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Boris, la “fuoriserie” delle parolacce

GLI SBROCCHI DI RENÈ

Ferretti al combo con la segretaria di edizione Itala. Alle loro spalle Gloria, la truccatrice (Disney)

Torniamo alla frequenza delle parolacce: appaiono al ritmo di una al minuto. Ma in realtà, i minuti consecutivi senza turpiloquio durano molto di più, perché le volgarità si concentrano in alcuni momenti topici di ogni episodio: quando qualcosa va storto, quando un personaggio si arrabbia, quando c’è un clima scherzoso, o semplicemente quando i personaggi usano termini colloquiali. Dunque, per diversi minuti di fila i dialoghi sono puliti, poi succede qualcosa ed esplodono insulti e imprecazioni.

Questo avviene per lo più con gli attacchi d’ira del regista Renè Ferretti. E’ il personaggio più complesso e multiforme della serie, quello più ricco di variazioni comportamentali. Il suo ruolo, quello di coordinare una truppa di mal assortita di attori, tecnici e comparse, gli impone di essere diplomatico. E deve in qualche modo blandire sia gli attori (per tirar fuori il meglio da loro, solleticando la loro vanità) che la rete, incarnata dal delegato di rete Lopez e dal direttore dottor Cane. Ma Renè quando è arrabbiato o agitato «le sue battute sono caratterizzate da un’alta presenza di disfemismi (parolacce, ndr) e da una coloritura più accentuatamente romanesca. Il cambiamento di stile, spesso legato a cambiamenti negli stati d’animo ed espresso attraverso scelte lessicali (in primis, il ricorso ai disfemismi), prosodiche (come accelerazioni, tono di voce alto, ecc.) e sintattiche», sottolineano Francesca La Forgia e Raffaella Tonin in un articolo sulla rivista “Orillas” dell’università di Padova.

Sono i famosi sbrocchi di Renè. In diversi momenti non ce la fa più: a volte sibila qualche insulto confabulando con Arianna o Itala («ammazza che cagacazzi questo») e a volte esplode in scatti d’ira, togliendo ogni freno inibitore anche sul piano del linguaggio, dando vita a scene molto comiche:

In “Stanis non deve morire” (Stagione 1, episodio 13), uno degli avvocati di Stanis gli dice: «Il suo nome è Ferretti? René Ferretti?». Renè: «Senti, a pezzo di merda! Io vengo da Fiano Romano, capito? Io ti stampo la cinquina in faccia! Vieni fuori! C ‘ho il cric in macchina! Tu mi lasci vedere io come mi chiamo? Sto stronzo! Sto avvocato dei miei coglioni! Capito? Stai attento a come parli! Io ti ammazzo, capito? Fijo de na mignotta! Come mi chiamo?». Stanis e Lopez cercano di calmarlo: «Buono, buono. Buono. Buono». Renè: «Scusi signora, è che…Capito? Sto stronzo!». «Dai buono, dai dai».

In “La mia Africa” (Stagione 2, episodio 1) Alessandro entra nell’inquadratura alla fine di un lungo piano sequenza, vanificando il lavoro di un’intera mattinata. Renè esplode: «Ma chi cazzo è? Che cazzo fai?!? Sei entrato in campo testa di cazzo! Mandate via quel pezzo di merda!!! Ma hai rovinato tutto, sei entrato in campo, porca puttana, vai via! Non ti voglio vedere mai più capito? Testa di cazzo di merda, vaffanculo! Me ne vado, ciao».

In “Qualità o morte” (Serie 1, episodio 4) il regista Gioacchino Panè dice a Renè, a proposito di una scena: «Forse la dovresti rifare. Sicuramente. Sì». Renè: «O forse tu te ne dovresti andare». «Non ho capito. «No, o forse tu mi hai rotto i coglioni». «Veramente… ». «No, o forse qui questi che vengono dall’America e vogliono insegnarci a noi come fare questo mestiere. Ci hanno rotto il cazzo. Quindi mi fai il cazzo del piacere di prendere la porta e andartene. Chiaro?».

Ma non è solo Renè Ferretti il protagonista di sfuriate senza censure. Nell’episodio “Un tuzzo” (stagione 2, episodio 10), Duccio Patanè (Ninni Bruschetta) cerca di vendere sul set i saraghi pescati dal suo peschereccio. Telefona a un amico ristoratore, che gli nega l’acquisto: Duccio reagisce supplicandolo, piagnucolando e insultandolo allo stesso tempo, in una scena molto comica. Ecco il dialogo di Duccio: «Non so mai… Con questo cazzo di caldo… Tonino… Tonino, sei una merda questo… Tonino, sei un… merda. Il ristorante che hai te lo devi mettere nel culo. Fa schifo quel ristorante di merda dove non si mangia un cazzo di pesce buono. Questi pesci di pozzanghera di merda che ti compri… Dagli amici tuoi. Vaffanculo, Tonino. Vaffanculo».

