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Ma le parolacce sono di destra o di sinistra?

libero1La domanda può sembrare stupida, ma non lo è: le parolacce sono di destra o di sinistra? In generale, né l’una né l’altra: le parolacce, infatti, non hanno colore ideologico. Sono un linguaggio al servizio delle emozioni, a prescindere dal credo politico. Ma non dal credo religioso: nessuna religione tollera insulti, oscenità e imprecazioni (soprattutto le bestemmie, ovviamente).
E’ altrettanto vero, però, che le parolacce hanno identificato precisi gruppi sociali e politici nel corso della storia. Nei secoli scorsi, il linguaggio volgare era considerato tipico delle classi basse: si diceva (si dice ancora oggi) “non parlare come uno scaricatore di porto”, “linguaggio da osteria” (o “da bordello”). Questo accadeva perché le classi alte (i nobili, i ricchi) miravano all’ideale della cortesia, il raffinato linguaggio di corte che rifuggiva le volgarità e l’aggressività. E’ pur vero che la cortesia può essere ipocrita, e celare un disprezzo peggiore di un insulto diretto. E proprio contro questa ipocrisia si sono scagliati molti celebri autori letterari, che hanno usato le parolacce per esprimere una vena popolare autentica, per chiamare le cose col loro nome: basti pensare ai sonetti romaneschi di Gioachino Belli.

E così le parolacce sono diventate un linguaggio di rottura: un’arma per fare la rivoluzione, per rovesciare il potere costituito, per dire che il re è nudo. E sono diventate anche un segno distintivo, come i forconi: il linguaggio del popolo, del volgo (volgare, appunto), è diventato il linguaggio della schiettezza, dell’autenticità: di chi dice “pane al pane”. Da questo punto di vista, le parolacce sembrano essere più “di sinistra”, se per sinistra si intende uno schieramento politico progressista, socialista, radicale, riformista, mentre la destra rappresenta i conservatori, i tutori dell’ordine costituito. Semplificando: a sinistra i poveri, con un linguaggio popolare; a destra i ricchi, con un linguaggio più forbito. Ma la separazione non è così netta: ci sono poveri “di destra”, morigerati nel linguaggio; e ricchi “di sinistra”, con un linguaggio ruspante.

Me-ne-frego-cover-vcd-frontIn realtà le parolacce sono state usate, in epoche alterne, da tutti i movimenti, sia di destra che di sinistrache si sono schierati contro la cultura dominante: dai futuristi di Tommaso Marinetti, ai fascisti di Benito Mussolini (che usava un “linguaggio da caserma“, essendo un dittatore), fino alla contestazione giovanile del ’68.
Una rivoluzione, questa, che ha accomunato destra e sinistra nella lotta contro il potere costituito. E anche contro il suo linguaggio formale: dal 1968 il linguaggio informale, colloquiale (parolacce comprese) ha fatto irruzione in ogni settore, dalla letteratura al cinema, alla radio. Diventando l’emblema della contestazione giovanile, dell’abbattimento delle barriere di classe, della lotta ai formalismi e all’autorità. Ancora oggi i giovani usano il gergo e le parolacce proprio per distinguersi e prendere le distanze dagli adulti, anche nel linguaggio. 

Poi, nel 1984, il vento è cambiato: nasceva la Lega Nord ed entrava in politica Umberto Bossi. Un’entrata dirompente, anche nel linguaggio: Bossi voleva accreditarsi come forza popolare, e al tempo stesso scuotere il panorama politico per gridare a gran voce i bisogni del Nord, anche attraverso le parolacce. Diverse espressioni volgari apparivano anche negli slogan – molto diretti, verso gli avversari e verso gli immigrati – dei manifesti leghisti. In quegli anni, intanto, anche la sinistra usava le parolacce, non in politica ma nella satira: era nato “Il Vernacoliere” (1982), mensile livornese anarcoide con simpatie a sinistra; e soprattutto “Cuore” (1989-1996), settimanale satirico inserto dell’Unità. Le sue prime pagine sono passate alla storia proprio grazie alle parolacce, che in quegli anni era impossibile trovare sulle pagine dei giornali.

Il duopolio Lega-satira si è spezzato negli anni ’90, con il debutto politico di un terzo incomodo, Silvio Berlusconi: dal 1994 ha usato le parolacce sia per strizzare l’occhio al popolo (“parlo come voi perché sono come voi”: un’operazione di marketing) sia per attirare l’attenzione su di sé (e a volte per distrarre da problemi ben più spinosi), sia per attaccare, svilendoli, i propri avversari e corrodere il potere delle istituzioni (magistratura innanzitutto). Dopo lo scandalo iniziale, col passare del tempo il suo linguaggio ha contagiato tutta la destra, ma anche gli altri schieramenti. La parolaccia era stata definitivamente “sdoganata” in politica.

beppe-grillo-sulla-cover-di-rolling-stone-italia-270433Solo 13 anni dopo ha fatto irruzione nella politica italiana un quarto alfiere delle volgarità: Beppe Grillo. Che ha fatto un’operazione diversa: ha messo il linguaggio della satira al servizio della politica. E l’ha fatto con grande padronanza, grazie al suo passato di comico. Tanto che il suo esordio nelle piazze è avvenuto con uno slogan che era una parolaccia: vaffanculo (“Vaffa day”, 2007). Il vaffanculo serviva a esprimere la rabbia del “popolo” contro i politici condannati che continuavano (e continuano) a sedere in Parlamento.

