E di saggezza.

Busto di donna deforme.

L’uso del linguaggio basso rivela un tratto importante della sua personalità: amava la sincerità, la schiettezza, il chiamare le cose col loro nome. E non era snob: cercava la verità ovunque fosse, confrontandosi con tutti, e assorbendo quindi anche i termini del linguaggio colloquiale. Se nei dipinti raffigurava ricchi e poveri, potenti e derelitti, belli e brutti, nel suo linguaggio mescolava citazioni dotte e spirito popolaresco. Era curioso del mondo e amava sperimentare e giocare. Ecco perché non aveva tabù, a partire dal linguaggio.
Per esempio, a proposito del pene, trovava assurdo che le persone faticassero a parlarne, anche solo a nominarlo, mentre invece dovrebbe essere mostrato con tutti gli onori, vista la sua importanza nella vita umana. Tanto più che sembra dotato di un intelletto a sè: leggete questo brano eccezionale, che corredo di una “traduzione” in italiano moderno (quella su sfondo azzurro) per chi fatica a comprendere quello del 1400:

 [ la verga ] “conferisce collo  intelletto umano, e alcuna volta ha intelletto per sé, e ancora che la volontà dell’omo lo voglia provocare, esso sta ostinato, e fa a suo modo, alcuna volta movendosi da sé, senza licenza o pensieri dell’omo, così dormiente, come desto, fa quello desidera: e spesso l’omo dorme e lui veglia, e molte volte l’uomo veglia e lui dorme; molte volte l’omo lo vole esercitare, e lui non vole; molte volte lui vole, e l’omo gliel vieta. Adunque è pare che questo animale abbia spesso anima e intelletto separato dall’omo, e pare che a torto l’omo si vergogni di nominarlo, non che di mostrarlo, anzi sempre lo copre e lo nasconde, il qual si dovrebbe ornare e mostrare con solennità, come ministro dell’umana spezie”. il membro virile coopera con l’intelletto umano, e a volte ha un intelletto a sè stante: anche se la volontà dell’uomo lo vuole provocare, lui fa di testa propria in modo ostinato, a volte muovendosi da solo, senza il permesso o la consapevolezza dell’uomo; e sia che dorma o sia sveglio, fa quello che vuole. Spesso l’uomo dorme e lui è sveglio, e molte volte l’uomo è sveglio e lui dorme; molte volte l’uomo lo vuole usare, e lui non vuole; molte volte lui vuole, ma l’uomo glielo vieta. Quindi, sembra che questo animale abbia spesso un’anima e un intelletto separati dall’uomo. E sembra che a torto l’uomo si vergogni di nominarlo, oltre che di mostrarlo, anzi, lo copre e lo nasconde sempre, mentre invece lo si dovrebbe ornare e mostrare con solennità, come alto rappresentante della specie umana.

Dunque, un osservatore senza falsi pudori, e con uno sguardo ironico sulla realtà. Ma, altrettanto certamente, una persona che non usava il turpiloquio “un tanto al chilo”, cioè tanto per dire. Ne è un esempio eloquente questa barzelletta, tutta giocata su allusioni e doppi sensi che non scadono nel triviale:

[La lavandaia e il prete]

Una lavava i panni e pel freddo aveva i piedi molto rossi, e, passandole appresso, uno prete domandò con ammirazione donde tale rossezza dirivassi; al quale la femmina subito rispuose che tale effetto accadeva, perché ella aveva sotto il foco. Allora il prete mise mano a quello membro, che lo fece essere più prete che monaca, e, a quella accostatosi, con dolce e sommessiva voce pregò quella che ‘n cortesia li dovessi un poco accendere quella candela.

Una donna lavava i panni e per il freddo aveva i piedi molto rossi. Passandole vicino, un prete le chiese con ammirazione da dove venisse quel rossore; la donna gli rispose subito che quell’effetto era provocato dal fatto che aveva il fuoco sotto [i piedi]. Allora il prete prese in mano quel membro che lo rendeva più prete che suora, e avvicinatosi alla donne, con voce dolce e sommessa pregò quella donna se per favore gli accendeva un po’ quella candela.

Dunque, ancora una volta, il turpiloquio rivela la personalità profonda di chi lo usa. Geni compresi. Ecco i brani integrali che contengono le 17 parolacce di Leonardo da Vinci. Buona lettura.

­Aforismi, novelle e profezie

L’omo ha desiderio d’intendere se la femmina è cedibile alla dimandata lussuria, e intendendo di sì e come ell’ha desiderio dell’omo, elli la richiede e mette in opera il suo desiderio, e intender nol pò se non confessa, e confessando fotte. L’uomo desidera sapere se la donna cederà alla lussuria che le chiede, e capendo che è disponibile, dato che lei desidera l’uomo, lui la richiede e mette in atto il suo desiderio. E non può capire se lei ci sta se non lo confessa (il desiderio) e quindi fotte confessando.
Quando si maritano le putte.

