
Ritratto di Michelangelo di Daniele da Volterra (1545).
Ha creato capolavori che sono rimasti nella storia dell’arte: dal David alla Pietà, fino al Giudizio Universale. Ma c’è un aspetto meno noto di Michelangelo Buonarroti (1475-1564): il suo linguaggio scurrile. Nelle centinaia di lettere che ha scritto a parenti, amici e personaggi del suo tempo, l’artista offre uno spaccato della sua mentalità e del suo carattere: permaloso, irascibile, perennemente inquieto. E senza peli sulla lingua, se doveva esprimere la propria indignazione verso le ingiustizie che riteneva di aver subìto. Arrivò a definire “ribaldi”, “felloni”, “fagnoni” (infidi) e “merda secca” gli assistenti che lo delusero.
In questo nuovo studio, ho passato in esame le 495 lettere che Michelangelo scrisse durante la sua vita. Trovando diverse parolacce: per la precisione 21, ripetute per 42 volte. Quasi una ogni 12 lettere. Un campione significativo: quasi metà sono insulti pesanti (puttana, merda, ladro, ribaldo, usuraio) ed esprimono la vibrante visione morale con cui l’artista giudicava il mondo e le persone. Le sue Lettere sono una testimonianza straordinaria del suo carattere ossessivo e del suo approccio pragmatico alla vita: parlano con un linguaggio realista di questioni spesso pratiche, quotidiane, e dei rapporti conflittuali con assistenti, servitori, colleghi e committenti.
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