Con lui, la contaminazione fra satira e politica ha raggiunto il culmine, contagiando anche i quotidiani di destra. Per la prima volta nella storia, i giornali di cronaca toglievano il doppiopetto e iniziavano a usare le parolacce nei titoli: prima “Il Giornale” diretto da Vittorio Feltri (2009-2010), e poi “Libero” di Maurizio Belpietro (dal 2009). Non solo per strizzare l’occhio al popolo, per apparire più schietti, ma anche per prendere una posizione chiara e netta. I due giornali non facevano i cerchiobottisti: dicevano in modo diretto quello che pensavano degli avversari politici.
Nello stesso anno, il 2009, nasceva – a sinistra – “Il fatto quotidiano“: anch’esso prende posizione in modo diretto, ma usa le parolacce più raramente. In tutti questi casi, comunque, si vede quanto è labile il confine fra “popolaresco” e “populista”.

A tutta questa liberalizzazione delle parolacce, però, hanno contribuito non solo i politici, ma anche (e molto) un altro fattore, ancora più influente: la televisione. Essendo a caccia di audience, le tv davano sempre meno spazio alle noiose tribune politiche, in favore dei talk show con risse fra politici.
I politici hanno iniziato a usare un linguaggio volgare non solo per avere più visibilità, per attirare l’attenzione, ma anche per avere una comunicazione veloce ed efficace. In tv, infatti, non c’è tempo per lunghe argomentazioni. Bisogna andare dritti al sodo. E cosa c’è di meglio delle parolacce, che sono “giudizi abbreviati”, sentenze per direttissima e senza appello, per liquidare un avversario in pochi secondi?

Dunque, se oggi viviamo in un’epoca di inflazione delle parolacce, lo dobbiamo al movimento del 1968, ai politici e alla tv. E per i corsi e ricorsi della storia, negli ultimi 25 anni si sono ribaltati i ruoli: la sinistra si è imborghesita, è andata al potere, e mantiene un profilo tendenzialmente “pulito” (potremmo dire “fighetto”) nel linguaggio. La destra, invece, assume i panni dell’oppositore barricadero e rivoluzionario, che parla “pane al pane” e quindi dice le parolacce. Oggi, insomma, le parolacce sono più “di destra”. Ma i confini sono labili: le parolacce riemergono – sia a destra che a sinistra – quando occorre essere brevi, incisivi e “popolari”. I nostri politici, insomma, usano le parolacce per farsi percepire come schietti, diretti e rivoluzionari. Ma non si accorgono che, così facendo, perdono prestigio e somigliano sempre più a una caricatura degli adolescenti, come ha osservato il comico Saverio Raimondo (vedi video qui sotto): “Montecitorio, quartiere malfamato, culla italiana dell’hip hop. Gronda violenza e turpiloquio,e i politici esprimono questo degrado. Il Parlamento punto di ritrovo dell’underground italiano, e i politici si sfidano nelle gare di freestyle”…

Ho parlato di questo argomento nella puntata di “Max e Monica” su Radio Montecarlo il 28 gennaio 2016. Potete ascoltare l’intervento cliccando sul player qui sotto.

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vito tartamella

vito tartamella

3 Comments

  1. “Cazzo” la parolaccia per eccellenza è un’ostentazione di potenza e virilità, ed in questo senso è certamente di destra, soprattutto se pronunciata dal sesso forte. Se invece è, o era pronunciata da una femminista sessantottina, magari negli anni in cui questo…”tipo di punteggiatura” non era in uso tra il gentil sesso, assume i connotati trasgressivi tipici della sinistra.

    • Ipotesi suggestiva, ma non mi sento di sposarla. Perché mescola due diversi piani di analisi: l’uso del turpiloquio negli schieramenti politici, e l’uso del turpiloquio a seconda del genere (maschile/femminile). Sono due piani distinti, anche se convivono nella vita reale. Il cambio nelle abitudini linguistiche dei due schieramenti mi sembra motivato più che altro da problemi di visibilità e di potere: quando negli anni ’70, la sinistra era all’opposizione, usava le parolacce per contestare il sistema. Poi negli anni ’90 le parolacce sono state acquisite dalla destra per avere più visibilità e accreditarsi come forze di opposizione e di espressione del malcontento popolare, mentre gradualmente la sinistra entrava nelle stanze del potere.
      In questo cambiamento, potrebbe pesare anche un cambiamento di genere: la destra è più maschilista e quindi più dedita al turpiloquio, mentre la sinistra, più vicina alle posizioni egualitariste del “politicamente corretto”, lo è meno. Ma mi sembra che in questa dinamica pesi di più la dialettica potere/opposizione.

  2. Cercherò di essere più chiaro: l’irripetibile parolaccia di cui sopra, si sposa perfettamente col machismo ed il “celodurismo” di una certa destra, occorre d’altronde capire che chi, essendo di destra, non può permettersi di ostentare ville megagalattiche o elicotteri che atterrano allo stadio dovrà pur sempre cercare di arrangiarsi in qualche modo. Sulle labbra di una femminista sessantottina suona invece più o meno così: “non sono un’educanda di famiglia borghese uscita fresca fresca da un collegio svizzero”. In un tale femminile “eloquio” si possono scorgere evidenti elementi ostentativi di emancipazione femminile, andata affermandosi negli anni che seguirono il ‘68. Del resto, come giustamente sosteneva Giorgio Gaber: la donna emancipata è di sinistra, quella riservata di destra.
    Biasimo Inverso

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