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Gli insulti aristocratici di Michelangelo

GLI INSULTI PIÙ USATI E I PIÙ PESANTI

Altro ritratto di Michelangelo di Daniele da Volterra (1550)

Quasi tutte le parolacce usate da Michelangelo sono insulti. L’unica eccezione è “culo”, usato nel modo di dire «lasciare col culo in mano», cioè rovinare una persona. Dunque, un uso figurato, enfatico e colloquiale.

Gli insulti più utilizzati da Michelangelo per esprimere la rabbia sono tristo, cioè cattivo, spregevole; bestia e ribaldo, cioè malfattore. Questi tre termini, da soli, coprono più di un terzo delle espressioni offensive usate dall’artista. Detestava le persone ipocrite, i truffatori, gli scansafatiche. E non tollerava macchie sulla propria onorabilità personale e artistica: se qualcuno lo disonorava, reagiva senza peli sulla lingua.

Nel grafico qui sotto, il numero di volte in cui ogni termine ricorre nei testi.

Per quanto riguarda l’intensità offensiva, Michelangelo usa 6 epiteti con carica offensiva molto forte (evidenziati in rosso): ribaldo, ladro, puttana, fellone, merda, usuraio, canaglia. Pesanti anche tristo, maledetto e porco (in arancione). Dunque, quasi la metà delle parolacce scritte da Michelangelo sono ad elevata carica offensiva.
L’insulto preferito di Michelangelo era “tristo“: aggettivo che non significa “malinconico” (non sarebbe un insulto), bensì “malvagio, vizioso, spregevole, sciagurato, sordido, gretto”. Tristo è seguito da “bestia“, che significa, come oggi, “grezzo, incolto, incivile, violento”.
Ribaldo”, a pari merito, è un insulto molto pesante per l’epoca: deriva da una parola germanica per “donna di malaffare”, ma dal Medioevo era un termine che qualificava un individuo di infima condizione sociale, ai margini della comunità regolare e spesso compro­messo con gli ambienti della malavita, che viveva di espedienti e praticava professionalmente il gioco d’azzardo, si prestava ad attività e a servizi tradizionalmente sconvenienti e disonoranti (tra­ sporto e sepoltura di cadaveri, esecuzioni, tor­ture), in tempo di guerra entrando a far parte di bande che si univano ai militari di professione, per dedicarsi soprattutto al saccheggio dei luoghi con­quistati. Dunque, un termine rivolto a chi viveva d’espedienti, faceva una vita dissi­pata e viziosa. Oggi lo definiremmo perverso, scellerato, mascalzone, farabutto.
Seguono ladro, giottone (mascalzone, furfante) e fagnione (furbo, ipocrita, infido).

Salta all’occhio che tutti questi termini forti abbiano una spiccata connotazione morale: giudicano in modo negativo comportamenti che infrangono l’etica (puttana, fellone, maledetto, canaglia, tristo, porco) o le leggi (ribaldo, ladro, usuraio). Sono assenti, infatti, insulti squalificanti ma generici come coglione o stronzo. L’unica eccezione, restando in campo escrementizio, è l’insulto «questa merda seca di questo fanciullo».

Dunque, gli insulti usati da Michelangelo in fondo si equivalgono tutti: sono tutte rimostranze di un uomo burbero, ossessionato dal successo, dalla volontà di affermarsi, dal lavoro, dalle preoccupazioni economiche e familiari. Nelle Lettere non energono altri modi di usare il turpiloquio: ad esempio per scherzo, cameratismo, o per colorire il discorso (l’unica eccezione, come già detto, è “culo“).
Siamo lontani dall’uso giocoso del turpiloquio di Mozart, ma anche da quello ironico di un contemporaneo di Michelangelo, Leonardo da Vinci (i link a questi articoli sono nella prossima pagina).

  (avanti) Tutti i brani con parolacce

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