DI CHE COSA PARLA LA SERIE

Il pesciolino rosso scelto come simbolo della serie.
Boris è una serie andata in onda per la prima volta sul canale satellitare Fox, tra il 2007 e il 2010 (I stagione 2007; II stagione 2008; III stagione 2010). Poi sulla Rai e su Cielo. Nel 2011 ne è stato realizzato uno spinoff per il cinema: “Boris – Il film”. Negli anni successivi la serie si è diffusa soprattutto grazie alla pirateria digitale e al passaparola. Nel 2019, in piena pandemia, la serie è stata trasmessa su Netflix, riscuotendo grande successo. Nel 2024 è stata fatta la quarta stagione a detta di molti, me compreso, deludente. Oggi le 3 stagioni sono visibili su Prime Video.
Di che cosa parla la serie? E’ la storia di una troupe televisiva di Roma impegnata, in un set, a girare le scene di una soap opera, “Gli occhi del cuore”, e di un’altra intitolata “Medical dimension”. E’ una parodia del mondo televisivo, una satira che prende di mira la tv italiana di scarsa qualità: in particolare le fiction generaliste con attori che recitano come in un fotoromanzo, sceneggiature banali e una fotografia sovraesposta. Prodotti di serie B, che però, nell’ Italia di inizio Duemila macinavano ascolti, soprattutto fra anziani e casalinghe. La serie prende il nome da un pesciolino rosso, che il regista Ferretti tiene in una boccia sul banco regia come amuleto. Lo ha chiamato Boris in onore del tennista Boris Becker.

Francesco Pannofino nei panni di René Ferretti (Disney)
“Boris” era un esperimento mai tentato prima. «Creare una serie con il ritmo di una sitcom americana e la ferocia della satira», racconta il critico cinematografico Gabriele Colaci. Il progetto fu affidato a tre sceneggiatori: Mattia Torre, Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico. Ai quali fu data libertà totale. I tre autori hanno messo in ridicolo non solo il mondo della tv, ma anche (a partire dalla seconda serie) la stessa Italia: le raccomandazioni politiche e professionali, i favori, i risultati elettorali che decidono persino chi debba morire nelle fiction. Il set di “Occhi del cuore” è diventato così lo specchio della società italiana, «un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte, il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillette», come dirà, nell’ultimo episodio della terza serie, uno degli autori interpretato da Valerio Aprea. Un finale amaro: il regista Renè Ferretti (interpretato da Francesco Pannofino), che per diversi episodi aveva accarezzato l’idea di fare una tv di qualità, alla fine dovrà arrendersi, mascherando la sconfitta in un trionfo: «A noi la qualità c’ha rotto er cazzo! Perché un’altra televisione diversa è impossibile. Viva la merda!».
Per un’analisi più ampia segnalo l’intervento completo di Colaci: