COME FUNZIONA IL CERVELLO CHE IMPRECA

Il celebre (e lungo) vaffa di Aldo Baglio nel film “Tre uomini e una gamba”.
Le imprecazioni hanno una caratteristica clinicamente rilevante che le distingue da tutte le altre parolacce e parole: alcuni pazienti che soffrono di afasia, ossia che sono diventati incapaci di parlare in seguito a malattie (ictus) o traumi, riescono comunque a dire le imprecazioni. La scoperta risale a quasi due secoli fa: nel 1840, un calzolaio parigino, Luis Victor Leborgne, fu ricoverato all’ospedale di Bicêtre perché non riusciva più a parlare. Riusciva solo a imprecare (“Sacro nome di Dio!”) quando si arrabbiava. Solo alla sua morte, nel 1861, il neurologo Paul Broca scoprì che cosa gli era successo: aveva una lesione in un’area del cervello – poi chiamata in suo onore area di Broca, nell’emisfero sinistro – che controlla il linguaggio. La scoperta (come raccontavo qui) rivoluzionò la neurologia: si scoprì per la prima volta che la nostra capacità di parlare dipende dall’integrità della corteccia cerebrale.
L’afasia, perdita del linguaggio articolato, è causata in genere da danni alla corteccia e alla materia bianca sottostante nell’emisfero sinistro del cervello, causati da ictus, o traumi. Chi ne è affetto può però conservare la capacità di imprecare: «Questo» scrive Pinker «fa pensare che le parole tabù siano immagazzinate come formule prefabbricate nell’emisfero destro. Tali formule si collocano all’estremità opposta di un continuum rispetto al discorso articolato, fatto di combinazioni di parole che esprimono combinazioni di idee in base a regole grammaticali. Non è che l’emisfero destro contenga un modulo per il turpiloquio; è che le sue abilità linguistiche sono limitate a formule memorizzate, invece di includere combinazioni obbedienti a regole. Ma c’è un’altra ragione per cui è possibile che l’emisfero destro abbia a che vedere con il turpiloquio: esso è più intensamente coinvolto nell’emotività, soprattutto negativa».
La neurologia delle imprecazioni, tuttavia, è più complicata. Oltre all’emisfero destro coinvolge anche strutture più antiche e profonde: in particolare il circuito della rabbia e i gangli della base. Il primo è la parte “attivante”, il motore delle imprecazioni, i secondi sono il “freno”.
- Il circuito della rabbia serve a prepararci alla reazione di combattimento o di fuga da un pericolo. E’ parte del sistema limbico, la porzione più antica e istintiva del nostro cervello. E’ formato da amigdala (che rileva le minacce: torto, provocazione, pericolo) e invia un segnale all’ipotalamo, che attiva il sistema nervoso simpatico (rilasciando ormoni attivanti come adrenalina, noradrenalina e cortisolo e neurotrasmettitori oppioidi, che inibiscono il segnale del dolore). In un recente esperimento scientifico, che ho raccontato qui, si è scoperto che imprecare durante uno sforzo fisico (sollevarsi su una sedia con la sola forza delle braccia) aumentava la forza del 10%. Secondo lo psicologo Richard Stephens imprecare “riduce i nostri freni inibitori, liberando risorse per le energie fisiche. Aiuta a concentrarsi nel compito che stiamo eseguendo. E aumenta la fiducia in noi stessi”.
- Il discorso cambia con l’altra struttura, i gangli della base. Il loro ruolo emerge con chiarezza in una malattia caratterizzata proprio dai danni ai gangli della base: la sindrome di Tourette. Uno dei suoi sintomi (in realtà quello meno frequente) è la coprolalia, cioè un tic vocale che consiste nel gridare parolacce di vario genere. I pazienti che ne soffrono lo vivono come un impulso travolgente. «Questo fa pensare» dice Pinker «che uno dei ruoli dei gangli sia di definire certi pensieri e desideri come impensabili, tabù, per tenerli sotto controllo. Etichettando, incapsulando e inibendo questi pensieri, i gangli della base risolvono il paradosso per cui si deve pensare l’impensabile per sapere che cosa non si deve pensare. Nelle persone sane, i cosiddetti sistemi esecutivi del cervello (la corteccia prefrontale e un’altra parte del sistema limbico, la corteccia cingolata anteriore) possono monitorare il comportamento che proviene dal resto del cervello e arrestarlo in corsa. Sta qui, forse, l’origine delle parolacce troncate».

Steven Pinker, docente di psicologia all’Università di Harvard
Ecco quindi l’ipotesi di Pinker su come funziona l’anatomia delle imprecazioni: «Un dolore o una frustrazione improvvisi attivano il circuito della rabbia, che attiva a sua volta parti del cervello limbico connesse a emozioni negative. Fra quelle parti vi sono rappresentazioni di concetti dalla forte carica emotiva e le parole a essi collegate, in particolare le versioni nell’emisfero destro, dato il suo maggiore coinvolgimento nelle emozioni spiacevoli. L’emergere di un impulso alla violenza difensiva può anche togliere la sicura, tenuta normalmente in posizione dai gangli della base, che previene gli atti aggressivi. Negli esseri umani, fra le reazioni normalmente inibite potrebbe esservi il pronunciare parole tabù. Ricordiamo che la reazione di rabbia negli animali include versi spaventosi. Non è escluso che il combinarsi di un’emergenza di concetti e parole negative, un allentamento dell’inibizione a compiere atti antisociali, e un impulso a emettere suoni improvvisi e acuti culmini in un’oscenità invece che nei tradizionali versi emessi dai mammiferi».

formidabile trattazione! scoprire che imprecare quando calpesto un “regalo canino” mi rende più comprensibile di uno che non lo fa mi ha colpito molto… 🙂 grazie Vito!