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Parolacce, la “Top ten” del 2017

La “Top ten” delle parolacce 2017 (montaggio foto Shutterstock).

Quali sono state le parolacce più notevoli del 2017, in Italia e nel mondo? In questo articolo trovate la “Top ten” degli insulti più emblematici e divertenti: una classifica che quest’anno raggiunge un traguardo importante, la 10a edizione.
Come in passato, ho selezionato gli episodi con tre criteri: il loro valore simbolico, i loro effetti e la loro carica di originalità. Sono episodi rivelatori: fanno sorridere ma anche riflettere.
E a proposito di riflessioni, al termine della classifica trovate un approfondimento sugli insulti del presidente Donald Trump: un fatto senza precedenti, che sta corrodendo la democrazia negli Stati Uniti.
Qual è, secondo voi, il vincitore assoluto della Top Ten 2017? Potete scriverlo nei commenti.
Buona lettura! E auguro un felice 2018 a tutti i lettori di parolacce.org.
Se volete leggere le classifiche degli anni passati, potete cliccare sui link alle “Top ten” precedenti: 2016, 2015, 2014, 2013, 2012, 2011, 2010,  2009 e 2008.

INSULTI ATOMICI

 

“Gangster, rimbambito!”
“Pazzo, basso e grasso!”

Kim Jong-un e Donald Trump (foto Shutterstock).

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IL FATTO

FORMATO EXPORT

“Una troia sei! Brutta pompinara!”.

Fabio Fognini alla giudice di sedia, US Open, New York, 30 agosto 2017

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IL FATTO

REAZIONE DI MASSA

 

“Siamo tutti sbirri”.

I 25mila manifestanti alla 22° Giornata della memoria delle vittime delle mafie, Locri, 21 marzo 2017

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IL FATTO

INSULTI MILIONARI

Offende i concorrenti: lo sponsor gli chiede 2,1 milioni di euro

L’acqua Rocchetta chiede i danni a Flavio Insinna dopo il suo fuori onda volgare pubblicato da “Striscia la notizia”, 2 novembre 2017

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IL FATTO

LO SBROCCO RUBATO

“Il Grande Fratello? Sfigati, programmi di merda”.

Marco Travaglio vittima de “Le iene” (dal min. 13:23), 12 novembre 2017

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IL FATTO

A TUTTA PAGINA

“Patata bollente”.

Titolo di “Libero” su Virginia Raggi, 10 febbraio 2017

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IL FATTO

PAROLACCE (DIS)EDUCATIVE

“Linguaggio pulito? Una stronzata ”.

Paolo Ruffini all’evento di “Parole ostili” contro il cyberbullismo, Milano, 15 maggio 2017

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IL FATTO

PAROLACCE MUSICALI

“Oooh merda”.

Radiohead, Berkeley, 18 aprile 2017
(dal minuto 2)

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IL FATTO

PAROLACCE A FIN DI BENE

«Se te ne fotti, l’Aids ti fotte».

Slogan di Anlaids per la Giornata mondiale contro l’Aids
Roma, 1 dicembre 2017

 

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IL FATTO

REAZIONE ESEMPLARE

Muntari, insultato dai tifosi, abbandona il campo.

Partita Cagliari-Pescara, Cagliari, 30 aprile 2017

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IL FATTO

PAROLACCE E POTERE

Donald Trump (Shutterstock).

Perché tornare a parlare degli insulti di Donald Trump? Perché un aspetto è rimasto in ombra: il turpiloquio gli sta dando un potere senza precedenti. Che forse potrebbe esplodergli fra le mani.
Trump ci aveva abituato alle offese durante la sua campagna elettorale: è stato uno dei modi (lo raccontavo in questo articolo) con cui si è presentato come leader innovativo e vicino alla gente. Da quando – un anno fa – è diventato presidente, non ha cambiato stile comunicativo. Ma non è un fatto indolore.
Nell’uso di insulti, Trump somiglia a Silvio Berlusconi: è stato un uomo di spettacolo (ha condotto un talent show, “The apprentice”), ed è un uomo d’affari milionario. Due caratteristiche che gli rendono facile e spontaneo l’uso delle parolacce, sia come elemento di spettacolo, sia come sintomo di una libertà maggiore: in generale, infatti, agli eccentrici – milionari, artisti, vecchi, aristocratici – si perdonano gli eccessi, compreso il linguaggio eccessivo (come raccontavo qui).

Ma Trump non è solo un milionario eccentrico: è il presidente degli Stati Uniti d’America, dunque una persona con un ruolo fortemente simbolico, dotato di ampi poteri e privilegi. Ma questo ruolo è incompatibile con l’uso di insulti. Il presidente di uno Stato democratico, infatti, rappresenta tutta la nazione e non solo la parte che lo ha eletto: additare e offendere nemici interni gli serve a cementare il consenso dei propri supporter, ma aumenta il livore da parte degli avversari. Risultato: negli Usa l’opinione pubblica è fortemente divisa. E Trump sta attirando su di sè molto livore.
Ma non è l’unico effetto negativo: con l’uso degli insulti Trump sta aumentando il proprio potere. Trump è libero di insultare chi vuole, ma non vale il contrario. Come avviene in tutti i Paesi, chi offende la più alta carica di uno Stato rischia sanzioni pesanti. Ma nessun legislatore ha previsto pene particolari se è un presidente a insultare gli altri, proprio perché quel ruolo dovrebbe implicare il rispetto di tutto il Paese che rappresenta. E così, grazie a questo vuoto legislativo, Trump acquisisce un potere senza precedenti: la licenza di offendere.

Il tweet con cui Trump ha annunciato che pubblicherà la lista dei media più disonesti e corrotti.

Dall’alto del suo potere, Trump rompe tutti i tabù di una democrazia, infangando non solo gli avversari politici ma anche le altre istituzioni e la stampa: ciclicamente, infatti, minaccia di pubblicare le liste dei “cattivi giornalisti”. In questo atteggiamento ricorda Rodrigo Duterte, il presidente delle Filippine che (come avevo raccontato) è arrivato a insultare persino il papa e l’Onu.
Trump, insomma, guida gli Stati Uniti come guiderebbe la propria azienda: non tollera controlli e contrappesi al proprio potere. Il suo è un tentativo di corrodere, svilendoli, gli oppositori e chiunque lo critichi. E per arrivare a questo obiettivo, non esita a confondere le acque e mescolare le carte in tavola, tentando di dimostrare che non esistono verità oggettive ma che un’opinione vale l’altra. Perfino in campo scientifico: nei documenti del governo, infatti, al posto di “basato sulla scienza” vorrebbe  l’espressione “raccomandato  in considerazione dei desideri della comunità”.
Ma questa concentrazione di potere non è solo merito (o demerito) suo. Nei mesi scorsi, molti utenti di Twitter avevano protestato perché Trump, a differenza di tutti gli altri utenti, non viene censurato o bloccato quando twitta insulti. Di fronte a questa evidente disparità, il fondatore di Twitter Jack Dorsey ha dato una risposta disarmante: Trump “non viene silenziato perché ciò che dice fa notizia“. Vero, ma la risposta sembra una forma di piaggeria verso il potente. E vuol dire anche che se Trump insulta qualcuno fa salire l’audience – e quindi i guadagni – dei media. Insomma, in cambio di denaro e visibilità un mezzo di comunicazione rinuncia alla giustizia e all’equità.
Questo scenario, comunque, non è esente da rischi per Trump:  molte delle sue prese di posizione si trasformano in boomerang, perché con gli insulti manca di rispetto a chi non la pensa come lui. E’ un atteggiamento incompatibile con una democrazia, tant’è che in molti casi Trump ha dovuto tornare sui propri passi. Gli attacchi frontali di Trump sono in realtà il sintomo della sua debolezza: spesso li usa per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica da problemi più grandi e pressanti (come ad esempio le inchieste sul Russiagate che lo riguardano). Ma forse non ha messo in conto che, attaccando gli altri, rende legittimo anche il contrario: se lui è il presidente solo di una parte del Paese, l’altra parte può sentirsi legittimata ad attaccarlo e svilirlo a sua volta.
 Difficile prevedere come andrà a finire. 

Hanno parlato di questo articolo AdnKronos e l’Indro.

vito tartamella

vito tartamella

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