 Un episodio molto ricco di parolacce (poco sotto il record di “Coprolalia”) è “L’affaire Martellone” (Stagione 2, episodio 5). Memorabile l’aggressione di Martellone a uno degli sceneggiatori che avevano deciso di farlo morire per eliminarlo dalla serie: «Il notaio non può morire. Hai capito? Brutta merda di uno sceneggiatore avido bastardo. Sei un pagliaccio! Sceneggiatore cane che ruba il lavoro a quelli bravi. Quanti lavori sei? Quante case ti sei comprato? Eh, brutta merda, sceneggiatore de Capalbio. De sta fava. Attaccati al cazzo. Al cazzo te devi attaccare. Hai capito? Tee! [ fa il gesto dell’ombrello ]. Io resto inchiodato qui. E vaffanculo».

Sullo stesso livello la telefonata dello sceneggiatore a Lopez per convincerlo della necessità di eliminare il personaggio della bambina dalla serie: «Deve morire pure la… la piccola…». Lopez: «Ma tu sei una testa di cazzo, senza pari! Ma tu vuoi uccidere la speranza di milioni di italiani? Ma piuttosto muori tu e tua sorella, pezzo di merda! Trova una soluzione e lascia stare la bambina, eh?». «Certo, certo». «Stronzo!». «Certo». «Testa di cazzo! La bambina…».

Le parolacce, quindi, servono a esprimere la rabbia dei personaggi, mostrandoli nei loro difetti, nelle difficoltà, nell’esprimere aggressività senza riguardo per nessuno.
E servono anche come colpi di scena comici, attraverso un improvviso cambio di registro linguistico: l’episodio Il sordomuto, il senatore e gli equilibri del Paese (prima parte) (serie 2, episodio 13) esordisce mostrando il set di “Occhi del cuore” insolitamente rilassato e garbato: Biascica: «Scusa, Lorenzo, mi prenderesti la bandiera francese, cortesia?». «Ma certamente». Duccio: «Molto bella, mi è piaciuta molto come l ‘hai fatta». Stanis: «Grazie, Duccio».[ E così via. Poi, all’improvviso…] Lorenzo: «Ma me l ‘hai chiesta tu la bandiera?». Biascica: «No, io ti ho chiesto di andartene affanculo. Sono mesi che te l’ho chiesto». Renè: «Signori, vi informo che questa scena è veramente una merda». Itala: «Che palle, René». Renè: «Però ce la facciamo piacere, va bene? Duccio, stavolta hai fatto proprio una luce a cazzo de cane, vera proprio, eh? Che hai aperto tutto? Ma ci facciamo piacere anche la luce. Quindi, eh, buona! Passiamo all’altra!».

Una dinamica simile caratterizza il rapporto fra lo stagista Lorenzo e i colleghi. Lorenzo cerca di creare un clima di squadra: «Noi siamo il reparto di fotografia. Io sono convinto che anche solo con un proiettore messo meglio, con un cambio di luce al momento giusto, noi possiamo fare la differenza, ragazzi. Possiamo fare la differenza». Uno dei tecnici gli risponde: «No, hai ragione, Lorenzo, è giusto. Ma… Ma il discorso mi pare un altro. È che tu ci hai rotto il cazzo. Sì, sì, ci hai proprio rotto il cazzo. Ci hai veramente rotto il cazzo. Dai, andiamo a lavorare!».

O, ancora, ne “Il travestimento è saltato” (Stagione 2, episodio 4), Renè introduce Karin, appena arrivata, nel set. «Guarda, qui c ‘è un bellissimo clima, ti troverai benissimo, sono sicuro, perché qui andiamo tutti d ‘accordo, siamo una specie di grande famiglia». Arriva Gloria, la truccatrice: «René, sei un pezzo di merda, capito? Un pezzo di merda!». Renè, in imbarazzo: «Sì, ma non solo io, eh? Siamo tutta una squadra, tutto un gruppo di…». Gloria: «Ma vaffanculo, vaffanculo!». Renè: «No, lo vedi? Noi le cose ce le diciamo in faccia».

⇒ (avanti) I tormentoni volgari

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