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Le parolacce fanno guadagnare voti?

shutterstock_386628055Funziona la volgarità in politica? Ovvero: usare un linguaggio senza censure porta davvero più voti? Se pensiamo alla carriera di Beppe Grillo, che ha lanciato il Movimento 5 stelle con un “Vaffa day”, o al successo di Matteo Salvini e di Vittorio Sgarbi, sembra di sì. E comunque non è un fenomeno solo italiano: basti pensare al presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, che ha insultato le autorità di mezzo mondo (ne ho parlato qui), o alla campagna elettorale di Donald Trump (nella foto Shutterstock), che ha portato il Bossi-style negli Usa conquistando i riflettori delle cronache.

Secondo l’attore Clint Eastwood, questo avviene perché la gente ormai è stanca della “correttezza politica” (politically correct), dei leccaculo e dei fighetti: nella nostra epoca, insomma, si apprezza chi dice “pane al pane e vino al vino“. E’ davvero così?
La questione è più che mai d’attualità: mancano pochi giorni alle presidenziali americane, dopo una campagna elettorale che Trump ha basato sistematicamente sugli insulti contro tutti gli avversari.
Ma cosa dice la scienza su questo stile comunicativo? Davvero il politicamente scorretto riesce a spostare i consensi in politica?
Un’originale ricerca scientifica italiana – uscita sul Journal of Language and Social Psychology – ha accertato che le parolacce funzionano davvero, ma in modo invisibile: condizionano gli elettori in modo indiretto e inconsapevole, perché attirano l’attenzione e danno un’impressione di schiettezza e confidenza.
Ma attenzione: le parolacce non funzionano sempre e comunque. Per i candidati uomini, in particolare, il linguaggio triviale rischia di trasformarsi in un boomerang, ovvero di risultare meno persuasivo rispetto a un ragionamento più compassato. Soprattutto se le volgarità sono usate per attaccare gli avversari e non le loro idee. Dunque, Trump è destinato a perdere?

sondaggio

Una schermata del test fatto dall’Università di Modena (le sottolineature sono mie).

Prima di rispondere, vediamo più in dettaglio che cosa hanno scoperto le ricerche scientifiche. L’idea è venuta a due psicologhe dell’Università di Modena-Reggio Emilia, Nicoletta Cavazza e Margherita Guidetti, che per misurare l’impatto delle parolacce hanno fatto un esperimento interessante. Hanno presentato via Internet a 110 adulti (da 20 a 68 anni d’età) il blog di due candidati inventati: Mario e Maria Gambettini. In un caso il loro testo conteneva volgarità, in un altro no.
Le frasi volgari erano due: “Un milione di famiglie non può contare su un reddito mensile: una situazione che ha fatto incazzare tutti” e “A peggiorare le circostanze, la cura di sole tasse al paziente Italia, che ora più che mai si trova nella merda” (vedi immagine: clic per ingrandire).
Dunque, la ricerca non ha valutato l’uso di insulti (non si offendeva nessuno in particolare), bensì l’uso di un linguaggio volgare enfatico: si esprimevano posizioni politiche usando il linguaggio della strada per rafforzare i concetti, dare un colore emotivo e attirare l’attenzione.
In questo modo, le ricercatrici potevano valutare l’efficacia delle parolacce sia per un candidato maschile che per uno femminile, senza tenere conto di tutti gli altri possibili fattori che nella campagna elettorale hanno peraltro un peso notevole: il volto, l’età, la provenienza geografica e sociale, il livello di istruzione, la militanza ideologica (destra-sinistra-centro)…

I risultati della ricerca

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Il “V-day” (V sta per vaffanculo) che ha segnato il debutto politico del Movimento 5 stelle.

Ecco quali sono stati i risultati dell’esperimento:

