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Le 20 T-shirt più irriverenti della storia

La T-shirt che contesta Salvini.

L’ultima T-shirt ha fatto infuriare i leghisti: ritrae Matteo Salvini mentre si scatta un selfie su un piedistallo. Indossa lo stesso diadema a 7 raggi della Statua della Libertà. Ma il titolo è ben diverso: “The statue of idiocy“, la statua dell’idiozia. Beffa nella beffa, il ricavato delle sue vendite è devoluto alla nave della Ong “Sea Watch”. Chi di felpe ferisce…
Le T-shirt, infatti, hanno aperto la strada a un insolito matrimonio: quello fra la moda e le parolacce. E non da oggi: negli ultimi 50 anni, infatti, le magliette sono state usate non solo per promuovere marchi, celebrare rockstar o veicolare slogan ideologici. Sono diventate una lavagna espressiva con cui esprimere la propria identità, sfogare emozioni forti, polemizzare, dire battute: così hanno diffuso il turpiloquio nel prêt-à-porter, rendendolo spiritoso, provocatorio, perfino blasfemo. Un fenomeno isolato, tipico dell’abbigliamento goliardico da strada?

Chiara Ferragni e la T-shirt di Vetements.

Tutt’altro. Da qualche tempo, le T-shirt scandalose sono entrate anche nella moda ufficiale: diverse firme hanno lanciato singoli capi o intere linee con scritte volgari. La prima stilista che le ha lanciate è stata l’anarchica Vivienne Westwood già negli anni ’70, ma era ancora una cultura underground. Ma negli ultimi anni ha contagiato anche gli stilisti più noti: la T-shirt griffata “Vetements” con la scritta  “You fuckin’ asshole” (tu, stronzo del cazzo) ha sfilato a Parigi ed è venduta a quasi mille dollari. L’ha indossata anche la trend setter Chiara Ferragni. Altri marchi famosi, come “Supreme“, hanno lanciato modelli volgari.
Le parolacce, infatti, “spaccano”: attirano l’attenzione, fanno scandalo, rompono gli schemi, esprimono schiettezza, humor o ribellione. Nel mondo della moda, sempre affamato di originalità e visibilità, sono una scorciatoia efficace per finire sotto i riflettori e accreditarsi come ribelli schietti e fuori dal coro. Col rischio, però, di perdere quell’aura di raffinatezza che dovrebbe circondare i capi di moda.
Il fenomeno è planetario. In Italia esistono diversi brand dai nomi scurrili: da “Figa power” a “F**K“, fino a “Vaffanculo“. Su 60 marchi volgari registrati all’Ufficio marchi italiano, infatti, il 35% è usato proprio per denotare capi d’abbigliamento. E’ vera creatività o solo espedienti effimeri per far parlare di sè?

Qui sotto potete ammirare le 20 magliette scurrili che hanno segnato la moda e il costume negli ultimi 50 anni. Compreso l’ultimo, che ha appena sfilato – facendo scandalo – sulle passerelle della Settimana della moda a Londra. Se ne avessi dimenticata qualcuna di meritevole, segnalatela nei commenti

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LA PIONIERA? UNA DONNA

Il fenomeno è iniziato come forma di marketing negli anni ‘70, quando le grandi marche dei prodotti di consumo americani (come la Coca-Cola) hanno creato T-shirt promozionali coi propri loghi. Ma, gradualmente, i singoli si sono appropriati di quegli spazi espressivi, per rivendicare la propria identità sessuale, etnica o politica. Insomma, come manifesti ideologici. Uno dei primi esempi fu la T-shirt con la scritta “Il futuro è donna” lanciata negli anni ‘70 dalla prima libreria femminista di New York, la Labyris Book. Nel 1977, Patti Smith si esibì al club CBGB di New York indossando una T-shirt con la scritta “Fuck the clock“, ovvero “Fanculo l’orologio” (oppure “fotti l’orologio”).

Le magliette “attiviste” di Katharine Hamnett

Ma l’episodio più clamoroso risale al 1984, quando la stilista britannica Katharine Hamnett fu invitata a Downing Street insieme ad altri stilisti dal primo ministro britannico Margaret Thatcher per la Settimana della moda. «Tutti i giovani stilisti la odiavano e non volevano andarci», racconta. «Ma io ho pensato che fosse un’occasione unica». Così, prese una T-shirt bianca e ci fece stampare la scritta “Il 58% non vuole i missili parshing”, il risultato di un sondaggio che contestava la sua corsa agli armamenti. La Hamnett la indossò, coprendola con un impermeabile. Quando ebbe davanti la Thatcher, se lo tolse, lasciando in bella mostra lo slogan. I fotografi scattarono flash all’impazzata (potete vedere la storica foto qui), la Tatcher fece un balzo, emise uno squittìo stridulo e scappò via.
E nel frattempo, complici i progressi nella serigrafia personalizzata delle magliette, le T-shirt erano diventate una forma di autoespressione, non solo politica: accanto alle magliette che riproducevano le star del rock o i loro album (Bob Marley, Pink Floyd, Rolling Stoness) o dei fumetti (Topolino, Batman), le località turistiche (I love NY), gli stati d’animo (il sorriso), sono apparse quelle con scritte goliardiche con parolacce.
E, negli ultimi tempi, anche la moda “ufficiale” ha prodotto T-shirt volgari. Sia perché ha inglobato le tendenze della moda da marciapiede, ma anche perché le sfilate sono diventate sempre meno vetrine e sempre più eventi. Eventi teatrali, per far parlare di sè.
E cosa di meglio delle parolacce in passerella? Attirano l’attenzione, fanno scandalo, rompono gli schemi, divertono, fanno pensare. Insomma, sono diventate una scorciatoia – una delle tante – per far parlare di sè. Ma gli slogan impegnati o polemici sono anche una sorta di penitenza, di pegno da pagare per i marchi del lusso: attraverso questi messaggi, più o meno volgari, cercano di mostrare un volto impegnato, schietto e più accettabile. «Ma oggi» ha detto di recente la Hamnett, che produce ancora T-shirt “attiviste” «le magliette di protesta tendono a essere un po’ pacchiane, lanciano messaggi annacquati. E comunque, per cambiare davvero le cose una T-shirt non basta: bisogna agire, far capire ai politici che non li voteremo più se non cambiano rotta».

1) Il dito medio

Una mano in primo piano che brandisce un enorme dito medio: non occorrono scritte esplicative per questa T-shirt che è diventata un classico. Soprattutto la versione a lato, in cui lo stile vintage attenua in parte il significato volgare del gesto. Che è stato riprodotto in infinite varianti e brandito da vari personaggi: da Johnny Cash ai Simpson, fino alla mano fotografata ai raggi X.

 

2) Scopami e dimmi…

La scritta è lunghissima, quasi un romanzo: “Beat Me, Bite Me, Whip Me, Fuck Me Like The Dirty Pig That I Am, Cum All Over My Tits And Tell Me That You Love Me.Then Get The Fuck Out”. Significa: “Picchiami, mordimi, frusta, fottimi come lo sporco maiale che sono, sborrami sulle tette e dimmi che mi ami. Quindi vattene fuori dal cazzo”. La maglietta risale al 1977 ed è una creazione di Malcolm McLaren e della britannica Vivienne Westwood, la stilista del movimento punk sempre sopra le righe e provocatrice.  In questa foto la T-shirt è indossata dalla cantante Joan Jett.

3) Sbattitene i coglioni

Questa maglietta riproduce la copertina dell’omonimo album pubblicato dai Sex Pistols nel 1977: “Never Mind The Bollocks, here’s the Sex Pistols”. Ovvero: sbattitene i coglioni, ecco i Sex Pistols. Un inno senza filtro alla ribellione anarchica incarnata dal celebre gruppo punk inglese. 

 

 4) Il marchio “vaffanculo”

Uno dei pionieri, in Italia, dell’abbigliamento scurrile è stato il marchio “vaffanculo”, lanciato nel 1997. L’idea è di uno psichiatra napoletano, Claudio Ciaravolo, che ha lanciato, sul sito vaffanculo.com, un’intera linea di vestiario (magliette, ma anche scarpe, cintura, borsa, cravatte, anelli, orecchini, ombrello, mutande, orologio e zaino) griffata “vaffa” in tutte le possibili varianti: dito medio, VFFNCL, vaffanculo, fuck off, VFK, da sole o abbinate al dito medio. «L’idea è nata per provocazione culturale» dice. «Le marche non sono altro che nomi vuoti che spesso coprono vestiti di scarso valore, ormai uno vale l’altro. E allora? Vaffanculo!».  

5) Sono con uno stupido

Questa è più di una T-shirt: è una performance. Se chi la indossa si avvicina a un’altra persona, riesce a insultarla senza aprire bocca. Un effetto davvero comico, che ha decretato il successo planetario di questo capo d’abbigliamento.

 

6) Keep calm un cazzo…

Lo slogan “Keep Calm and Carry On” fu coniato dal governo britannico nel 1939 agli albori della seconda guerra mondiale: serviva a invogliare la popolazione a mantenere l’ottimismo e non farsi prendere dal panico in caso di invasione nemica. Ma rimase poco conosciuto fino a quando una copia del poster fu riscoperta nel 2000 da Barter Books , una libreria di Alnwick, nel Regno Unito. Da allora è stato  utilizzato come tema decorativo per una gamma di prodotti, ma in Italia ha preso una piega decisamente goliardica, con decine di varianti.

7) Fanculo al cancro

Negli Stati Uniti è stata fondata un’associazione che affronta un tema delicatissimo senza andare per il sottile: “Fuck cancer”, ovvero: Fanculo al cancro (oppure: fotti il cancro). L’associazione è stata fondata nel 2005 da un malato che voleva aiutare altri malati di tumore ad affrontare la lotta contro questa durissima malattia con uno slogan diretto. Un approccio fuori dagli schemi e inaudito. Ma, come dice il sito, “Tu avrai pure un problema con la parola “fuck”, ma noi abbiamo un problema con la parola ‘cancro'”.

8) F**K, che costumi!

Particolare la storia di un marchio di abbigliamento da spiaggia italiano: si chiama F**K (fuck). In origine, la ditta – con sede ad Andria – si chiamava Giorgio Srl, perché l’aveva fondata nel 1985 l’imprenditore Franco Giorgio. Quando nel 2011 l’azienda andò in crisi, invece di chiudere decise di resistere, lanciando un nuovo marchio. Come chiamarlo? Una collaboratrice aveva sulla scrivania un disegno con quella scritta, che fu adottata “per esprimere la forza e lo spirito combattivo dell’azienda: non arrendersi mai”.

9) Vada a bordo, cazzo!

La frase (e la T-shirt) è ispirata al tragico naufragio della Costa Concordia avvenuto nel 2012. La frase era stata pronunciata dal comandante Gregorio De Falco della Capitaneria di porto, che al telefono aveva esortato il comandante Francesco Schettino a tornare sulla nave che aveva abbandonato. La frase, riportata dai giornali con tanto di audio, ha fatto il giro del mondo.

10) Turismo da figli di Troja

Come promuovere il turismo nella città di Troia (provincia di Foggia)? L’associazione A.c.t.! Monti Dauni, impegnata nella tutela e valorizzazione del patrimonio storico, artistico, ambientale della città, nel 2013 lanciò una T-shirt che aveva il seguente slogan: “Figlio di Troja”, con l’ulteriore scritta “di patria ma non di madre”. Sul retro, invece, campeggiava il più pudico slogan “Figlio di Puglia”. Non si sa quanti abbiano avuto il coraggio di indossarla.

11) Stronzo Bestiale for president

Una delle T-shirt che ha fatto il giro del mondo è ispirata da questo sito: reca le scritte “Stronzo Bestiale for president” e “I’m friends with Stronzo Bestiale” (sono amico di Stronzo Bestiale). L’appellativo era stato scelto da un fisico come firma beffarda in una serissima ricerca pubblicata da una rivista scientifica. Ho raccontato la sua storia nel 2014, e ha fatto il giro del mondo (potete leggerla qui).

12) Il brand “Figa power”

Nel 2015 la ditta d’abbigliamento Tes.Med. di Barletta ha lanciato un nuovo brand chiamandolo con un nome che non passa inosservato: “Figa power”. Come spiega il suo sito, “uno strumento ironico di autocelebrazione ed emancipazione femminili”. Ma quante donne avrebbero il coraggio di indossare una maglietta con “FIGA” a caratteri cubitali?

13) Fottitene di quello che ascolti

Nel 2016 la Supreme, marchio hip hop giovanile, lancia la T-shirt “Fuck what you heard” (Fottitene di quello che ascolti). Messa “a panino” sul logo del produttore, la scritta diventa “Fuck what Supreme you heard” (fottitene di quello che di supremo hai sentito).

 

 

14) Un “vaffa” da scoprire

Nel 2016 il marchio Alyx (fondato dallo stilista americano Matthew Williams) lancia una T-shirt con una scritta incomprensibile. Che diventa intellegibile quando si piega in due la maglietta, rivelando la scritta “Fuck you” (vaffanculo). Un virtuosismo sartoriale all’insegna della goliardia.

15) “Stronzo del cazzo” in passerella

Questa T-shirt è stata creata nel 2016 dallo stilista georgiano Demna Gvasalia, fondatore del marchio “Vetements”. Gvasalia è uno degli stilisti che attinge alla moda da strada e la trasforma in abiti di lusso: la t-shirt becera è venduta a 980 dollari.  La maglietta ha sfilato a Parigi ed ha avuto un ulteriore momento di gloria quando è stata indossata dalla trend-setter Chiara Ferragni. Che un paio d’anni dopo ha messo in vendita sul suo sito una maglietta con la scritta “Italian as fuck”, italiano come fottere.

16) Fanculo, paparazzi

Sempre nel 2016 Nick Knight, titolare del sito di moda Showstudio, ha escogitato una maglietta volgare anti-paparazzi. All’apparenza sembra una comune T-shirt nera; ma quando viene illuminata dalla luce di un flash, appare la scritta “Fuck you cunt” (vaffanculo testa di cazzo) scritta in caratteri riflettenti. “L’idea mi è venuta quando ho visto la mia amica Kate Moss (super modella, nella foto) assediata da 20 paparazzi all’aeroporto di Los Angeles. E’ arrivata al punto di doversi nascondere sotto la sua valigia. Ora, con questa maglietta potrà difendersi. Ed esprimersi”. 

17) Anche stasera si tromba domani

E’ una delle numerose e creative T-shirt goliardiche che si possono trovare in vendita in varie località turistiche e non. La maglietta attenua il senso volgare della frase usando un rebus. Un escamotage usato anche da una maglietta che ritrae un’oca fra le lettere “ST” e “ZZO” per comporre la scritta “Sto cazzo”.

 

18) Bastardo, anzi peggio

Vivienne Westwood colpisce ancora. Nel 2017, a 76 anni d’età, ha presentato alle sfilate della Settimana della moda di Londra un modello di T-shirt con la scritta “Mother fucker” (letteralmente: uno che si scopa la madre), ovvero “bastardo, figlio di puttana”. La stilista non si è limitata a disegnare la maglietta, ma l’ha indossata stando a cavalcioni su un modello che sfilava in passerella.

19) Fatti i cazzi tuoi

Questa T-shirt è un messaggio per chi la vede. E anche un modo spiritoso di valorizzare un modo di dire italiano, tanto che – sotto la scritta – campeggia un altrettanto ironico “italian style”. Sono numerose le magliette dedicate ai modi volgari di dire, anche dialettali: da “sti cazzi” a “suca”.

 

20) Uno straccio di scandalo

La maglietta ha fatto scalpore alla settimana della moda di Londra pochi giorni fa. Era una T-shirt da baseball bianca e rossa, e recava la scritta, vergata con un pennarello: “My Other T-Shirts A Cum Rag”, ovvero: “Le mie altre magliette sono stracci per la sborra”. A completare il quadro, era indossata da un modello con le occhiaie enfatizzate dal trucco. L’ha realizzata un giovane stilista, Gareth Wrighton, ed è diventata virale sul Web: che poi abbia successo anche nei negozi (ammesso che sarà messa in commercio) è tutto da vedere.

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QUANDO LA MODA CAMBIA LE LEGGI

Negli ultimi tempi, alcuni stilisti hanno usato le T-shirt volgari anche per scopi personali: si sono fatti ritrarre indossando magliette scurrili, per esprimere uno stato d’animo aggressivo, di protesta o scherzoso, senza bisogno di spiegazioni: la russa Lotta ha posato con una t-shirt “Barbie is a slut” (Barbie è una troia). E la stilista Giovanna Battaglia Engelbert ha postato un proprio ritratto con una maglietta fuxia e lo slogan “Pink as fuck” (rosa come fottere).

Una delle T-shirt volgari che circolano in Cina.

Ma le T-shirt irriverenti sono anche un mezzo per cambiare le leggi: è accaduto negli Usa, dove quest’anno, dopo 8 anni di battaglie legali, lo stilista Erik Brunetti è riuscito in un’impresa difficile negli Usa: registrare il marchio FUCT, un acronimo che sta per “Friends u can’t trust” (amici di cui non puoi fidarti), ma che ha un’evidente assonanza con “fuck”, fottere. Il registro dei marchi l’aveva rifiutato perché “Inneggia all’oscenità e comunica connotazioni sessuali negative”. «Di questo passo» ha replicato Brunetti, «dovremmo censurare l’intera industria dell’intrattenimento: cinema, tv e videogames». E così è arrivato fino alla Corte Suprema, che a giugno ha abolito il divieto di registrare marchi scandalosi. In nome della libertà di  espressione.
A volte, però, le T-shirt scurrili creano situazioni imbarazzanti: un paio d’anni fa aveva fatto scandalo la diffusione, in Cina e altri Paesi asiatici, di magliette con scritte irriferibili in inglese (da “I am a whore”; sono una puttana, a “Too drunk to fuck”, troppo ubriaco per scopare). La maggior parte di quelli che le indossavano ne ignoravano il significato: probabilmente una beffa giocata da alcuni distributori internazionali di T-shirt? Il mistero è ancora aperto.

vito tartamella

vito tartamella

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