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Il Giappone e i festival degli insulti

OIWA, IL TAPIRO INVOCATO E OFFESO

La processione iniziale del festival a Oiwa

La processione iniziale del festival (Tempio Oiwasan Tamonin Saishoji).

Il monte Oiwa è una “montagna sacra” a nord della città di Ashikaga. In realtà è una collina, essendo alto soli 417 metri. Sul monte c’è un  tempio, chiamato Oiwasan Tamon-in Saishoji e fondato nel 745 d.C., dove si venera Bishamonten (Vaiśravaṇa nel buddismo classico), uno dei Quattro Re Celesti, dio della guerra e protettore della legge buddista. 

Come si svolge il festival degli insulti? Il pubblico si raduna la sera di Capodanno alle ore 23 nel parcheggio ai piedi del monte. Per 500 yen (circa 5,3 euro) si possono comprare le Ema, tavolette votive di legno: i partecipanti vi scrivono le sventure subìte nel corso dell’anno passato. Una volta arrivati in cima al monte, le tavolette vengono gettate in un braciere, che simbolicamente brucia tutta la cattiva sorte accumulata nell’anno passato. Sulla tavoletta è raffigurato il Baku, un tapiro mitologico con corpo di orso, zampe di tigre, coda di bue e occhi di rinoceronte. Secondo il folklore giapponese, il Baku si nutre degli incubi, ma anche delle malattie e della cattiva sorte in generale.

La storia

Scultura di un Baku in un tempio giapponese

Scultura di un Baku in un tempio giapponese (Wikipedia)

Ed è proprio intorno al Baku che si è sviluppato il Festival. Alla fine del 1800 (la fine del periodo Edo) la zona di Ashikaga fu colpita da gravi carestie ed epidemie che causarono molte vittime. Così la popolazione iniziò a salire in processione sul Monte Oiwa invocando il Baku affinché mangiasse l’epidemia, liberandola così dalle sventure. In origine i fedeli salivano in cima al monte invocando “Baku-sama”, ovvero “Onorevole Baku”. Poi, col passare del tempo, l’invocazione si è trasformata in “Bakayaro!”, cioè “idiota”. Letteralmente, la parola è composta da “baka” e “yaro”. “Baka” significa di per sè cavallo/cervo: secondo un’antica leggenda, un funzionario corrotto aveva portato un cervo davanti all’imperatore, sostenendo che fosse un cavallo. Nessuno del pubblicò osò contraddirlo, per paura o ignoranza: così il termine “baka” designa una persona che non sa riconoscere le cose evidenti, diventando sinonimo di “idiota” (per noi sarebbe traducibile con “boccalone”). Il termine “yaro” significa invece giovane contadino, ma con sfumatura spregiativa: equivale a cafone, burino. Dunque, “bakayaro” significa “zotico scemo”.

Una tavoletta votiva con un Baku al centro: augura di scacciare sfortuna, malattie e spiriti maligni

Una tavoletta votiva con un Baku al centro: augura di scacciare sfortuna, malattie e spiriti maligni (Tempio Oiwasan Tamonin Saishoji)

Ma com’è avvenuta questa trasformazione da un’invocazione sacra a una profana? Secondo gli organizzatori del festival, per sfogare la fatica della salita notturna al monte, ma anche per esprimere la disperazione e la rabbia verso le carestie ed epidemie. Il grido è diventato uno sfogo, complice l’assonanza (da Baku-sama a Baka-yaro).

Ecco perché, ancora oggi, chi partecipa alla processione diretta alla cima del monte – la Processione delle Lanterne, perché illuminata da lumini e accompagnata dal suono di Horagai, trombe ricavate da conchiglie marine – urla “Bakayaro”. E i partecipanti possono aggiungere altri insulti a piacere, purché – dicono gli organizzatori – non siano indirizzati a nessuno in particolare. Sono vietati, poi i nomi terminanti in “bou” come binbou (pezzente) o dorobou (ladro): il suffisso -bou (坊) si sovrappone foneticamente al termine Bō (坊) usato per indicare i monaci e le strutture del tempio. Pronunciare insulti diretti con -bou rischia di trasformare l’invocazione rituale contro il male in una offesa verso i monaci. 

I significati

Uno dei partecipanti urla durante la gara di insulti al tempio Oiwa: a destra il fonometro misura i decibel della prestazione

Uno dei partecipanti urla durante la gara di insulti: a destra il fonometro misura i decibel della prestazione (Tempio Oiwasan Tamonin Saishoji).

Il significato di questo rito? E’ un appuntamento catartico: gli insulti servono a sfogare le frustrazioni accumulate nel corso dell’anno, facendole assorbire al Baku che le divora. Tant’è vero che nella tavoletta votiva, intorno al disegno del Baku, sono elencati tutti i mali possibili: energie negative, malattie contagiose, sventure in generale (che finiranno simbolicamente nel braciere). Dunque, gli insulti sono usati sostanzialmente come imprecazioni: non sono rivolti a nessuno in particolare, servono solo a sfogare la rabbia.

A questo significato religioso, si è poi aggiunta una manifestazione folkloristica che ha luogo al termine della manifestazione: una gara a chi urla più forte un insulto. I partecipanti salgono su una pedana, e urlano un’imprecazione: una giuria, armata di fonometro, decreta il vincitore, a cui va un regalo di Capodanno di 10mila yen (50 euro).

⇒ (avanti) Atago, insulti agli spiriti montani

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