ATAGO, INSULTI CONTRO GLI SPIRITI MONTANI

La processione iniziale del festival (Associazione Turistica di Kasama).
Più antico e complesso, invece, l’altro festival degli insulti giapponese: quello sul Monte Atago, vicino a Kasama (anche in questo caso una collina a 305 m sul livello del mare). Qui c’è un santuario shintoista, dove la terza domenica di dicembre, ha luogo un Akutai Matsuri (festival degli insulti), ancora più antico del precedente: risale infatti alla metà del 1700. La festa si svolge in questo modo: il pubblico si accoda alla processione di 13 sacerdoti shintoisti vestiti di bianco, che impersonano i Tengu, spiriti montani. La processione visita 16 santuari, portando offerte votive. Durante la processione, il pubblico urla vari insulti ai Tengu: “bakayaro”, idiota (come nella manifestazione sul monte Oiwa: in giapponese, del resto, esistono pochi termini insultanti) e “konoyaro”, letteralmente “questo cafone”, ovvero “zotico, bastardo”. E, nel frattempo, cerca di arraffare le offerte votive. L’evento si conclude quando i sacerdoti e i presenti gridano “bakayaro” per tre volte, lanciando mochi (dolcetti di riso) e caramelle al pubblico.
La storia

La folla osserva la preparazione delle offerte votive (Associazione Turistica di Kasama).
Nonostante le somiglianze, però, questa manifestazione ha un’origine del tutto diversa, più ancorata alle credenze religiose dello shintoismo, una religione basata sul rispetto della natura e la credenza animista che gli elementi della natura siano vivi.
La festa si basa, infatti, sul mito dei Tengu: nell’antichità erano considerati demoni di montagna, minacciosi e burloni. Ma verso il 1600 questi demoni – secondo lo Shugendo, una corrente ascetica praticata dai monaci di montagna – assunsero un nuovo ruolo, diventando messaggeri divini, spiriti guardiani delle foreste e protettori contro malattie e spiriti maligni.

I Tengu lanciano dolcetti al pubblico (Associazione Turistica di Kasama).
Dunque, creature molto forti, ma al tempo stesso arroganti e superbi. Insultare i Tengu, in quest’ottica, diventava quindi un rito di purificazione dell’ego: ridicolizzarli serve a ricordare loro l’importanza dell’umiltà. Dunque, le parolacce come modo per “abbassare” chi si crede più in alto degli altri. In più, nella tradizione ascetica dello Shugendo lo spirito si rafforza con la volontà. Dunque, sfidare (verbalmente) il Tengu, il demone di montagna, era un test di forza spirituale: chi riusciva a prevalere sul Tengu dimostrava la capacità di sottomettere le sventure, strappando alla divinità la sua protezione per il nuovo anno.
Secondo altre ipotesi, invece, la festa era semplicemente un momento in cui le autorità politiche e religiose consentivano ai contadini e ai tessitori di sfogarsi per un giorno l’anno, liberandosi dai rigidi vincoli delle regole e delle gerarchie sociali. Un aspetto senz’altro presente, ma derivato da quello religioso originario. Tant’è vero che nel tardo 1800 la festa diventò così caotica e sfrenata che fu vietata. E’ ripresa nel Dopoguerra, e si è stabilizzata nella forma attuale all’inizio degli anni 2000.
Ringrazio Shota Iuchi dell’università di Osaka per la preziosa collaborazione.