0

Perché si scrivono insulti sulle bombe

 I PRIMI INSULTI E LA “BOMBA FROCIA”

“Felice Natale, Adolf”: scritta su un ordigno della Raf destinato a un bombardamento in Germania nel 1945 (IWM -HU 95286)

La tradizione di firmare le bombe è continuata anche dopo il conflitto mondiale, in tutti gli scenari di guerra, dal Vietnam (spesso con la formula “A gift from”, un regalo da…) alla Siria, Afghanistan, Iraq: su alcune bombe campeggiava la scritta “Dear Saddam and Osama, Special Delivery, Rest in Hell”, ovvero “Cari Saddam (Hussein) e Osama (Bin Laden), consegna speciale, riposate all’inferno”.

Con una differenza rilevante rispetto al passato: il lessico non è più allusivo, ma scivola spesso nella volgarità diretta (come ai tempi dei Romani), anche perché negli ultimi decenni si è abbassata la soglia di tolleranza verso il linguaggio scurrile. Ma fino a un certo punto: nel 2001 fece scalpore la cosiddetta “bomba frocia (fag bomb) ” una bomba montata su un caccia militare statunitense, fotografata a bordo della portaerei USS Enterprise durante l’invasione dell’Afghanistan, mentre si trovava nel Mar Arabico. Mentre veniva preparata per una missione aerea sull’Afghanistan, la bomba, un F-18 Hornet, fu imbrattata con un graffito da un marinaio della Marina statunitense con la scritta ” HIGH JACK THIS FAGS ” (“Dirottate questo,  froci!”). Il termine HIGH JACK faceva riferimento agli attentati dell’11 settembre del mese precedente, per il quale erano stato utilizzati aerei di linea dirottati dai terroristi. Furono proprio gli attentati dell’11 settembre a indurre gli statunitensi all’intervento militare contro l’Afghanistan. La fotografia fece il giro del mondo, scatenando l’indignazione della Gay & Lesbian Alliance Against Defamation (GLAAD) e della Human Rights Campaign: tanto che il giorno successivo l’Associated Press l’ha ritirata dalle agenzie. La Marina ha affermato che all’epoca non esistevano regolamenti su cosa si potesse scrivere sulle bombe (dubito che nel frattempo siano stati redatti). Il contrammiraglio della Marina statunitense Stephen Pietropaoli ha dichiarato che l’equipaggio era stato ammonito per i loro atti spontanei di scrittura, definendo l’insulto «non all’altezza dei nostri standard» (le uccisioni, invece, lo sono?). Se non avessero usato un insulto omofobo, probabilmente nessuno avrebbe avuto da obiettare: eppure, una strage causata da un bombardamento è ben più grave di un epiteto offensivo. 

La home page del sito ucraino SignMyRocket

I “bomb graffiti” sono arrivati fino ai conflitti di oggi in Ucraina, Iran, Gaza. L’ultima novità, a cui accennavo all’inizio, è recente. Nel 2022, uno studente 25enne di informatica ucraino, Anton Sokolenko, ha fondato un sito, SignMyRocket, con il quale, in cambio di una donazione, chiunque può far scrivere una dedica personalizzata (frequenti gli insulti) su un ordigno diretto contro i russi. Il giovane ha consegnato più di 200 pennarelli indelebili ai soldati, i quali si sono offerti di scrivere sulle armi e fotografare il risultato in cambio di auto, droni o apparecchiature di telecomunicazione. I prezzi variano da 150 dollari per un messaggio su un proiettile di obice fino a 3.000 dollari per uno scritto sul fianco della torretta di un carro armato. Con questo sistema, il sito ha raccolto oltre 2 milioni di dollari, con richieste giunte da ogni parte del mondo (soprattutto gli Usa). Un crowdfunding che serve a finanziare le forniture militari ucraine. Uno dei tanti modi di spettacolarizzare (e sfruttare economicamente) la violenza: i donatori ricevono via email una foto con la scritta sui missili, da condividere sui social.
Un’ingerenza privata e internazionale nelle dinamiche di guerra che suscita molte perplessità: è pur sempre un modo per pubblicizzare e legittimare la violenza.

Il presidente Trump con Nikki Haley

E non è l’unico caso controverso. Gli insulti sulle bombe, in generale, creano scandalo quando escono dai teatri di guerra, che obbediscono a logiche diverse. Nel 2024, ad esempio, la politica Nikki Haley, ex candidata repubblicana alla presidenza degli Usa ed ex ambasciatrice presso le Nazioni Unite, durante una visita a una postazione di artiglieria lungo il confine settentrionale di Israele con il Libano ha scritto “Finish them!” (Finiscili!) su un proiettile di artiglieria. Amnesty International USA ha deprecato l’iniziativa sottolineando come le zone di conflitto «non siano il luogo adatto per le bravate». Il Council on American Islamic Relations l’ha condannata per aver scritto «un messaggio violento» due giorni dopo un raid aereo israeliano su un accampamento di tende a Rafah, che ha ucciso almeno 45 persone. «Solo un razzista anti-palestinese genocida potrebbe firmare finiscili sullo stesso tipo di proiettili di artiglieria che il governo israeliano ha usato per mesi per massacrare palestinesi innocenti, tra cui decine di donne e bambini bruciati vivi nell’orribile attacco del 26 maggio», ha commentato il direttore degli affari governativi del CAIR, Robert S. McCaw. In effetti, con quella frase la Haley dava una cornice di legittimazione politica alla sanguinosa offensiva militare israeliana a Gaza che fino a quel momento aveva ucciso più di 36.000 palestinesi, di cui circa 15.000 bambini. 

Insulti, maledizioni e humor nero

Condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *