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Sbatti un «coglione» in prima pagina

IL CONTESTO: TRUMP, MELONI E LA FOTO CONTESA

Il titolo di “Libero” segna la fine di un idillio fra il centrodestra italiano e Trump. Fin dalla sua elezione, Giorgia Meloni aveva cercato di accreditarsi come il principale interlocutore geopolitico tra la nuova Casa Bianca e l’Unione Europea, facendo leva sulle comune matrici politiche conservatrici. 

Ma lo scorso aprile, dopo l’attacco degli Usa e di Israele all’Iran, il clima è cambiato. Papa Leone XIV ha preso posizione, definendo «assolutamente inaccettabile» la minaccia del Presidente americano di «distruggere completamente la civiltà iraniana». E, senza citare Trump, aveva aggiunto che la preghiera deve essere un «argine al delirio di onnipotenza che si fa sempre più imprevedibile e aggressivo», chiedendo ai leader mondiali di fermarsi e di sedersi ai tavoli del dialogo e non a quelli «dove si pianifica il riarmo e si delibera la morte».

Non ci si poteva aspettare una posizione diversa dal pontefice. Tuttavia, Trump ha osato l’inosabile: ha reagito a gamba tesa. Ha scritto su Truth che il papa era «debole sulla criminalità e terribile in politica estera». A quel punto, la Meloni, che si era sempre definita «donna, madre e cristiana» (oltre a fare i conti con un elettorato, almeno sulla carta, in prevalenza cattolico) ha dovuto prendere le distanze da Trump, e ha definito «inaccettabili» le sue parole. La prima pagina di “Libero” tuttavia non volle calcare la mano sulla presa di posizione di Meloni, anzi, sembrava offrire una sponda a Trump tirando in ballo «intrighi vaticani per spostare il voto cattolico americano verso i Dem».

Da allora i rapporti con gli Usa si sono raffreddati. Fino al 15 giugno, quando i due leader si sono incontrati a Evian per partecipare al G7. E sembrava che si fossero riconciliati. Tanto che in quell’occasione, il 17 giugno, lo stesso “Libero” aveva titolato «Giorgia-Donald, di nuovo amore». E, sotto il titolo, un disegno caricaturale mostrava Meloni come Giulietta al balcone, con Trump negli improbabili panni di Romeo sotto di lei. 

Ma, a G7 finito, il 19 giugno l’emittente La7 ha trasmesso una intervista con Trump, che ha svelato un retroscena dell’incontro: «Non ero obbligato a parlarle. Probabilmente è contenta che io le abbia parlato. Mi ha implorato di fare una foto con lei! Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena!».

Giorgia Meloni ha replicato duramente definendo le parole di Trump «totalmente inventate», puntualizzando che «io e l’Italia non imploriamo mai». Ed è a questo punto che si inserisce l’intervento di “Libero” con il titolo insultante. Che ribalta l’atteggiamento di Trump con i propri avversari, accusandoli di non essere intelligenti.

La versione Web (censurata) dell’editoriale di prima pagina di Sallusti.

Ecco che cosa ha scritto Sallusti nell’editoriale di commento: «Spiace dirlo, ma non trovo, e forse non c’è, un altro modo di dirlo: Donald Trump è un coglione. Punto. Inutile fare perifrasi, buttarla in politica. È più semplice usare la parola secca che scommetto ha pensato e pronunciato la maggior parte degli italiani appresa ieri mattina la dichiarazione fatta dal presidente americano sul suo incontro con Giorgia Meloni al vertice G7 (…) Giorgia Meloni che chiede un selfie a Trump è roba da ubriachi duri, non è possibile neppure se l’ubriaca fosse stata la nostra premier. E allora perché dire una assurdità del genere? La risposta la si può trovare soltanto nella definizione della parola “coglione” entrata nel gergo popolare della lingua italiana: persona inetta, stupida, che agisce con scarsa intelligenza. (…) PS: una parte della sinistra ha eletto Trump eroe del giorno, gongola per lo sgangherato attacco alla premier che se lo sarebbe meritato per la sua presunta inadeguatezza. Anche questo prova una verità: che i coglioni vanno sempre in coppia». Dunque, già che c’era Sallusti ha dato del “coglione” anche alla sinistra. Due offese al prezzo di una.

Va notato, peraltro, una curiosa contraddizione: mentre il giornale in edicola ha titolato la parolaccia a tutta pagina, la versione pubblicata sul Web è con gli asterischi di censura “Trump è un cogl***”: peraltro, solo nel titolo ma non nel testo. Forse per non essere penalizzata dagli algoritmi dei motori di ricerca.

E poi “Libero” ha anche rilanciato. Due giorni dopo questo strillo di prima pagina, il 21 giugno, è uscito con un “VaffanTrump”, a caratteri cubitali sopra un disegno caricaturale di Benny in cui la Meloni che faceva il gesto dell’ombrello, e un Trump pensieroso in primo piano. Soprannominato “Ciuffone” nell’occhiello. Cos’era accaduto? 

Trump era ritornato sulla vicenda aggiungendo che secondo lui “La Meloni voleva una foto con me per recuperare voti”. La replica della Meloni è stata tranchant: «La mia popolarità non ti riguarda, pensa alla tua».

In coda all’editoriale del 21 giugno, Sallusti ha aggiunto un commento sarcastico sul titolo precedente, senza mostrare alcun pentimento al riguardo, anzi: rilanciandolo. «Ps. Per quei pochi che ieri si sono offesi per il nostro titolo “Trump è un coglione” possiamo rettificare: “Trump non è un coglione, è l’altro”».

 

⇒ (avanti) Gli effetti del titolaccio

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