Usciranno li omini delle sepulture

Quando le puttane si sposeranno, gli uomini usciranno dalle tombe

 

Scritti letterari

Chi asino è e cerbio esser si crede… Chi è un asino e crede d’essere un cervo…
Le lingue de’ porci e vitelle nelle budella. O cosa spurca, che si vedrà l’uno animale aver la lingua in culo all’altro. Le lingue dei porci e delle vitelle nelle salsicce. Che cosa schifosa: si vedrà un animale con la lingua nel culo di un altro

[ Polemica contro chi mangia le salsicce fatte di carni animali: è disgustoso immaginare le lingue dei maiali e dei vitelli nelle budella, cioè nel culo, di altri animali ]

 Delle sommate* fatte delle troie. A gran parte delle femine latine fia tolto e tagliate lor le tette insieme colla vita. [A proposito ] delle sommate* fatte con le femmine del maiale. A gran parte delle femmine latine siano tolte e tagliate le mammelle insieme alla loro vita.

*La “sommata” è un salume ricavato dalla mammella dei suini

Facezia. Due camminando di notte per dubbiosa via, quello dinanzi fece grande strepido col culo; e disse l’altro compagno: «Or veggo io ch’i son da te amato». «Come?», disse l’altro. Quel rispose: «Tu mi porgi la correggia perch’io non caggia, né mi perda da te». Barzelletta. Due tizi stavano camminando, di notte, in un tragitto incerto. Il tipo davanti [a un certo punto] fece un gran fracasso col culo; allora l’altro compagno disse: “Ora capisco che mi vuoi bene!”. “In che senso?” disse l’altro. E il primo rispose: “Tu mi porgi la cinghia perché io non cada e non mi perda da te”.

[ la parola “scoreggia” deriva proprio da “coreggia”, cinghia di cuoio; forse perché un peto risuona come uno schiocco di frusta, o forse solo per motivi onomatopeici: la parola ha un suono che ricorda il peto ]

Uno andando a Modana ebbe a pagare cinque soldi di gabella della sua persona. Alla qual cosa, cominciato a fare gran cramore e ammirazione, attrasse a sé molti circunstanti, i quali domandando donde veniva tanta maraviglia, ai quali Maso rispose: «O non mi debbo io maravigliare con ciò sia che tutto un omo non paghi altro che cinque soldi, e a Firenze io, solo a metter dentro el cazzo, ebbi a pagare dieci ducati d’oro, e qui metto el cazzo e coglioni e tutto il resto per sì piccol dazio? Dio salvi e mantenga tal città e chi la governa. Un tizio, andando a Modena, si trovò a dover pagare una tassa per entrare in città. Quando seppe questa cosa, iniziò a protestare in modo rumoroso e stupito: così attirò molti passanti, che gli chiesero perché fosse così meravigliato. Al che il tipo [Maso, Tommaso ] rispose: “Ma come, non dovrei meravigliarmi del fatto che un uomo intero debba pagare 5 soldi, mentre a Firenze, solo per mettere dentro il cazzo, ho dovuto pagare 10 ducati d’oro, mentre qui posso mettere il cazzo, i coglioni e tutto il resto per una tassa così piccola? Dio salvi questa città, e la mantenga in salute insieme a chi la governa.
Una putta mostrò il conno d’una capra ‘n iscambio del suo a un prete, e prese un grosso, e così lo beffò. Una puttana, invece della propria fica, mostrò quella d’una capra a un prete, e guadagnò una bella somma. E così lo beffò.

[ “conno” deriva dal latino cunnus, da cui hanno avuto origine il francese “con”, lo spagnolo “coño” e l’inglese “cunt”, tutti con lo stesso significato di vulva]

La femmina nel passare uno tristo passo e fangoso «Tre verità», ella nell’alzarsi colle mani i panni dirieto e dinanzi si tocca la potta e ‘l culo e dice: «Questo è un tristo passo!». Una donna, mentre attraversa una strada dissestata e fangosa chiamata “Tre verità”, alza con le mani la gonna, sia davanti che dietro, e si tocca la fica e il culo, dicendo: “Questo è un triste passo!”.
Uno rimproverò a uno omo da bene che non era legittimo. Al quale esso rispose esser legittimo nelli ordini della spezie umana e nella legge di natura, ma che lui nell’una era bastardo, perch’egli avea più costumi di bestia che d’omo, e nella legge delli omini non avea certezza d’esser ligittimo. Un tizio contestò a un uomo per bene di essere un figlio illegittimo. L’uomo gli rispose che era legittimo nella sua appartenenza alla specie umana e alla legge di natura, mentre lui, invece, nella prima era bastardo [di origine ibrida], dato che aveva un comportamento più da bestia che da uomo. E che nella legge degli uomini non aveva la certezza di essere legittimo.

Questo articolo è stato rilanciato dall’agenzia Ansa.

vito tartamella

vito tartamella

One Comment

  1. Molto originale!

    Peccato che in fondo Leo sia fondamentalmente ben educato, avrei voluto
    qualcosa di più forte.

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