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Più sei volgare, meglio parli

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Gli imprecatori sono abili comunicatori (Shutterstock).

Chi dice molte parolacce ha un vocabolario più povero? Una ricerca appena pubblicata su “Language sciences” smonta questo pregiudizio. La scoperta è stata fatta da uno dei miei maestri, il professor Timothy Jay, docente di psicologia cognitiva al Massachusetts College of Liberal Arts di North Adams (Usa). “Di solito chi dice molte parolacce è considerato pigro, con un vocabolario ristretto, maleducato o incapace di controllarsi” scrive Jay. Ma in realtà le parolacce sono parole, tant’è che obbediscono alle regole della semantica e della sintassi (come raccontavo qui): dunque, perché dovremmo considerare la ricchezza di parolacce come un sintomo di una scarsa abilità verbale?
La competenza linguistica è unica, a prescindere dal fatto che riguardi parole neutre o insulti e imprecazioni. Insomma, chi ha una bella parlantina ce l’ha a tutto tondo: sia con le parole “normali” che con le parolacce.
Per mettere alla prova questa ipotesi, Jay ha fatto 3 test con diversi gruppi di persone.

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TRE TEST, UN RISULTATO
 Esperimento 1: 43 partecipanti, di cui 30 donne, fra i 18 e i 22 anni d’età. I volontari dovevano affrontare 3 test di abilità linguistica: dire in 1 minuto quante più parole conoscevano che iniziassero per F, A e S (test Cowat); quanti più nomi di animali; quante più parolacce. I vincitori di quest’ultima categoria avrebbero dovuto perdere nelle altre due categorie, ma così non è stato: le abilità linguistiche nei 3 campi sono risultate sovrapponibili.

Esperimento 2: 49 partecipanti (34 donne), fra i 18 e i 22 anni d’età. Dato che le parolacce sono tabù, hanno una differenza importante rispetto alle altre parole: sono soggette a freni inibitori, tant’è che in un laboratorio di psicologia vengono pronunciate con esitazione, dopo qualche secondo di silenzio. Per limitare il tempo di latenza, in questo secondo esperimento ai volontari è stato fatto lo stesso test dell’esperimento 1, ma per iscritto. I risultati? Sovrapponibili al test 1.

Esperimento 3: 126 partecipanti (86 donne), fra i 18 e i 38 anni d’età. In questo test, i volontari hanno svolto le stesse prove dei due precedenti, con un’aggiunta: le risposte sono state messe in relazione alle personalità dei partecipanti. In dettaglio, i volontari sono stati classificati secondo il Big Five inventory, una teoria che classifica le personalità secondo 5 dimensioni: estroversione/introversione, gradevolezza/sgradevolezza, coscienziosità/negligenza, nevroticismo/stabilità emotiva, apertura/chiusura mentale. In più, con la Scala Likert gli sperimentatori hanno misurato quanto spesso i soggetti dicevano parolacce, e il loro livello di religiosità: l’ipotesi da verificare era che le persone con alta religiosità e basso uso di parolacce ne sapessero dire meno. Risultato: chi era abile a parlare, lo era in tutte le categorie di parole (come nei test precedenti). In più, l’abilità a dire parolacce è risultata collegata ai tratti del nevroticismo e dell’apertura mentale (e non alla gradevolezza e alla coscienziosità).

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Il professor Timothy Jay.

Quali sono le conclusioni generali dello studio?
1) “Un lessico ricco di insulti è sintomo di sane abilità verbali, non un modo per mascherare le carenze linguistiche. Ciò non toglie che spesso le parolacce possano essere offensive o associate a emozioni negative, ma non si possono generalizzare questi tratti a chiunque le usi”. Conoscere tante parolacce è segno di ricchezza lessicale, soprattutto per esprimere rabbia, frustrazione, disprezzo, sorpresa ed euforia. Si può obiettare che il campione dello studio è piccolo (e lo è: 218 persone in tutto), ma è bastato a smentire (falsificare) l’assunto secondo cui la volgarità è indice di carenze espressive.
2) In un minuto, i volontari hanno detto più parole neutre che parolacce: il motivo? Gli animali sono una categoria più omogenea rispetto alle parolacce: in questa categoria, infatti, rientrano gli insulti e le oscenità, che hanno valore denotativo (cioè indicano oggetti o concetti precisi), ma anche le imprecazioni che hanno più valore denotativo, ovvero servono più a esprimere emozioni forti. Se dico “vaffanculo” esprimo rabbia più che pensare letteralmente alla sodomia.
3) Non c’è grande differenza fra uomini e donne: 8 delle 10 parolacce più pronunciate sono le stesse per ambo i sessi.
4) Chi ha un lessico ricco di parolacce non significa necessariamente che le dice più spesso: la competenza linguistica ha poco a che vedere con la frequenza d’uso, che dipende invece dal controllo cognitivo e dal livello di religiosità delle persone.

Dunque, se sentite qualcuno dire tante parolacce, non potete accusarlo di essere ignorante, o di avere un vocabolario limitato: anzi, le parolacce sono un modo intenso e sintetico di esprimere le emozioni.
Se avete qualche dubbio, riguardate il celebre sketch di Roberto Benigni sui nomi del sesso:

vito tartamella

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