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La fenomenologia del leccaculo

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Il lecchino: sempre prono ai voleri del capo (Shutterstock).

Le parole che indicano gli adulatori sono molto interessanti per un linguista: sono tutti spregiativi, e testimoniano il disprezzo verso chi fa lodi insincere. Ma non solo. Gli appellativi riservati ai lecchini sono un piccolo trattato di antropologia: descrivono come si comportano, aiutandoci a riconoscerli. Il che è utile, visto che oggi ce n’è una vera epidemia.
Cominciamo dai nomi degli adulatori, tutti carichi di disprezzo. La parola adulazione (“volgere verso”) evoca lo scodinzolare dei cani; lacchè era il domestico che seguiva o precedeva a piedi la carrozza del padrone: equivale a servo del potere. Ruffiano (chi, per denaro, agevola gli amori altrui; ma anche chi adula i potenti, sollecitandone la vanità, per ottenerne i favori) deriva da “rufus“, coi capelli rossi: in passato si pensava che le prostitute romane avessero i capelli rossi; oppure deriva dalla stessa radice di “arraffare”. Solo la parola lusinga fa eccezione in questo panorama di spregiativi, perché è un termine più neutro: deriva da lode. Piaggeria, invece, deriva da piaggiare: navigare vicino alla spiaggia, assecondare.
In spagnolo si dice “hacer la pelota” (fare la palla) per riferirsi a chi passa la palla per compiacere qualcuno (ma pelota significa anche puttana). L’adulatore, insomma, è come una puttana: ti lusinga sperando di incassare qualcosa.

Vederlo in azione è rivoltante: mente al punto da passare sopra la propria dignità pur di ottenere qualche vantaggio (o di non pagare lo scotto della sincerità). Ecco perché quest’estate la Cassazione ha riconosciuto che dare del leccaculo è un’ingiuria perché ha una “intrinseca valenza mortificatoria della persona”. Ed è sempre stato così: già Dante Alighieri collocò gli adulatori nell’8° cerchio dell’Inferno, quello degli ingannatori. L’ottavo cerchio è il penultimo dell’Inferno: per Dante, l’adulazione è più grave di tutte le forme di violenza, omicidio compreso, ed è superato solo dal tradimento. Ecco perché la pena degli adulatori consisteva nello stare immersi nella cacca fino al collo:

Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
vidi gente attuffata in uno sterco
che da li uman privadi [latrine] parea mosso.

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Gli adulatori danteschi di Gustav Dorè.

CONDANNATI ALL'ETERNA DISSENTERIA

L’analisi linguistica dei termini riservati agli adulatori svela altri aspetti della loro antropologia. E cioè che sono anche più pericolosi degli stronzi, di cui parlavo qualche tempo fa; perché a differenza degli stronzi, gli adulatori si mimetizzano. Camuffano la loro cattiveria sotto modi gentili e sinuosi. Arrivano a umiliarsi e a violentare la verità pur di ottenere qualche vantaggio personale. Sono proprio questi modi insinceri a caratterizzarli, anche nel lessico. Un vocabolario che copre tutti i sensi: tatto, gusto, olfatto, udito, come ha acutamente osservato il saggista Richard Stengel ne “Il manuale del leccaculo” (Fazi).
1) Tatto: è evocato dai termini allisciare, che ha un corrispettivo nell’inglese flattery (letteralmente appianare) e nel francese flatter; e da blandire, cioè carezzare. Lisciare denota l’appiattimento di un’asperità, rendendola più facile da trattare. Si accarezza l’ego di una persona con le parole. Si solletica la vanità altrui, si dà una pacca sulla spalla. Oppure, da un altro punto di vista, sono gli adulatori sono persone untuose, che usano parole alla vaselina: non provocano attriti, ma ti lasciano sporco.
2) Vista: pensate al termine moina, parola derivata dal francese che denota l’aspetto del volto, la faccetta amichevole dei ruffiani.

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Il leccapiedi (Shutterstock).

3) Gusto: quelle degli adulatori sono parole caramellose, zuccherate, melliflue, imburrate. E molti termini indicano il succhiare, il leccare: leccaculo, baciaculo, leccastivali, leccca-lecca, slurpatore, succhiabanane, sbavatore. Tutte metafore che derivano dall’antica pratica, nelle corti,  del bacio dell’anello o dei piedi (l’ano nella forma più bieca di servilismo). In inglese, l’espressione brown nose, naso marrone, indica proprio i leccaculo incalliti e senza vergogna: “Chi arriva a sporcarsi il naso lo fa con una specie di entusiasmo ossequioso, di solito senza neanche avere la consapevolezza di apparire odioso”, scrive Stengel.
4) Udito: la voce suadente (anzi: flautata) degli adulatori è evocata dal verbo sviolinare.

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GIORNALISTI? NO, CORTIGIANI

manuale-leccaculo-light-“L’adulazione corrompe chi la compie e chi la riceve”

Gli antichi Greci giudicavano l’adulazione una tecnica illecita perché sfrutta le debolezze umane, portando alla distruzione della convivenza civile. A loro, inventori della democrazia (anche se riservata ai soli ricchi), non garbava l’idea che alcuni si considerassero superiori e che altri si abbassassero davanti ai loro simili. Ecco perché detestavano l’adulazione; la ritenevano una forma di autoumiliazione, qualcosa di radicalmente antidemocratico.
Ma la loro posizione fu un’eccezione nella Storia, scrive Stengel. Dai Romani ai sovrani assoluti del 1600, fino alla vanitosa e insicura società di oggi, la piaggeria ha sempre trionfato. Soprattutto oggi: in una società governata dalla finanza e dai robot, conta più la fedeltà ai superiori che la competenza: le critiche – sul lavoro, ma anche in politica – sono viste con fastidio, perché rischiano di mettere in discussione o di ostacolare uno spettacolo che, invece, “deve continuare”. Ecco perché spesso ci comandano persone incapaci ma totalmente “organiche” al potere. “Lecca” e farai carriera.
Ma secondo molti studiosi, un minimo di adulazione è inevitabile: è la cortesia, spesso ipocrita, della vita quotidiana. Ne ho parlato sul nuovo numero di Focus: i complimenti sono uno dei collanti invisibili della società, perché tutti abbiamo bisogno di un po’ di considerazione e di gentilezza, foss’anche un po’ finta. Insomma, il lecchino si nasconde anche dentro ognuno di noi. Meglio saperlo che far finta di nulla.

