0

Perché si scrivono insulti sulle bombe

UNA VIOLENZA PERSONALIZZATA 

2003: un militare USAF scrive un messaggio a Saddam Hussein su un missile. Sono le strofe di “When”, una canzone dei Megadeth: “Ti auguro morte e sofferenza, miseria in abbondanza” (National archives catalog)

Ma a chi giova tutto questo? Che senso ha lanciare un insulto, una maledizione, un sarcasmo che non potrà mai essere letto dal nemico? Questo atto, infatti, ha senso solo per chi lo compie. E ha 5 diverse funzioni:

  1. apotropaica: allontanare la tensione, i pensieri negativi. Chi sta in guerra vive in uno stato di costante minaccia: trasformare una bomba in un oggetto ironico, in una lavagna di insulti serve a depotenziare la paura. L’umorismo nero serve a scaricare lo stress, riducendo l’ansia e creando una distanza emotiva rispetto alle azioni sanguinose che si vanno a compiere.
  2. mentalità magica: lanciare una maledizione al nemico, come avveniva presso i Greci e i Romani, è un’espressione di “pensiero magico”, secondo cui esprimere un desiderio ha il potere di avverarsi nella realtà. 
  3. negare la violenza: i messaggi apparentemente amichevoli servono a mascherare l’atto di violenza, rendendolo una cosa banale, simile a uno scherzo giocoso. Un modo per rimuovere  anche le proprie responsabilità al riguardo
  4. personalizzare e partecipare alla violenza: nelle società antiche, la violenza si consumava di persona, attraverso il contatto fisico. Nell’epoca moderna, i bombardamenti hanno allungato la distanza del nemico, e lo hanno reso più astratto e impersonale.
    «Durante le due guerre mondiali, granate, mortai e bombe aeree furono responsabili della morte di oltre due terzi di tutte le vittime», scrive la storica britannica Joanna Bourke nel libro “Le seduzioni della guerra: miti e storie di soldati in battaglia” (Carocci)*. «La guerra è diventata più tecnologica, e questo ha diminuito le occasioni, per i soldati, di affrontare direttamente il nemico in combattimento: il rapporto tra truppe di supporto nelle retrovie e combattenti era di 12 a 1 nel conflitto 1939-45 e, al tempo della guerra del Vietnam, dei 2,8 milioni di uomini che prestarono servizio in Vietnam meno di 300mila affrontarono la battaglia».

    Soldati britannici con le bombe per la Germania, con la scritta “Un uovo di Pasqua speciale per Hitler” (National Archives catalog)

    La maggiore distanza rispetto al nemico, però, non ha eliminato il bisogno di un contatto con l’avversario: «I combattenti usavano l’immaginazione per “vedere” l’impatto delle loro armi su altri uomini, per costruire fantasie elaborate, precise e consapevoli sugli effetti delle loro armi distruttive, soprattutto quando l’effetto delle loro azioni sfuggiva alla vista immediata. Personalizzare il nemico poteva essere cruciale per il benessere morale ed emotivo dei combattenti e costituiva un argine contro una brutalità ottundente».
    E così, anche quando la guerra moderna allontana fisicamente il killer dalla vittima, «il nemico non diventa davvero anonimo: il combattente tende a ridargli un volto, o almeno a immaginarlo». E questo accade perché, per riuscire a uccidere un altro essere umano, i soldati hanno bisogno di trasformare la guerra da un fatto astratto a una relazione emotiva fatta di odio, vendetta, paura, solidarietà verso i compagni e soprattutto l’identificazione di un nemico preciso. Personalizzare il nemico serve a dare all’uccisione un senso morale ed emotivo: non sto colpendo un bersaglio neutro o generico, ma “quello che minaccia me”, “quello che ha fatto del male ai miei”, “il nemico che merita di morire”.
    I soldati hanno bisogno di costruire il nemico come presenza concreta, contro cui dirigere l’odio e il senso di giustizia. E’ per questo che, oltre alle bombe o ai missili, i soldati aggiungono insulti e maledizioni: i messaggi diretti a Hitler, Saddam o Hirohito avevano proprio questo scopo. Da un lato si deumanizza il nemico (è un mostro, quindi è giusto ucciderlo), dall’altro lo si personalizza per giustificare la sua eliminazione mirata. Se la guerra è un omicidio di massa legalizzato e autorizzato, occorre in qualche modo giustificarlo: «Questi uomini» scrive Bourke «erano appassionatamente impegnati nell’elaborare modi per giustificare l’uccisione in tempo di guerra, e la maggior parte di loro era desiderosa di assumersi la responsabilità morale delle proprie sanguinose azioni».
    A questo si aggiunge il fatto che nei bombardamenti è solo il pilota dell’aereo a compiere il gesto di violenza: aggiungere le scritte alle bombe è un modo simbolico di partecipare all’atto per chi rimane a terra.

  5. aumentare la coesione del gruppo: scrivere il nome proprio o del proprio battaglione è un modo per favorire il senso di identità e di orgoglio dei militari.  Per questo le foto degli ordigni con dediche sono diffuse in pubblico, anche per scopi di propaganda: per mostrare l’impegno dei soldati, il loro coraggio, la loro “simpatia” (se così si può definire).

⇒ Torna all’inizio

* In qualità di Affiliato Amazon, ricevo un guadagno dagli acquisti idonei

Se ti è piaciuto questo post, potrebbe interessarti anche questo:

Ucraina, quando la guerra si fa a parole

Condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *