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Perché “vaffanculo” è peggio di “va’ a cagare”…

Momenti di pace... e di libertà.E’ più offensivo mandare qualcuno affanculo o a cagare? La questione è banale solo in apparenza: oltre ai sentimenti personali, sono in gioco anche la libertà di espressione, la giustizia e il diritto ai risarcimenti. Esagero? No: perché proprio su questa questione si è pronunciata la suprema corte di Cassazione, con sentenze sorprendenti e – come vedremo – per molti versi discutibili.
La prima sentenza l’ho già commentata in questo blog. In sintesi, la Corte aveva assolto un politico che aveva mandato affanculo un altro politico che lo aveva offeso durante un consiglio comunale. Dunque, contrariamente a quanto avevano scritto molti giornali, la Cassazione non aveva “legalizzato” il vaffa, ma semplicemente applicato il Codice penale al contesto specifico, in nome – diciamo così – della legittima difesa. Ma aggiungendo anche che l’espressione, pur avendo «carattere di spregio» è diventata «di uso comune, perdendo il proprio carattere offensivo». Un grido d’allarme generale sull’inflazione del potere offensivo delle parolacce.
Ora la Cassazione (sentenza 15350, Quinta sezione penale, 21/4/2010) sembra ribaltare le carte in tavola. Il caso che ha giudicato è stato un diverbio fra due soci durante una discussione di lavoro. Tale Vittorio aveva chiesto al collega Giuseppe alcuni chiarimenti su una «delicata situazione lavorativa»; per tutta risposta, Giuseppe lo aveva mandato a cagare.
Vittorio aveva denunciato Giuseppe: il giudice di pace l’aveva condannato, stabilendo che con quell’espressione ne aveva offeso l’onore e il decoro.
Così l’autore della frase, Giuseppe, ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua espressione denotava solo «volgare insofferenza».

Ma la Cassazione ha respinto il ricorso, sostenendo che «L’espressione proferita, brutalmente volgare, zittiva l’interlocutore, ridicolizzandolo e troncando perentoriamente ogni discussione. Lo scurrile e crudo frasario, ampiamente esulante dalla mera insofferenza o fastidio, attingeva l’interlocutore con virulenza demolitoria, vulnerandone il senso di dignità e di rispetto che accompagna la persona nella sua dimensione individuale e sociale».

"World toilet day" a Berlino: una manifestazione per chiedere servizi igienici nel Terzo mondo.

“World toilet day” a Berlino: una manifestazione per chiedere servizi igienici nel Terzo mondo.

Dunque, il «va’ a cagare» ha un suo peso, che non può essere negato. E, scrive la suprema Corte, legalizzare queste espressioni in nome della volgarità dominante significherebbe depenalizzare l’articolo 594 del Codice Penale che punisce l’ingiuria, ovvero le offese all’onore (valore sociale, reputazione) e il decoro (doti fisiche e intellettive) di una persona. Anzi, scrivono i giudici, «la riaffermazione del senso definitorio della parola costituisce un’esigenza etica irrinunciabile».
Su quest’ultimo punto sono d’accordo: ho scritto parolacce proprio per questo. E allora, proviamo a riaffermare il senso di queste espressioni, al di là dei casi particolari esaminati nelle 2 sentenze. A prima vista, sembrerebbe che “va’ a cagare” sia un’espressione più offensiva di “vaffanculo”: è davvero così?

La risposta è no: almeno secondo le 2.615 persone che hanno partecipato nel 2009 al mio sondaggio del “volgarometro“. I risultati, infatti, sono inequivocabili: mentre “vaffanculo” è risultata un’espressione a offensività medio-alta (punteggio:  1,6 su 3), “va’ a cagare” è risultata un’espressione a offensività medio-bassa (punteggio: 1,3 su 3).
Un risultato linguisticamente impeccabile, e ora spiegherò perché.
Ma prima occorre fare una precisazione importante: ambo le espressioni NON sono insulti (non colpiscono direttamente l’autostima di chi li riceve) bensì “maledizioni“: consistono nell’augurare il male a qualcuno, e si basano su un pensiero magico, ovvero che la parola abbia il potere di avverarsi nella realtà.
In ambo i casi, la funzione di queste maledizioni è quella di allontanare l’avversario. Ma in modo molto diversi.
Il “vaffanculo” augura un rapporto sessuale passivo, ovvero – in un’ottica rigidamente eterosessuale – uno scenario fisicamente sgradevole e moralmente squalificante.
“Va’ a cagare”, invece, augura… una funzione fisiologica non solo universale, ma fondamentale e liberatoria, come ha ricordato quel geniaccio di Roberto Benigni nell’esilarante “Inno del corpo sciolto“.

E’ vero, però, che l’atto di defecare mette a nudo la nostra umile fragilità: non a caso, secoli fa, quando un cardinale diventava papa, lo si faceva sedere in pubblico su una “sedia stercoraria” (una comoda) per ricordargli che, pur essendo investito di un grande potere «egli non è Dio, ma un uomo e pertanto è sottomesso alle necessità della natura», scriveva l’umanista Bartolomeo Sacchi.

Un giovane cardinale infila la mano sotto la sedia stercoraria su cui è seduto il neoeletto papa Innocenzo X: illustrazione del 1644. Nel fumetto la scritta: «Il pontefice li ha» (i testicoli).

Un giovane cardinale infila la mano sotto la sedia stercoraria su cui è seduto il neoeletto papa Innocenzo X: illustrazione del 1644. Nel fumetto la scritta: «Il pontefice li ha» (i testicoli).

La sedia, forata, serviva anche ad accertare il sesso del papa: il cardinale più giovane aveva l’ingrato compito di infilarvi sotto una mano per verificare che avesse i testicoli. Per evitare, come diceva la tradizione, che fosse eletta una donna – com’era avvenuto per papessa Giovanna.
Dunque, riassumendo: ambo le espressioni servono ad allontanare una persona, umiliandola. Ma mentre il vaffanculo è del tutto privo di aspetti positivi, il “và a cagare” ne ha: sempre per citare Benigni: «Il corpo e` lieto, lo sguardo e` puro, noi siamo quelli che han cacato di sicuro». Insomma, una maledizione che può essere anche una benedizione: gli stitici ne sanno qualcosa….

vito tartamella

vito tartamella

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