GIORNALI E POLITICI, TUTTI A CACCIA DI CLIC (E DI BATTUTE)
Ora però oltre che nei giornali di partito e in quelli di satira, le parolacce sono presenti non solo su “Libero” e “Il Giornale”, ma anche su testate generaliste di cronaca, dal “Fatto quotidiano” al “Corriere della sera” e a “Repubblica”, come ho raccontato in questa ricerca. Un caso particolare è il sito Dagospia, che unisce gossip scollacciato e retroscena politici, economici o culturali raccontati in tono scandalistico e con un linguaggio diretto e spesso sboccato. Ad esempio, la relazione fra l’ex ministro Gennaro Sangiuliano e Maria Rosaria Boccia è stata intitolata “La fregna regna”. E anche Dagospia ha coniato nomignoli per indicare protagonisti della politica o dello spettacolo: Meloni diventa “la ducetta”, Sangiuliano “Genny Delon”, la Boccia “la pompeiana esperta”, e così via.
I motivi di questa tendenza generale? Sono diversi:
- Negli ultimi anni si è assottigliato il confine fra il linguaggio formale e quello informale: le espressioni usate nella vita quotidiana (turpiloquio compreso) sono sbarcate anche in contesti un tempo seriosi, dalla tv ai giornali
- In conseguenza di questo uso più frequente, le parolacce si stanno inflazionando, cioè stanno perdendo in parte il loro potere di offendere e creare scandalo, perciò vengono usate più spesso, sono una parte considerata accettabile (o quanto meno non scandalosa) dei discorsi
- I giornali strizzano l’occhio ai lettori, cercando di avvicinarsi al linguaggio parlato: così facendo accorciano le distanze con il pubblico, ma al tempo stesso perdono autorevolezza
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Titolo di Dagospia sulla relazione Boccia-Sangiuliano.
Gli algoritmi di Internet (in particolare quelli dei social network) premiano le posizioni polarizzate, estreme e divisive, ovvero – per l’appunto – chi utilizza gli insulti: i giornali sfruttano queste tendenze per attrarre visitatori sui loro siti Web. Le parolacce, insomma, funzionano come “acchiappa clic”: fanno sempre audience, perché attirano l’attenzione, soprattutto dei navigatori in cerca di notizie piccanti. E più pubblico significa più introiti pubblicitari.
- I formati del Web condizionano i contenuti: molti social network hanno limiti di tempo o di spazio, ad esempio le storie video di TikTok durano 15 secondi, i “tweet” su X contengono al massimo 280 caratteri, un testo su Instagram 2.200 caratteri. Internet privilegia messaggi brevi (anche perché la soglia di attenzione delle persone è ormai molto bassa e gli utenti sono sovraccarichi di informazioni), e gli insulti funzionano perché sono “giudizi abbreviati” su persone e situazioni. Invece di dire: “Pinco Pallino ha fatto una proposta di legge inaccettabile perché penalizza i ceti medi”, si dice “Pinco Pallino è uno stronzo”.
- Indicare (e insultare) un nemico esterno serve a far sentire più uniti quanti la pensano allo stesso modo
- La satira è un modo assai efficace di colpire l’immagine di qualcuno: l’ha accertato una ricerca della Santa Clara University pubblicata sul Journal of Experimental Psychology: General. I ricercatori hanno riscontrato con un esperimento che la satira genera percezioni più negative sui suoi bersagli, la cui reputazione rimane compromessa a lungo. «La satira» hanno concluso «non è uno scherzo innocuo, perché può produrre effetti negativi sull’immagine sociale. Rispetto alla critica diretta, infatti, la satira porta a una maggiore deumanizzazione delle persone prese di mira».
In questi casi, dunque, è avvenuto un processo contrario a quello dei giornali di satira: in questi casi, il giornalismo ha fagocitato la satira. E nel titolone di “Libero” su Trump, questo processo è arrivato alla sua massima espressione: diversamente dai quotidiani di cronaca, che citano le parolacce pronunciate da protagonisti della politica, della cultura o dell’economia, i quotidiani d’opinione come “Libero” le usano per prendere posizione: soprattutto per svilire gli avversari, proprio come i giornali satirici e quelli populisti.

Beppe Grillo al “Vaffa Day” (Wikipedia).
Al tempo stesso, anche i politici hanno imparato a cavalcare il linguaggio scurrile per avere più visibilità mediatica, come raccontavo in questa ricerca. Ma hanno fatto un passo ulteriore, assorbendo le stesse modalità della satira: uso di meme nella propaganda, e di battute al vetriolo per delegittimare gli avversari. In ambo i casi, c’è all’opera lo stesso fattore, come ha acutamente notato Salvatore Attardo, linguista della East Texas A&M University e uno dei maggiori esperti internazionali di umorismo: «Il Web ha reso l’umorismo un fenomeno collettivo, frammentato, rapido e con nuovi stili comunicativi, a partire dai meme. C’è stata una democratizzazione del comico. E la politica ha incorporato la comicità perché è una forma espressiva molto efficace».

L’appellativo “pagliaccio” usato in modo insultante su “Il Giornale” e “Il fatto quotidiano”
Nel breve tempo di un video, o nel poco spazio di un post sui social, i politici hanno capito che «vince non chi ha le argomentazioni migliori, ma chi riesce a deridere più efficacemente i propri avversari, attaccandoli con sfottò e nomignoli. In pratica, vinci se fai più scena, sei divertente, dici battute fulminanti: la politica si è adattata a questo contesto, diventando spettacolo per aumentare i propri followers. Trump è uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione, ma l’Italia è stata all’avanguardia con le sparate di Umberto Bossi, le barzellette di Silvio Berlusconi».
E non bisogna dimenticare il fondatore del Movimento 5 Stelle, un comico: Beppe Grillo. Che ha ideato come slogan fondativo del movimento il “Vaffa day”, oltre ad aver coniato una serie di nomignoli contro i suoi avversari: Ebetino e Bulletto (Matteo Renzi), Psiconano (Berlusconi), Rigor Montis (Mario Monti), Baffino (Massimo d’Alema), Mortadella (Romano Prodi), e così via.
C’è poi un altro motivo per cui i politici dicono parolacce: per apparire schietti e diretti. Il linguaggio scurrile fa apparire più spontaneo chi lo dice (ma allo stesso tempo perde autorevolezza). Uno stratagemma che, secondo alcune ricerche, fa conquistare più apparizioni nei tg ma non necessariamente più voti, come raccontavo qui.
Come evolverà la situazione? Probabilmente l’informazione e la politica resteranno polarizzate, con le fazioni opposte che continueranno a insultarsi a vicenda. Ma al tempo stesso sorgono fonti più riflessive, che sostituiscono le reazioni “di pancia”. Fonti, insomma, più attente ai contenuti: resteranno, però, una minoranza, se la nostra società non imparerà a elevare la soglia dell’attenzione, dell’analisi e del pensiero critico. Tutte doti che spetta all’istruzione coltivare: la cultura è l’unico anticorpo alla superficialità.
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