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Insultare i bambini: perché è sbagliato. Sempre

Nel film "Forrest Gump", il protagonista, ritardato mentale, era rispettato profondamente dalla madre, all'insegna del motto: "Stupido è chi lo stupido fa".

“Forrest Gump”, pur se ritardato mentale, era rispettato dalla madre, all’insegna del motto: “Stupido è chi lo stupido fa”.

La sentenza fa discutere, e – per una volta – a ragione. Il 13 aprile la Cassazione, con la sentenza 13897 (sesta sezione penale) ha annullato il divieto di dimora imposto a un padre romagnolo perché spesso diceva ai figli “deficienti”.
Il motivo addotto dai giudici? Insultare i figli è un “atteggiamento di certo scarsamente apprezzabile come strumento educativo”, ma “generalmente ricorrente nei rapporti familiari”. Devo confessare che sono rimasto di stucco.

Finora non ho commentato diverse sentenze della Cassazione, come l’assoluzione del lavoratore che ha detto al capo “Chi cazzo ti credi di essere” o la condanna di chi ha dato del gay a un omosessuale con l’intenzione di offenderlo. Non le ho commentate perché queste sentenze sono clamorose solo in apparenza: i giudici non hanno affatto “sdoganato” le parolacce, liberalizzando il loro uso sempre e comunque. Hanno fatto, invece, una corretta operazione linguistica: hanno sempre valutato il contesto in cui sono state dette le parolacce, cogliendo le intenzioni e le ragioni di chi le aveva dette, e le hanno rapportate alla sensibilità sociale dei nostri tempi.

Una scena da "Padre padrone", sui devastanti effetti di un padre autoritario.

Una scena da “Padre padrone”, sui devastanti effetti di un padre autoritario.

Ma nel caso del padre romagnolo hanno commesso un grave errore. La considerazione che le parolacce sono di uso frequente, nella società come in famiglia, è del tutto superficiale, perché cade in un errore comune: considera le parolacce come una famiglia indifferenziata. In pratica, mette nello stesso calderone espressioni molto diverse: imprecazioni (esclamazioni, come “Porca vacca!”), insulti (“deficienti”, per l’appunto), oscenità (parlare di sesso in modo esplicito: “c a z z o” & C) e scatologia (parlare di escrementi in modo esplicito “merda” & C.). In più, non tiene conto delle intenzioni comunicative e del colore emotivo delle espressioni: un conto è dire una parolaccia per esprimere rabbia, un altro conto per far ridere o scandalizzare.
Condannare o assolvere in blocco le parolacce è come dire che il coltello è solo un’arma per uccidere: invece può servire a sbucciare le patate, scolpire il legno, sradicare un tumore…

Ma non è tutto. Oltre a questa confusione linguistica, i giudici non hanno tenuto conto delle ricerche scientifiche (e non sono poche) che hanno studiato gli effetti delle parolacce sui bambini.
In “Parolacce” ne ho fatta un’ampia rassegna, che non solo i giudici, ma anche diversi psicologi, genitori, educatori e presunti esperti farebbero meglio a leggere, per non cadere in indiscriminate quanto disinformate campagne di condanna o di assoluzione.

Che cosa dicono queste ricerche? Che le parolacce, in sé, non fanno né bene né male ai bambini: tutto dipende da come sono usate. Se sono dette per parlare di sesso, per ridere, per esprimere rabbia, non avranno effetti univoci: tutto dipende dalla sensibilità, dall’educazione e dalla maturità del bambino (ciò che è traumatico a 8 anni non lo è a 17). L’uso di parolacce per esprimere violenza porta invece a una desensibilizzazione emotiva: da grandi, probabilmente, i bambini abuseranno delle parolacce. Per quanto riguarda i termini sessuali, secondo alcuni l’uso di termini osceni fin da piccoli eviterebbe loro una vita di inibizioni, ma su questo punto la discussione è aperta: certamente, l’uso dei termini osceni dovrebbe essere legato a un’equilibrata educazione sessuale.e

"Incompreso", un altro film sugli errori educativi di un padre.

“Incompreso”, un altro film sugli errori educativi di un padre.

Ma che cosa dicono le ricerche scientifiche sugli insulti ai bambini, come “deficiente”? Dicono che se le parolacce sono dette per offendere e svilire un bimbo,  avranno effetti negativi sulla sua psiche. l’abuso verbale, con il suo carico di svilimento e umiliazione, cambia la visione del mondo e l’autopercezione del bambino. «L’abuso verbale fa più danni da bambini che da adulti, perché un bimbo non sa difendersi da un attacco verbale», osserva lo psichiatra canadese Philip Ney.

Non ho la competenza giuridica e pedagogica per valutare se l’allontanamento da casa del padre romagnolo sia una misura troppo severa o adeguata. Senz’altro i giudici hanno tenuto conto della difficoltà del suo ruolo, dato che, a quanto pare, i suoi figli hanno “disturbi iperattivi” (che significa? è un termine medico o una valutazione generica?) e che uno di loro soffre di  epilessia.
Di certo, però, anche se è comprensibile che un padre perda la pazienza, il suo comportamento verso i figli è censurabile e ha certamente effetti negativi sulla psiche dei suoi figli.