Locandina 03-2014PS: coincidenza. Anche il “Vernacoliere” in edicola questo mese dedica la copertina ai leccaculo. L’avevo detto che è un tema di scottante attualità!!!

vito tartamella

vito tartamella

4 Comments

  1. E’ una analisi che definirei “scientifica” perché passa attraverso percorsi storici e letterari, perché antropologicamente identifica soggetti che sono classificati con questi termini proprio in funzione di una “attività” che svolgono. Personaggi che si ripetono (dal Medioevo al contemporaneo) che li conferma con una costante di tutte le epoche, dunque dell’indole umana. Soprattutto perché non si tratta di una ingiuria in quanto il ruffiano & soci sono coscienti e consapevoli della dismissione della propria personalità, dell’asservimento, della sua misera condizione intellettuale e sociale. Si “vendica” ottenendo un compenso, una approvazione, una protezione che lo mette al riparo rispetto a soggetti comuni che non hanno copertura e sono esposti a qualsiasi rischio. Anche della vita.

  2. Grazie per questo articolo, in un’epoca in cui si può perdere il lavoro anche per un’email critica, seppur rispettosa e ragionevole. Due domande: come valuti quelli che chiamerei “adulatori passivi”, ovvero coloro che non si espongono mai in situazioni problematiche, per esempio sostenendo le persone franche e sincere? E non trovi una similitudine tra il corrotto e il corruttore? In fondo l’adulato è quasi sempre è alla ricerca di adulatori. Avevano ragione i greci a definirla una pratica antidemocratica, guarda che strada stiamo prendendo…

    • Gli “adulatori passivi”, cioè gli ignavi, sono altrettanto pericolosi degli adulatori attivi. Perché tacendo avallano le peggiori situazioni: il fascismo o il nazismo sono durati a lungo proprio perché avevano pochi oppositori espliciti (che venivano perseguitati) e una maggioranza silenziosa di ignavi che si girava dall’altra parte quando c’erano le deportazioni…
      Tutti noi, chi più chi meno, siamo adulatori passivi nel lasciare andare le cose come vanno. Per vigliaccheria o anche per il piccolo egoismo di una vita comoda.
      Ed è drammaticamente vero quanto scrivi: oggi anche una critica civile è vista con fastidio. Perché “lo spettacolo deve continuare” sempre e comunque: in un’economia basata sulla finanza, il denaro è diventato sacro, più dei valori umani. E quindi passa sopra tutto e tutti.
      E lo stesso vale per la politica, che con l’alibi delle “emergenze” ci impone, di fatto, cose inaccettabili: meno diritti, meno libertà, più controlli, più tasse, meno servizi.
      E poi, certo: l’adulazione si basa su un patto implicito fra adulato e adulatore. Come nella corruzione, ognuno ricava qualche vantaggio, o spera di ricavarlo…
      Ciao e grazie per le tue riflessioni.

  3. Ieri sera ieri sono stata a vedere “Re Lear” di Shakespeare: non l’ho adorato (un po’ troppo classico) ma certe parti del testo mi hanno ricordato il tuo blog: vai a vedere l’atto secondo, scena 2, dialogo fra Osvaldo (il leccaculo e cortigiano di turno) e Kent (che non ha peli sulla lingua):
    OSVALDO: Per chi mi prendi?
    KENT: Per quella canaglia che sei. Un cialtrone scolapiatti cafone vanesio citrullo straccione; un settegiacche; un fottivento; uno schifoso; una pezza da piedi; un vigliacco sparaquerele fegato di ricotta, un figlio di puttana frustaspecchi straservizievole mascalzone rileccato: un pitocco erede di un baule di stracci in tutto; pronto a fare il ruffiano per rimediarci un benservito, quando poi non sei che un intruglio di canaglia, e, in più, accattone più vigliacco più ruffiano più figlio ed erede di cagna bastarda: per uno che mi voglie diroccare a legnate e che farò guaire come un cane, se neghi una sola sillaba di questo tuo stato di servizio.
    OSVALDO: E che razza di mostro sei, tu, a insultare così uno che non conosci e che non ti conosce?
    KENT: E che razza di spudorato faccia di corno sei tu a dire che non mi conosci quando, appena due giorni fati ho mandato a gamballaria e spolverato la schiena davanti al re? Mano alla spada, cialtrone, ché anche se è notte la luna non manca; e io voglio fare di te una frittata alla chiara di luna…. Mano alla spada, figlio di puttana, coglione d’un lecchino di barbieria. Alla spada!
    OSVALDO: Ma vattene! Io non ho niente da spartire con te.
    KENT: Alla spada cialtrone! Sei venuto con lettere contro il re. E parteggi per madama Vanità Testadilegno contro la regia maestà del padre suo. Mano alla spada, cialtrone, o che di codesti tuoi stinchi di segale faccio polpette. Alla spada, cialtrone! In guardia!

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