GLI ARGOMENTI: SOLDI, LAVORO, RIVALI
Ho riunito qui sotto i temi principali per i quali, nelle Lettere, Michelangelo ha sfogato le sue emozioni attraverso le parolacce.
1) Non sono scultore né pittore

Autoritratto (nei panni di Nicodemo nella Pietà Bandini).
In un brano, al fratello Leonardo raccomanda di non indirizzare le lettere a «Michelangelo scultore», precisando: «io non ci son conosciuto se non per Michelagniolo Buonarroti, e che se un cittadino fiorentino vuol far dipigniere una tavola da altare, che bisognia che e’ truovi un dipintore: che io non fu’ mai pittore nè scultore, come chi ne fa bottega». Questo è l’unico brano che ho voluto evidenziare non perché contenga parolacce, ma perché rivela l’idea aristocratica che Michelangelo aveva di sè.
Alla sua epoca, l’artista — per quanto celebre e pagato — era considerato a tutti gli effetti un artigiano, un lavoratore manuale. Chi dipingeva o scolpiva “come chi ne fa bottega” (cioè aprendo un’attività commerciale al pubblico) esercitava un’arte manuale, considerata plebea o comunque non degna di un nobile. Farsi chiamare “pittore da bottega” significava, per lui, declassare di colpo quel cognome che stava faticosamente cercando di riabilitare accumulando ricchezze per riscattare la sua famiglia, di nobili ricchi ormai decaduti. Dunque, Michelangelo era uno snob aristocratico in carriera, con un’alta considerazione di sé e al tempo stesso diffidente ed esigente verso gli altri.
In quella stessa lettera Michelangelo precisa di aver servito tre papi (come artista)“ben io abbi servito tre Papi: che è stato forza”. Lui non accetta commissioni da chiunque per denaro; lui lavora su chiamata diretta dei vertici della Terra (i Pontefici, appunto) a cui è stato costretto (“è stato forza”) dal destino e dal suo stesso genio.
2) I legami di sangue
Michelangelo era legatissimo al padre e ai suoi fratelli, che mantenne per decenni (lamentandosi spesso che lo cercassero solo per chiedere soldi). In una lettera chiede perdono al padre, che si lamentava di averlo cacciato: «vi prego che mi perdoniate, come a un tristo [ spregevole] che io sono».
Saltano all’occhio le lettere indignate al fratello Giovansimone, inconcludente negli affari, spendaccione e violento: «Ora io son certo che tu non se’ mio fratello; perchè se tu fussi, tu non minacceresti mio padre; anzi se’ una bestia: e io come bestia ti tratterò». Tanto che a un certo punto Michelangelo decide di togliere a Giovansimone i finanziamenti per la sua bottega di tessuti, dirottandoli sugli altri fratelli Gismondo e Buonarroto, in modo da lasciarlo «col culo in mano», cioè sul lastrico.
3) Lavoratore instancabile: “fo del cul groppa”