  1. INFORMALITA’: un linguaggio volgare è percepito come più diretto, confidenziale e colloquiale. Un effetto intuibile, dato che le parolacce sono il linguaggio della schiettezza popolare. La ricerca ha appurato che, dicendo parolacce, ci guadagnano più gli uomini che le donne: i valori di informalità dei politici volgari hanno ottenuto punteggi più alti di quasi il triplo rispetto a quelli delle donne sboccate. Perché? «Perché la politica è tradizionalmente un ambito più maschile che femminile» risponde Cavazza. «Dato che la politica è percepita come astratta e lontana, un uomo che usa un linguaggio triviale è percepito come più innovativo e fuori dal coro rispetto a una donna. Le donne hanno meno bisogno di questo stile perché la loro stessa presenza nell’agone politico è un fatto nuovo e originale, e quindi meno formale già in partenza».
    Insomma, in politica siamo passati da un linguaggio astruso, per addetti ai lavori (“convergenze parallele”, “compromesso storico”, “neutralità costruttiva”) a un linguaggio da bar sport, usato sia a destra che a sinistra (anzi: oggi soprattutto a destra, come raccontavo qui). Insomma, siamo passati da un eccesso all’altro, ma l’informalità (parla come mangi) avrebbe almeno il vantaggio di avvicinare i politici alla gente comune. Che poi questo stile sia spesso un paravento per nascondere la propria mancanza di idee, è altrettanto vero: ma la colpa non è delle parolacce, bensì di chi le usa.
  2. INTENSITA’: un intervento volgare è percepito come più entusiasmante, incoraggiante, gradevole? Non sono state registrate tendenze significative: in pratica, le parolacce non sembrano influenzare questo parametro. In questo caso, però, potrebbe aver avuto un effetto il fatto che gli slogan fossero scritti: nei comizi o in tv, dire parolacce scalda sicuramente gli spettatori.
  3. IMPRESSIONE DELLA FONTE: un candidato che dice parolacce è percepito come più sincero, affidabilecompetente? Sì, ma questo vale solo per i candidati uomini, che guadagnano un 51% di punti in più in questo ambito rispetto a chi usa un linguaggio pulito. Forse per lo stesso motivo di cui al punto 1.
  4. PERSUASIVITA’ PERCEPITA: un messaggio volgare convince di più rispetto a uno neutro? I risultati sono sorprendenti: gli elettori pensano che un messaggio volgare sia meno efficace (del 21%) rispetto a uno più neutro, almeno per i candidati maschi. Il che è contraddittorio, visto che i partecipanti all’esperimento avevano giudicato positivamente un approccio più colloquiale: ecco perché le ricercatrici hanno dedotto che l’influenza delle parolacce sia per lo più indiretta e inconsapevole.
  5. PROBABILITA’ DI VOTO: l’uso di parolacce non risulta però avere effetti diretti sulle intenzioni di voto.

Le conclusioni

parolpoliticaQuali conclusioni trarre da questi risultati? «Se la informalità è percepita come una sorpresa positiva, dire parolacce è un modo efficace per aumentare il consenso» scrivono le ricercatrici. «Ma questo avviene in modo indiretto e inconsapevole: un linguaggio volgare dà un’alta impressione di informalità, avvicinando il politico alla gente e lasciando un segno che poi, in prospettiva, può tradursi in un voto (v. diagramma sopra). Ma se a un elettore si domanda esplicitamente se voterà per un candidato volgare, la risposta è no, soprattutto per un candidato uomo: forse nessuno si sente di affermare che voterà un candidato solo perché ha usato un linguaggio triviale».
La ricerca, però, ha studiato solo le parolacce enfatiche, rafforzative. Ma quali effetti ha un politico che dice insulti? «Le ricerche scientifiche distinguono fra due situazioni: gli insulti contro il programma e i contenuti politici, e gli insulti contro un’altra persona» risponde Cavazza. «Mentre i primi funzionano e spostano voti, i secondi si rivelano un boomerang. In pratica, posso dire che le idee di un avversario sono cazzate, a patto di argomentare e spiegare perché; ma se dico che il mio nemico è un cazzone, la strategia non paga: si perdono credibilità e autorevolezza, ovvero si perdono voti».

La strategia di Trump

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Allora Trump è condannato a perdere? Ha basato la sua campagna elettorale su attacchi a 360 gradi… Tanto che il “New York Times” ha pubblicato la lista dei suoi oltre 4mila tweet contro 281 persone, Paesi o situazioni (nella foto): uno su 8 (il 12,5%) era un insulto, soprattutto contro la rivale Hillary Clinton definita ossessivamente “corrotta” (crooked).
«In effetti la tattica di Trump è sconcertante: forse è mal consigliato o non segue i consigli del suo staff di comunicazione» osserva Cavazza. «La sua campagna aggressiva si rivolge soprattutto ai disaffezionati, a chi non va a votare: il suo tono sopra le righe serve a dare l’impressione che i giochi per la Casa Bianca siano ancora aperti, e che ogni singolo voto possa fare la differenza. Trump fa leva sulle minacce potenziali (immigrati, terroristi) per spingere l’elettorato verso destra e verso una forma di governo forte. Fa leva sulle minacce, questo può servire a rendere compatto l’elettorato contro i (presunti) nemici. Ma Trump non propone nulla di rassicurante e questo spaventa molti americani: in questo modo, favorisce la Clinton, che, anche per la sua lunga esperienza politica, appare più competente e capace di gestire le minacce internazionali».
Dunque la strategia di Trump si rivelerà un boomerang? «Difficile fare previsioni: di sicuro è uno stile che non mi sento di raccomandare. E finora non mi pare che abbia pagato. Bisognerà vedere quanti elettori disaffezionati alla politica andranno poi effettivamente a votare l’8 novembre». E anche quante elettrici decideranno di punire il maschilismo del magnate nel segreto dell’urna. 

vito tartamella

vito tartamella

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