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Perché diciamo “porco cane” (e che senso ha)

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Un cinghiale: è lui il “porco-cane”? (foto Sergii Votit/Shutterstock.com)

Da dove salta fuori l’imprecazione “porco cane?”. Che senso ha dare dell’animale a un altro animale, per di più “il miglior amico dell’uomo”?
In effetti, non diciamo “asino capra”, “allocco baccalà” o “sorcio coniglio”… E’ vero, c’è l’espressione “porca vacca”: ma in questo caso “vacca” sta a significare “donna di facili costumi”, e “porca” serve a rafforzare il concetto con un’ulteriore nota di disprezzo. Senza contare il ridondante “porca troia” (letteralmente, “maiala maiala”) che ha lo stesso significato.
Così ho deciso di indagare sul mistero del “porco cane”. Scoprendo che, come tutti i misteri, nasconde una spiegazione sorprendente.

Ma andiamo con ordine. Smontando subito un preconcetto: per quanto amiamo i cani, la parola cane (e non solo in italiano) è usata anche come insulto: il dizionario Treccani (guardacaso…) ricorda che la parola cane indica “un uomo di animo cattivo, spietato, oppure inabile, incapace nel lavoro che fa: quel cane di aguzzinolavoro fatto da cani, di pessima fattura; un cane, cantante o attore di teatro inadatto alla scena per irrimediabile insufficienza di qualità e di mezzi. Anticamente fu titolo ingiurioso rivolto dai cristiani agli infedeli, specialmente ai Turchi; altre espressioni ingiuriose più generiche: cane d’un traditore!; figlio d’un cane! In molte similitudini il cane è considerato nella sua natura di bestia e come tale contrapposto all’uomovita da cani, insopportabile, dura, miserabile; vivere, lavorare, mangiare, dormire da cane…”.
Dunque, verso il cane abbiamo sentimenti ambivalenti: amore e disprezzo. Anzi, in epoca antica (greci, romani e almeno fino al Medioevo) il cane era più  disprezzato che amato, come racconta questo articolo.

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Identikit della “fiera bestia” che terrorizzò la Lombardia nel 1700.

Questo, però, non spiega del tutto l’accostamento fra cane e maiale: che bisogno c’è di  rafforzare lo spregiativo “cane” con il “porco”?
Sull’origine di questo detto, circola un’ipotesi inaspettata: l’espressione risalirebbe al 1792, quando in Lombardia si scatenò la caccia a una bestia feroce che aveva divorato diversi bambini nelle campagne seminando il terrore fra la gente. “La Campagna di questo Ducato trovasi infestata da una feroce Bestia di color cenericcio moscato quasi in nero, della grandezza di un grosso cane, e dalla quale furono già sbranati due fanciulli. Premurosa la medesima Conferenza di dare tutti li più solleciti provvedimenti, che servir possano a liberare la provincia dalla detta infestazione”.
Così recitava un avviso emanato il 14 luglio 1792 dalla Conferenza governativa di Milano. Per volere di Cesare Beccaria – l’autore di “Dei delitti e delle pene” era un funzionario governativo – furono organizzate corali battute di caccia e trappole per catturare la bestia. Che da molti testimoni era descritta così:  “lunga due braccia, alta uno, e mezzo, con testa porcina, orecchie cavalline, pelo caprino lungo folto, e bianchiccio sotto il ventre, e più ancora sotto il mento, e alla coda, che lunga era e spiegata, ma era rossiccio e corto sul dorso: gambe sottili, piede largo, ugne lunghe e grosse, largo petto, e stretto fianco”. Fu pure messa in palio la somma di 150 zecchini per chi fosse riuscito a ucciderla. Alla fine, dopo 2 mesi di terrore, la bestia fu ammazzata a 5 miglia da Milano: era un lupo.
Il caso fu archiviato, ma senza troppe convinzioni: “le unghie e i denti di questo lupo non sembravano compatibili” con le ferite inferte alle vittime. Se non era un lupo, che animale poteva essere? Una iena, dato che all’epoca un circense ne aveva smarrita una? Oppure un cinghiale, per l’appunto un “porco-cane”
Di questo caso parla anche Sebastiano Vassalli nel romanzo storico “La chimera.

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L’identikit della belva che ha terrorizzato la Namibia.

All’inizio del capitolo 19, Vassalli scrive: “fino agli ultimi avvistamenti ebbe forme a noi più familiari, di torello o di grosso cane con testa da cinghiale, o di “porcocane”: animale esistito a lungo negli incubi dell’uomo ed ora in via di estinzione, ma ancora vivo nell’uso della lingua italiana”.
Leggende d’altri tempi? Mica tanto: nel 2012 fece il giro del mondo la notizia di una bestia simile (un “dog-headed pig monster”, un maiale mostruoso con la testa di cane) che attaccava i villaggi della Namibia settentrionale. Tanto che la polizia di Windhoek ne ha diffuso un ritratto disegnato al computer.

