
I Tengu lanciano dolcetti al pubblico al termine del festival di insulti ad Atago (Associazione Turistica di Kasama)
Esiste una festa degli insulti? Una ricorrenza, cioè, nella quale le offese, urlate a squarciagola, sono protagoniste della manifestazione? La risposta è sì. Ne esistono due, in un Paese lontano geograficamente e culturalmente da noi: il Giappone. Ed è un fatto molto sorprendente, perché il giapponese – l’avevo raccontato in questo articolo – è una lingua con pochissime parolacce. Tutte e due i festival, chiamati “Akutai Matsuri” (Festival degli insulti) hanno un’origine religiosa, ed è l’altro aspetto inatteso di queste storie, dato che la maggior parte dei giapponesi si considera agnostica.
In realtà, anche da noi esiste una festa nella quale le parolacce – insieme agli scherzi e ai travestimenti – sono ampiamente tollerate: il Carnevale. Che, a ben guardare, è una festa religiosa anch’essa: oggi è l’anticamera della Quaresima, ma in origine era una festa sacra di tipo agricolo. Ne parlerò più diffusamente in uno dei prossimi articoli.
Ora però è il turno dei due festival giapponesi, che si svolgono entrambi a Nord di Tokyo fra la fine di dicembre e Capodanno: in uno, nel tempio Oiwasan Tamon-in Saishoji sul Monte Oiwa, poco più a nord di Tokyo, una processione costellata da imprecazioni finisce in una gara a chi urla più forte un insulto, valutato da una giuria armata di fonometro.
Nell’altro, sul Monte Atago, poco più a nord di Osaka, nel Santuario shintoista di Atago, i partecipanti devono urlare improperi a un gruppo di 13 sacerdoti shintoisti vestiti di bianco durante una processione.
Come sono nate queste curiose tradizioni, che rientrano fra le più seguite manifestazioni bizzarre del Giappone? E qual è il loro significato? Lo scoprite nelle prossime pagine.
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