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Politici, non rubateci le parolacce!

original«Sono vecchio, ma non rincoglionito».
Silvio Berlusconi, 2 marzo 2008

«Ascolterò la città anche a costo di qualche “vaffa”».
Francesco Rutelli, 24 febbraio 2008

«Siamo incazzati».
Slogan del Partito socialista, 22 febbraio 2008 (v. foto qui sotto)

In effetti, sono incazzato anch’io. Non per i toni volgari di questa campagna elettorale: quando scrivevo “Parolacce”  ne ho lette a migliaia, di tutte le epoche e in tutte le lingue. Ci ho fatto l’abitudine… E che la politica scateni violente passioni è un fatto naturale, come ho già scritto in questo stesso blog.
Altrettanto assodato (lo hanno dimostrato molti studi scientifici) che, quando un leader usa il turpiloquio, accorcia le distanze con il suo uditorio ma al tempo stesso perde carisma, credibilità e autorevolezza: se i nostri politici vogliono correre questi rischi, fatti loro. Diciamo che ognuno ha il proprio “stile”…

 

Campagna antidroga di Forza Nuova (2008).

Campagna antidroga di Forza Nuova (2008).

Il problema è un altro: quando ascolto un candidato che dice volgarità, mi sento defraudato. E c’è un motivo oggettivo: le parolacce sono, da sempre, il linguaggio del popolo (non a caso, “volgare” significa “popolare”). E un linguaggio anarchico, senza padroni, intrinsecamente contro il potere costituito.
L’ha scoperto, il secolo scorso, un grande critico letterario russo, Michail Bachtin studiando la comicità nelle opere dello scrittore rinascimentale François Rabelais.
Le parolacce, diceva Bachtin, sono il linguaggio della piazza: fa cadere le barriere di potere e di classe, liberandoci “dalla meschina serietà degli affari della vita quotidiana, dalla serietà sentenziosa e cupa dei moralisti e dei bigotti”. Le parolacce, se usate per ridere, ci aiutano a superare la paura di vivere, non impongono divieti o restrizioni, corrodono i soprusi e la sopraffazione del potere. Non a caso, diceva Bachtin, “il potere, la violenza, l’autorità non usano mai il linguaggio del riso”.

Manifesto della Lega padana (anno 2004)

Manifesto della Lega padana (anno 2004)

Ma allora perché i politici di oggi lo usano? Per biechi motivi di marketing elettorale: i politici, usando le parolacce, ci strizzano l’occhio, per farci credere che sono vicini a noi, che parlano come noi, che sono come noi… Ma non è vero: loro, a differenza di noi, hanno grandi poteri, ampi privilegi e gravose responsabilità. Compresi gli esponenti dei partiti che si definiscono “popolari” come la Lega Nord, forse il primo partito ad aver sdoganato le parolacce nei comizi e non solo.
Un conto è un politico che insulta l’avversario (uso legittimo, col beneplacito della Cassazione); tutt’altro conto è un politico che dica volgarità ai suoi elettori per conquistarli: è un mistificatore!

Quindi, i politici (nessuno escluso: siano di destra, di sinistra o di centro) facciano il sacrosanto piacere di non rubarci anche le parolacce, dopo averci sottratto la stabilità, l’avvenire e in diversi casi anche i soldi… Che lascino le parolacce al popolo e ai comici! Il che è anche un avvertimento a Beppe Grillo: se, un domani, decidesse di avventurarsi in politica, non sarebbe più legittimato a fare “Vaffa-day”… Quantomeno, dovrebbe chiamarli in un altro modo.

Beppe Grillo in azione.

Beppe Grillo in azione.

P.S.: A proposito di politica, se volete ripensarla in modo serio, interessante e divertente, non perdete il prossimo numero di Focus Extra, in edicola dal 5 aprile: scoprirete quanto può essere appassionante e utile la “vera” politica. Cazzarola.

vito tartamella

vito tartamella

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