Dunque, tornando ai nostri studi, l’espressione “porco cane” sarebbe stata in origine un’esclamazione di terrore che al tempo stesso incute paura, usata per scaramanzia, per esorcizzare un pericolo evocandolo (insomma, un gesto apotropaico). Ma è davvero così? Diversi indizi fanno pensare di no. L’espressione “porco cane” è citata da Vassalli nel suo romanzo del 1990; ma nei documenti dell’epoca è chiamata “bestia feroce”, “belva”, “fiera bestia”. Come si spiega allora l’espressione “porco cane”? Che, pensandoci bene, è un’espressione strana al pari di “porca l’oca”?

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Statua di Zeus (foto abxyz/Shutterstock.com).

Le due imprecazioni potrebbero avere in realtà un legame invisibile, secondo uno dei massimi linguisti del secolo scorso, Eugenio Coseriu. Per Coseriu, le due espressioni sono antichissime e risalgono alla lingua greca. In greco, infatti, oca (χηνα, chena) e cane (kuνα, cunahanno un’assonanza con Zeus (Ζηνα, zena): dunque, invece di esclamare “Per Zeus!” (in ogni religione è  vietato pronunciare il nome di Dio invano), gli antichi greci dicevano “per il cane!” o “per l’oca!”.
L’uso, sostiene
Coseriusi sarebbe poi trasferito dal Greco fino all’italiano, con le espressioni “porco cane” e “porca l’oca”. Che quindi  hanno la stessa funzione di Cribbio, Cristoforo Colombo, porco due, porco Diaz…: sono eufemismi per evitare di pronunciare bestemmie. Orcocane!

vito tartamella

vito tartamella

9 Comments

  1. Ciao Vito,
    potresti elaborare sulle espressioni “Fare cagare” e “Essere una cagata?”

    Grazie

    • La risposta è semplice, Roberta: se defecare significa espellere i rifiuti del proprio corpo, una cosa o una persona “fanno cagare” se inducono una reazione di rifiuto (quindi se sono disgustosi o inutili di per sè). E una “cagata” è qualcosa di inutile e rifiutato. Se invece vuoi sapere perché “cagare” significa “dare attenzione”, leggi questo post.

  2. L’origine della padrona nasce da ca grande della scala, che aveva molti figli illegittimi. Da cui figlio di un cane, che avevano molti privilegi, abati, soldi e status sociale, ecco l’origine a Verona. Ca grande non era molto amato dal volgo e quindi paragonato ad un porco, il titolo di cane è un tipico dialettico veronese. La sorella del signore di Verona andò in sposa al nipote di kubilaj hanno. Da qui il titolo mongolo Johannesburg ovvero signore. Ma a Verona si sa impera il dialetto, così kg annui divento Can, vi furono poi i fratelli chiamati cansignorio, mastino primo e secondo. Tanto da arrivare al 1500 con l’epigrafe alla tomba di cangrande, scritta da Rinaldo cavalchi i hic canis sic grandis

    • Ipotesi suggestiva, ma le prove? Bisognerebbe documentare il passaggio da Cangrande a cane, e che l’insulto “porco cane” abbia origini veronesi. Mi pare improbabile, e troppo complicato per essere vero. Tanto più che le espressioni di disprezzo verso il cane risalgono a ben prima del Medioevo.

  3. ‘innerer schweinehund’ (il porcocane interiore) è la raffigurazione dello stato interiore che si oppone a farci affrontare sistuazioni impegnative, molto vicino all’ansia da prestazione.

  4. nella Bibbia c’è già l’espressione “cani e porci”; espressione che è stata ripresa dal Corano. Il disprezzo per cani e porci è tipico del mondo mediorientale, da cui proviene anche il nostro Cristianesimo, ed è linguisticamente arrivata anche nel nostro mondo, dove però quegli animali non sono visti con disprezzo, per cui è rimasta solo un’espressione linguistica, con nessuna attinenza al modo di noi Europei di vedere cani e porci, nel senso degli animali.
    Sono state segnalate intolleranze verso i cani da parte dei nuovi ospiti dell’Europa provenienti da quelle aree, che, per esempio, considerano impuro mangiare carne di maiale.

  5. Salve egregio dottor Vito. Potrebbe illuminarmi sull’espressione “Fa un freddo cane”?
    La ringrazio in anticipo, so che non mi deluderà con la sua intellettuaggine.

    • Caro Enaip (!) è la prima volta che qualcuno tira in ballo la mia “intellettuaggine”… lo prendo come un complimento, e comunque la sua domanda è molto interessante e pertinente.
      Questo modo di dire – “freddo cane” – deriva dal fatto che, in passato, i cani erano tenuti all’esterno delle case, all’addiaccio, anche quando faceva molto freddo. In passato, infatti, non si aveva molto riguardo verso i cani, che erano sfruttati come guardiani delle case e delle mandrie: il freddo, anzi, aumentava la loro aggressività verso eventuali intrusi.
      Dunque, gli animali erano abituati a resistere anche a temperature rigide. D’altra parte, si dice anche “tempo da lupi” proprio per alludere al fatto che i lupi (lontani parenti dei cani) sanno sopravvivere anche quando fa molto freddo.

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