Il sonetto con la caricatura di se stesso mentre dipinge la Cappella Sistina.
Ma attenzione, Michelangelo adorava il suo lavoro, gli si dedicava anima e corpo, con ritmi forsennati, a cui i suoi assistenti faticavano a star dietro. Per non perdere tempo si metteva a dormire vestito e tenendo le scarpe ai piedi, tanto che «una volta gli si gonfiarono le gambe e dovette tagliare gli stivali» ricorda Romain Rolland in “Vita di Michelangelo”*.
In un celebre sonetto, “I’ ho già fatto un gozzo in questo stento” Michelangelo descrive in modo caricaturale se stesso mentre dipinge la Cappella Sistina: dice che a forza di stare con la testa ripiegata all’indietro per guardare il soffitto, il suo collo si è talmente deformato che il mento sembra quasi schiacciato contro il petto, come se avesse il gozzo (I’ ho già fatto un gozzo in questo stento, …c’a forza ‘l ventre appicca sotto ‘l mento), con la pittura che gli sgocciola sulla fronte e sul petto: «La barba al cielo, e la memoria sento/ in sullo scrigno, e ‘l petto fo d’arpia,/ e ‘l pennel sopra ‘l viso tuttavia / mel fa, gocciando, un ricco pavimento».
Scrive che i lombi (la schiena) si sono curvati all’indietro finendo quasi dentro la pancia («peccia»), «E’ lombi entrati mi son nella peccia/ e fo del cul per contrapeso groppa»: per controbilanciare questo movimento il sedere sporge in fuori come la groppa di un animale. Una parolaccia in un sonetto, nel quale peraltro ribadisce di non essere pittore («La mia pittura morta/difendi orma’, Giovanni, e ’l mio onore,/non sendo in loco bon, né io pittore» ). Sul foglio originale del manoscritto, Michelangelo disegnò a penna una caricatura di se stesso: si vede la sua figura in piedi, rigida, con il braccio teso verso l’alto mentre dipinge una figura antropomorfa sul soffitto sopra di lui. È la testimonianza visiva di quel “gozzo” e di quel “contrapeso” di cui si lamentava nei versi.
4) Insulti e questioni di soldi
Sono tante le lettere in cui Michelangelo si indigna per questioni di soldi: in questi brani l’artista usa gli insulti più forti. «Del fanciullo che venne, quel rubaldo [ ribaldo, malfattore ] del mulattiere mi guntò [ truffò ] d’un ducato»; «Io vi dico, che quando si comperassi più cinquanta o ciento ducati da lui un podere che da altri, non sare’ malfatto; ma non ci ò speranza, perchè io credo che sia un gran ribaldo». E ancora: «son traditori e tristi [ cattivi ]; come quel ribaldo di Bernardino che mi peggiorò cento ducati… egli è un gran ribaldo»…
E spesso se la prendeva con collaboratori non all’altezza, come Lapo d’Antonio di Lapo, uno scalpellino e assistente fiorentino che aveva ingaggiato per farsi aiutare in uno dei suoi lavori più faticosi e frustranti: la fusione della gigantesca statua bronzea di Papa Giulio II a Bologna: «Lapo cacciai via, perché egli è uno mal fagnione [ infido ] e cattivo, e non faceva el bisonio mio». O dello scalpellino Bernardino di Piero Basso: parlando di lui al padre dice «mostra di prestargli fede ma non gli creder niente, perché è un gran fellone [ traditore ]». O anche un ragazzo, definito «merda seca» (merda secca, cioè persona fastidiosa e di scarso valore), che avrebbe dovuto accudirlo come servo e invece si è messo in testa di diventare un artista e si dedica al disegno invece che a rigovernare la casa: «ma sono fagnioni, son fagnioni», cioè sono ipocriti e infidi.
5) I consigli sulle donne
Ancor più pesanti le parole sulle serve: Michelangelo ne vorrebbe una «buona e netta (pulita)», ma aggiunge che «è difficile, perché son tutte puttane e porche».
E quando il nipote Leonardo gli chiede consiglio sul come prender moglie, Michelangelo dà una risposta controcorrente: non badare «a’ danari, ma solo a la bontà e alla buona fama». Ma con una dose di maschilismo: tu hai bisogno di una donna «che tu gli possa comandare», e che non voglia andare ogni giorno a banchetti o feste di nozze, perché «dov’è corte, è facil cosa a diventar puttana, e massimo chi è senza parenti».
In altri passi Michelangelo si raccomanda di scegliere una moglie «bene allevata, sana e nobile», e se non fosse ricca, sposarla per buon cuore, con il vantaggio che «non saresti obrigato a le pompe [i lussi] e pazzie [i capricci] delle donne; onde ne seguiteria più pace in casa: e del parer di volersi nobilitare, come già mi scrivesti, questo non è cosa valida, perchè si sa che noi siàn antichi cittadini fiorentini» (tanto per ribadire le origini nobiliari della propria famiglia).
6) Le accuse sulla tomba del papa

La tomba di papa Giulio II.
Una delle lettere più infuocate è quella a un monsignore (non meglio precisato) con il quale si sfoga, difendendosi dalle accuse degli eredi di papa Giulio II: lo accusavano di aver ricevuto enormi anticipi per la realizzazione della monumentale tomba del papa (la «tragedia della mia vita», come la definiva l’artista) e di non aver consegnato il lavoro, trattandolo quasi come un truffatore. Di fronte all’amore che manifestava verso quest’opera «son pagato col dirmi ch’i’ sia ladro e usuraio da ignoranti che non erono al mondo»… Ma io «non sono ladrone usurario, ma sono cittadino fiorentino, nobile e figliolo d’omo dabbene, et non sono da Cagli», paese della provincia marchigiana, da cui proveniva Giovan Francesco Fagioli, il funzionario pontificio che lo accusava. Nominare il suo paese era un modo per evidenziare la pochezza delle sue origini, rispetto a lui che era nato a Firenze.
In diverse lettere, Michelangelo esprime la rabbia verso le malelingue e le invidie degli artisti rivali: «dicon male di me, senza notizia di cosa alcuna, e m’ànno messo nel ciervello del Duca [ il Duca di Urbino, Francesco Maria I della Rovere] per un gran ribaldo con le false informazioni. Tutte le discordie che naqquono tra papa Iulio e me, fu la invidia di Bramante et di Raffaello da Urbino». Michelangelo è convinto che il clamoroso blocco dei lavori per la Tomba di Papa Giulio II (progetto monumentale che l’artista sperava avrebbe sancito la sua gloria eterna) sia stato orchestrato a tavolino da Bramante e Raffaello. Bramante (allora architetto del Papa per la ricostruzione di San Pietro) avrebbe convinto Giulio II che costruirsi la tomba in vita portasse sfortuna, spingendolo a dirottare i fondi sulla basilica e a mettere da parte Michelangelo. Nella lettera Michelangelo riserva a Raffaello una staffilata personale, accusandolo di essere non un creativo ma un copione: «Raffaello, ciò che aveva dell’arte, l’aveva da me».
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