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La grammatica delle parolacce/2

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Copertina di un album degli Zen Circus (2009), gruppo indie rock.

Oltre a enfatizzare e descrivere (funzioni di cui ho parlato in questo articolo), le parolacce hanno altre 3 funzioni più antiche e più complesse. Eccole.

3) IMPRECARE

Cazzo! Merda! Porca puttana! Mortacci tua! Sti cazzi!

Anche se rispettano alcune elementari regole grammaticali, come le concordanze di genere (maschile/femminile) e di numero (singolare/plurale) fra le parole, queste espressioni, secondo alcuni, non avrebbero significato letterale. Non servono a denotare (indicare) qualcosa perché sono desemantizzate, svuotate di significato. Equivalgono a ohi! Ahi! Ovvero sono, dal punto di vista grammaticale, interiezioni: sono parole o frasi cristallizzate che servono a esprimere una forte emozione (gioia, dolore, rabbia, sorpresa, paura, minaccia, disappunto, impazienza, disprezzo…).
Ma questa interpretazione si scontra con la storia. Le imprecazioni in origine avevano sì un significato: erano giuramenti. “Per Giove” significava  “che Giove mi fulmini se mento”. Perché avveniva questo? Perché non c’erano leggi che prevedessero punizioni per chi non rispettava la parola. “Oggi garantiamo le promesse con contratti che, a non rispettarli, prevedono una penalità: ipotecando la nostra casa, autorizziamo la banca a prenderne possesso se non paghiamo il mutuo. Ma quando non si poteva contare su strumenti commerciali e legali per imporre il rispetto dei contratti, ci si doveva mettere in posizione di svantaggio da soli”, sottolinea lo psicologo Steven Pinker dell’università di Harvard.

Il giuramento degli Orazi di Jacques-Louis David (1785).

In che modo? Costringendo se stessi a un pensiero sgradevole: immaginare di essere puniti da Dio se non si avesse mantenuto il giuramento.
Ma questi giuramenti non potevano essere inflazionati: se ogni volta che qualcuno trasgrediva un impegno solenne non gli capitava nulla, questo “avrebbe suscitato dubbi sull’esistenza di quest’ultimo, sulla sua potenza, o per lo meno sulla sua soglia di attenzione. E i rappresentanti terreni di Dio desideravano invece che si continuasse fermamente a credere che egli ascoltasse e intervenisse nelle questioni importanti. Che la gente appannasse il marchio invocando Dio come il forzuto a difesa dei loro affari spiccioli, quindi, non doveva piacere loro per niente. Da qui i divieti di servirsi del nome di Dio invano”.
Dunque, le imprecazioni (letteralmente: pregare contro) servivano in origine a segnalare una distinzione fra promesse quotidiane di poco conto e solenni impegni su questioni importanti.
Poi, il comandamento biblico “non nominare il nome di Dio invano” si è trasferito su concetti più terreni (sesso, morte, malattie) ma mantenendo la medesima funzione: evocare qualcosa di sgradevole, repellente o angosciante. Il sesso, in particolare, ha preso il posto delle divinità per due motivi: sia perché in origine era anch’esso sacro (per esempio, nell’antica Grecia si facevano processioni con grandi statue di falli, le falloforie, per propiziare la fecondità dei campi), sia perché anche il sesso è fonte di cautele, ansie e pensieri negativi.
Del resto, la parola testicoli, “piccoli testimoni”, rivela che anticamente si giurava su di essi per sancire la solennità di quanto si pronunciava. 

Processione fallica a Kawasaki (Giappone).

Tornando alle imprecazioni, dal punto di vista grammaticale sono interiezioni improprie (sostantivi o aggettivi usati con funzioni esclamative) o locuzioni interiettive (se formate da gruppi di parole).
Come tipo di frasi, le imprecazioni rientrano nelle frasi esclamative.
Il sociologo Ervin Goffman diceva che le imprecazioni (dette anche “versi reattivi”) servono non solo a sfogare le emozioni, ma anche a segnalare a un pubblico (vero o presunto) la nostra comprensione degli eventi. Una persona che rovescia un bicchiere potrebbe essere un maldestro, ma se dice “Cazzo!” ci segnala che quanto è successo non era nelle sue intenzioni e se ne rammarica.
Come scrive lo psicologo Stephen Pinker: “A seconda della scelta del termine e del tono con cui è pronunciato, uno sfogo può invocare aiuto, intimidire un avversario, o avvertire un attore incurante del danno che sta inavvertitamente causando”.

4) MALEDIRE

Le parolacce di questa categoria sono tutte frasi volitive: possono esprimere, a seconda dei casi, un comando (frasi imperative: vattene a fanculo), un desiderio (frasi desiderative: ti venisse un cancro), un’esortazione (frasi esortative: che vadano a cagare!).
Hanno la stessa origine delle imprecazioni, con la differenza che mentre queste ultime sono una minaccia a se stessi, le maledizioni sono una minaccia rivolta ad altri.
Sono un sortilegio, vicino alla magia nera a cui storicamente si ricollegano: si basano sulla credenza che il malaugurio possa davvero realizzarsi (“che Dio ti fulmini”). E questo in parte è vero: perché costringono anche per un attimo il destinatario a immaginarsi in quella sgradevole prospettiva.

5) INSULTARE

Gli insulti sono tutti aggettivi qualificativi. In molti casi sono metafore (usano una parola in senso figurato): sei uno stronzo = sei ripugnante come un escremento. Oppure: sei una sega = sei un atto sessuale che non vale nulla = non vali nulla.
In altri casi per insultare usano la connotazione (cioè le sfumature emotive, in questo caso negative, di una parola di per sé neutra o descrittiva): extracomunitario = persona proveniente da Paesi non europei = povero, ignorante, delinquente.
In altri ancora sono metonimie (sostituzione di un termine con un altro, con cui è in rapporto di vicinanza): baldracca da Baldacca, nome alterato di Bagdad, città dissoluta e nome di una contrada di Firenze dove abitavano le prostitute.
Oppure iperboli: sei una palla di lardo per dire “sei grasso”.
Anche l’insulto costringe a un pensiero negativo: costringe chi lo riceve a sentirsi sminuito e rifiutato, abbassando così la propria autostima. E anche questa è, a suo modo, una magia.
Il duo comico “I soliti idioti” fa largo uso di parolacce svilenti:

Quali conclusioni trarre da queste osservazioni?
Molti benpensanti affermano che le parolacce impoveriscono il linguaggio. Semmai, è vero il contrario: basti pensare alla gran mole di termini per indicare il sesso, che ho censito per la prima volta su questo blog.
Dunque, parolacce sono una tavolozza di colori emotivi che arricchiscono il nostro linguaggio, al servizio delle più svariate esigenze espressive. E lo fanno in un modo che alle altre parole è precluso: hanno una carica energetica, espressiva, dirompente, scandalizzante, immaginifica, provocatoria, liberatoria, catartica, che le altre parole non possiedono. A patto di non abusarne, perché questo ne inflazionerebbe l’efficacia.
E sono anche parole magiche, perché si attribuisce loro il potere di influenzare la realtà, profetizzando sventure, a sè o agli altri. Del resto le parolacce rientrano, a loro modo, nella stessa sfera del sacro: il comandamento “Non nominare il nome di Dio invano” vale anche per tutti i concetti a cui le parolacce si riferiscono. Ovvero la vita, la morte, le malattie.

vito tartamella

vito tartamella

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