I TORMENTONI VOLGARI

Massimiliano Bruno: interpreta Nando Martellone, protagonista della “linea comica” della fiction (Wikipedia)
Uno dei punti di forza della serie sono i tormentoni, frasi o espressioni che ricorrono più volte, caratterizzando situazioni e personaggi. Come il neologismo “smarmellare”, che allude a un uso intenso delle luci sul set, creando un effetto di sovraesposizione in pellicola; il motto di Renè “Dai, dai, dai”; “apri tutto, chiudi tutto”, sempre riferito alle luci del set, e molti altri (la locura, fotografia politica, chiudi su lui basito…). Qui mi concentro sui tormentoni volgari.
1) “Cagna maledetta” (o “cane maledetto”) ovvero “maledettamente incapace”: è l’insulto preferito da Renè per squalificare gli attori, in particular Corinna e Ada De Silvestri.
Renè: «Questa è più cagna di Corinna… In realtà è una cagna senza appello… Tutti gli uomini sono dei grandi attori. Tranne alcuni attori». Panè: «Se questa è una cagna pazzesca, ma perché l ‘hai scelta?». [flashback] Lopez: «Questa è la De Silvestri. È una cagna spaventosa. Però è anche la moglie del senatore Modaffere. Quindi sarà la madre di Stanis».
In “Buon Natale” (8 episodio, stagione 1) Alessandro interpreta un assistente sociale gay, interpretandolo con un clichè effeminato. «Da quando Walter mi ha lasciato, la mia vita non è più la stessa»…. Renè lo blocca: «Mortacci! Sei un cane senza appello! La prossima volta che ti sento a parlare male di Stanis, o di Corinna, io ti…». «No, no, no, non ho mai parlato male di Corinna…». «Non fare il furbo con me, capito? Cane maledetto!».
2) “A cazzo di cane”: indica una recitazione fatta con noncuranza, sciatteria, approssimazione totale. Questo concetto rappresenta la cifra stilistica e la filosofia lavorativa imposta dai ritmi industriali al ribasso della televisione italiana: significa recitare senza alcuna cura o introspezione psicologica, svuotando la parte di senso, riducendo l’interpretazione a una serie di battute buttate via meccanicamente mentre si pensa ad altro. Come viene spiegato in una scena de L’anello del conte (stagione 1, episodio 2):
Renè: «Il personaggio, Serpentieri. Me lo molli un po’. Lei non ha visto la differenza fra lei e gli altri due attori?». Serpentieri: «Eh sì, c’è una differenza, diciamo, anagrafica». René: «Appunto. E me li fa risultare due cani, questi due. Molli. Cerchi di mollare un po’, capito? Lei pensi ad altro. Pensi a casa sua, a sua moglie, alla spesa, al tempo. La faccia, se mi permette. A cazzo di cane. Li ha visti Corinna e Stanis? Come loro. A cazzo di cane. E funziona. Va bene?». Serpentieri: «Mi perdoni, Ferretti, ma mi sembra una richiesta quantomeno bislacca». Renè: «A cazzo di cane, maestro. Conto su di lei. A cazzo di cane».
3) Spietato anche il classismo che regna nel mondo del cinema e della tv. I collaboratori di ultimo livello, gli stagisti (ipersfruttati in cambio di pochi euro, se non gratis) vengono chiamati in due modi: “schiavo” e “merda”. In una scena di “A morte il conte”, Biascica spiega alla propria psicanalista di essere agitato perché gli hanno tolto “lo schiavo”, ovvero lo stagista factotum. «Lo schiavo è importantissimo, lo schiavo è fondamentale. Lo schiavo ti permette di tirare fuori della roba, no? Se sei del buon umore, gli puoi dare le ginocchiate sulle palle, le coppolette, forti però, con le nocche così, no? Gli sputi, gli tiri i peli del petto, no? Lui non può fare niente, perché è lo schiavo.»
L’altro appellativo riservato agli schiavi è ancor più terribile: “merda”. Spesso Biascica si rivolge così a Lorenzo: «Sposta la piantana, merda». O lo stesso Renè che si lascia sfuggire: «Fino all’ultima merda…all’ultimo assistente. È il linguaggio del set». E ci sono delle varianti, come in questa frase di Karin (rivolta ad Arianna, assistente alla regia, e ad Alessandro, il suo “schiavo”: «Ma perché io sto a parlare con voi? Te sei l’assistente e te sei la scoreggia dell’assistente».
4) “bucio de culo!” (buco di culo, cioè “che fortuna!”), usato come tormentone comico da Nando Martellone. Nella diffusa povertà di idee del mondo dello spettacolo, Martellone incarna la comicità becera e vuota, basata su una sola frase ricorrente. Tanto che quando Martellone deciderà di rinnovare il suo repertorio, non farà altro che scegliere un altro tormentone: “E sti cazzi?!” (e chi se ne frega?). Poi, per dare una veste impegnata al suo numero, dirà che mentre “bucio de culo” era uno spettacolo di sinistra, “sti cazzi” è di destra.